TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 27 febbraio 2014

Grillo. Dal rancore al cappio



Era necessario farci strada con la violenza, con il sacrificio, con il sangue; era necessario stabilire un ordine e una disciplina voluti dalle masse, ma impossibili da ottenere con una propaganda all'acqua di rose, con parole, parole e ancora parole e con ingannevoli battaglie parlamentari e giornalistiche.”
                                                                                                                                        Benito Mussolini


Norma Rangeri

Dal rancore al cappio


Non siamo a Kiev, ma anche in Ita­lia c’è un capo par­tito che ha decre­tato lo stato di guerra e instau­rato il copri­fuoco: «…abbiamo una bat­ta­glia, dob­biamo vin­cere le euro­pee e le vin­ce­remo, daremo il san­gue sulle strade.. saremo un pochino di meno ma molto, molto più coesi e forti». Nem­meno il Bossi dei tempi peg­giori, quello delle «pal­lot­tole a poco prezzo», era arri­vato all’evocazione dello spar­gi­mento di san­gue, allo slo­gan del tanti nemici tanto onore, come ha fatto Grillo ieri per inci­tare il suo popolo a espel­lere i sena­tori, col­pe­voli di essersi mac­chiati dell’infamante reato di lesa mae­stà. «Coesi come la testug­gine spar­tana, ognuno di noi deve sen­tirsi pro­tetto dal com­pa­gno al suo fianco», aggiun­geva su face­book un epu­ra­tor del gruppo par­la­men­tare per raf­for­zare il con­cetto guer­riero del lea­der, men­tre il gril­lino vice­pre­si­dente della Camera par­lava di «serpi in seno» e di «mercenari».

Con il solito for­mat della con­sul­ta­zione in rete, ora­rio uffi­cio, usato lo scorso giu­gno per la cac­ciata della sena­trice Gam­baro, que­sta volta, con una sola vota­zione, di sena­tori ne hanno espulsi quat­tro. Il mec­ca­ni­smo dell’eliminazione pro­gre­di­sce e la tec­nica della deci­ma­zione si affina. Del resto la ghi­gliot­tina media­tica, la sco­mu­nica quo­ti­diana, il desi­de­rio di espel­lere i pec­ca­tori negan­do­gli l’autonomia del man­dato par­la­men­tare trova giu­sti­fi­ca­zione nella natura di quel tota­li­ta­ri­smo pro­prie­ta­rio che fin dall’atto di nascita del M5Stelle con­tem­plava che l’ossessione popu­li­sta si com­bi­nasse con il con­trollo del partito-azienda affi­dato all’uomo forte (anche se i capi­ba­stone qui sono due).

Natu­ral­mente que­sta epu­ra­zione rivela la debo­lezza del mec­ca­ni­smo di con­trollo, denun­cia la crisi, annun­cia la frana che sta diven­tando valanga, esprime un dis­senso che non si può con­te­nere e stra­ripa. Dicono che hanno votato in 40mila, che in 30mila hanno fatto pol­lice verso e 13 mila si sono dichia­rati con­trari. Ma, anche a fidarsi di Casa­leg­gio, i sena­tori reietti rap­pre­sen­tano non decine di migliaia di cit­ta­dini, ma otto milioni di voti. Per quat­tro espulsi, altri se ne stanno andando, anche alla Camera, le fila dei dis­si­denti sono desti­nate ad allar­garsi a tutti quelli che domani ose­ranno cri­ti­care chi li esorta a spar­gere san­gue nelle strade per vin­cere le elezioni.

Grillo tira la corda del ran­core, di quella parte sof­fe­rente del paese che ha smesso di cre­dere nel cam­bia­mento, che vuole affi­darsi a qual­cuno che tiri fuori l’Italia dall’Europa nemica, come del resto accade anche in altri paesi del Vec­chio Con­ti­nente. Ma tirare certe corde è peri­co­loso per tutti. Pos­sono diven­tare un cappio.


Il Manifesto – 27 febbraio 2014