TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 21 febbraio 2014

I segreti di un ex Kolchoz nella sinistra Lapponia



Narrativa finlandese. Un ispettore dei servizi segreti mandato a svolgere le sue indagini in una fattoria biologica. Lo aspettano grida, gestualità inconsulte e loschi maneggi

Maria Valeria D'Avino

I segreti di un ex Kolchoz nella sinistra Lapponia

Come i vege­tali, che cam­biano natura quando sono tra­pian­tati in un eco­si­stema diverso da quello d’origine, anche la let­te­ra­tura può assu­mere carat­te­ri­sti­che diverse, lon­tana dall’ambiente in cui è nata. In Fin­lan­dia Arto Paa­si­linna è uno scrit­tore con­tro­verso, troppo popo­lare per essere dav­vero rico­no­sciuto dall’establishment let­te­ra­rio, ma per lo stesso motivo impos­si­bile da igno­rare. Let­tori e cri­tici di altri paesi euro­pei hanno preso più sul serio que­sto autore che non si prende mai sul serio e hanno fatto di lui un mae­stro.

Un anno fa, per il set­tan­te­simo com­pleanno di Paa­si­linna, la biblio­teca nazio­nale fin­lan­dese gli ha dedi­cato una mostra dal titolo The happy man – Hero of the gloo­my­spru­ce­fo­rest. Arto Paa­si­linna 70 years: tra gli altri mate­riali bio­gra­fici e biblio­gra­fici, rela­tivi a qua­ran­ta­nove titoli tra­dotti in più di cin­quanta lin­gue, pro­prio le coper­tine delle varie edi­zioni inter­na­zio­nali rive­la­vano come i libri dell’autore fin­lan­dese siano stati pro­po­sti al pub­blico nella veste di com­me­die leg­gere o romanzi di solido impianto filo­so­fico, espres­sioni di satira eco­lo­gica o «varianti fin­ni­che della com­me­dia dell’arte», come le ha defi­nite un cri­tico francese.

La dif­fu­sione euro­pea è par­tita dalla Fran­cia, nel 1989, anno in cui apparve Le Liè­vre de Vata­nen, tra­dotto in ita­liano nel 1994 (men­tre l’edizione inglese è del 1995, a vent’anni dalla prima uscita in Fin­lan­dia). Ma il fatto dav­vero rile­vante è il ritardo della rice­zione nei due paesi vicini, la Nor­ve­gia (addi­rit­tura nel 2004) e soprat­tutto la Sve­zia (nel 1992), un ritardo che è stato spie­gato con i pre­giu­dizi delle cer­chie let­te­ra­rie sve­desi nei con­fronti degli autori di lin­gua fin­nica, e in par­ti­co­lar modo dell’umorismo fin­lan­dese, ma che ha a che fare piut­to­sto con il tar­divo rico­no­sci­mento dell’autore da parte della stessa cri­tica fin­lan­dese. Eppure, lo stile laco­nico, la satira sociale e l’umorismo dia­let­tico di Paa­si­linna hanno legami pre­cisi con la parte più solida della tra­di­zione let­te­ra­ria fin­nica, ad esem­pio – e in maniera molto evi­dente – con il cele­bre romanzo di Vanio Linna del 1954, Tun­te­ma­ton­so­ti­las («Il milite ignoto»), sulla guerra d’inverno in Finlandia.



In Scan­di­na­via le opere di Paa­si­linna sono spesso defi­nite con l’aiuto del con­cetto di skrone, un genere let­te­ra­rio con cui il let­tore ita­liano potrebbe essersi fami­lia­riz­zato gra­zie ai rac­conti groen­lan­desi di Jorn Riel (su tutti: La ver­gine fredda). In una skrone l’arte con­si­ste nel men­tire spu­do­ra­ta­mente, senza arre­trare dinanzi alle esa­ge­ra­zioni più assurde pur di trat­te­nere l’attenzione del let­tore, con­fon­dendo a tal punto i suoi para­me­tri di realtà da non per­met­ter­gli più di distin­guere tra «una verità che potrebbe essere una men­zo­gna, o una men­zo­gna che potrebbe essere una verità», secondo la più nota defi­ni­zione di Riel.

Sono dis­se­mi­nate di skrone le nar­ra­zioni di altri nor­dici, come lo sve­dese Mikael­Niemi e il nor­ve­gese Erlend Loe, anche loro pub­bli­cati in Ita­lia da Iper­bo­rea, al cui per­corso que­sta vena nar­ra­tiva è evi­den­te­mente con­ge­niale. Entrambi gli autori, in occa­sione di un semi­na­rio alla fiera del libro di Göte­borg, hanno rico­no­sciuto il loro debito nei con­fronti di Arto Paa­si­linna: «La cosa bella di Paa­si­linna è la totale infor­ma­lità nel rap­porto con la scrit­tura. Lo prova la scelta del romanzo umo­ri­stico: un genere let­te­ra­rio che ha uno sta­tus basso, non ele­gante, almeno in Sve­zia. 

Essere apprez­zati come scrit­tori umo­ri­stici non è una cosa nor­male», ha detto Niemi, che sot­to­li­neava la vici­nanza dello stile di Paa­si­linna alle forme del fol­klore nazio­nale. «Certi autori fin­lan­desi – ha aggiunto Erlend Loe – sono molto enig­ma­tici. Impos­si­bile capire che cosa passi loro nella testa. Pos­sono appa­rire tri­sti e lugu­bri, la loro nar­ra­tiva appe­san­tita da una sto­ria di con­flitti, guerre civili e alco­li­smo. Poi all’improvviso aprono la bocca ed esce quel loro umo­ri­smo pieno d’intelligenza. Accade nei romanzi di Paa­si­linna come nei film di Aki Kau­ri­smäki. A volte mi domando se quei due si ren­dano conto di essere tanto divertenti.»



In Fin­lan­dia – gio­vane paese in cui il salto nella moder­nità e l’urbanizzazione è avve­nuto in modo improv­viso e vio­lento – la let­te­ra­tura ha svolto un ruolo essen­ziale nella costru­zione dell’identità nazio­nale, e opere di autori come Paa­si­linna e Kari Hota­kai­nen hanno avuto un ruolo cen­trale nell’analisi del carat­tere nazio­nale, met­tendo in evi­denza alcune con­trad­di­zioni sociali. In Paa­si­linna però, è la nar­ra­zione, il per­corso, spesso il vaga­bon­dag­gio, con la sua mol­te­pli­cità di incon­tri – e quindi di tipi umani – e di avven­ture, a pre­va­lere sulla satira sociale, comun­que attuale e affi­lata, mai mora­li­sta e dida­sca­lica.

Forse per­ché Paa­si­linna dif­fida delle norme e delle con­sue­tu­dini che gover­nano i rap­porti tra gli uomini, pre­fe­rendo legami con esseri più vicini alla natura. I rap­porti con gli ani­mali rega­lano ai suoi per­so­naggi sod­di­sfa­zioni impen­sa­bili negli scambi tra umani: un altro aspetto che avvi­cina Paa­si­linna a Erlend Loe. Il romanzo Dop­pler: vita con l’alce, primo di una tri­lo­gia dedi­cata alla vita nei boschi in com­pa­gnia di un alce di nome Bongo, si offre ine­vi­ta­bil­mente al para­gone con L’anno della lepre, in cui l’incontro con una pic­cola lepre ferita è per il disil­luso gior­na­li­sta Vata­ne­nen l’occasione (inat­tesa) di lasciare una vita cinica e gri­gia per darsi alle pere­gri­na­zioni nella magni­fica notte estiva.

Sta­bi­lite le somi­glianze, va aggiunto che le dif­fe­renze nello stile e nel tipo di umo­ri­smo sono altret­tanto inte­res­santi (il laco­nico under­sta­te­ment di Paa­si­linna a con­fronto con «il furente ado­le­scere» – felice defi­ni­zione di Fal­ci­nella – del pro­ta­go­ni­sta di Loe). In entrambi i casi, però, i pro­ta­go­ni­sti umani con­di­vi­dono ruoli di primo piano con gli ani­mali che forse hanno a che fare – e forse no – con la mito­lo­gia, lo scia­ma­ne­simo e gli ani­mali sacri del Nord. Ma se la lepre di Vata­nen rimane lepre dall’inizio alla fine, l’orso del Migliore amico dell’orso si uma­nizza fino a impa­rare a lavo­rare a maglia o ser­vire in un bar.



L’ultimo romanzo di Paa­si­linna, La fat­to­ria dei mal­fat­tori (tra­du­zione di Fran­ce­sco Felici, Iper­bo­rea, pp. 352, euro 16,00) rac­conta di un ispet­tore della poli­zia segreta fin­lan­dese man­dato a inda­gare, sotto coper­tura, in una fat­to­ria bio­lo­gica nel nord del paese, per la pre­ci­sione un ex kol­choz mine­ra­rio: espe­ri­mento col­let­ti­vi­stico ricon­ver­tito alla pro­du­zione di erbe aro­ma­ti­che e alberi di natale, ma sulla cui gestione cir­co­lano voci pre­oc­cu­panti. Si parla di grida miste­riose, per­sone scom­parse, forse addi­rit­tura un omi­ci­dio. Il titolo (che nell’originale pre­cisa trat­tarsi di «mal­fat­tori sfug­giti alla forca») è già abba­stanza rive­la­tore, e il kol­choz al cen­tro del sistema capi­ta­li­sta riserva all’ispettore molte soprese e visioni radi­cal­mente nuove sull’amministrazione della giustizia.

L’inventiva tra­du­zione di Fran­ce­sco Felici rompe un tabù di quella prassi moderna che con­si­ste nel tra­durre dia­letto con dia­letto e ricorre a un colo­rito gergo toscano per ren­dere una par­lata locale fin­lan­dese. Ben­ché a con­tatto con il pae­sag­gio nor­dico risulti un po’ stra­niante, e in par­ziale con­tra­sto con le scelte a cui Iper­bo­rea ci ha abi­tuati (con­ser­vare le pecu­lia­rità della lin­gua di par­tenza, limi­tando gli addo­me­sti­ca­menti) l’esperimento ha un esito felice. 

Se una lin­gua inven­tata avrebbe lasciato più spa­zio alla crea­ti­vità senza sacri­fi­care la vero­si­mi­glianza, l’uniformità lin­gui­stica offerta da un dia­letto reale pre­senta indi­scu­ti­bili van­taggi di coe­sione e di espres­si­vità. È gra­zie alla sua par­lata che Emma Oika­ri­nen, vec­chietta sboc­cata e quasi cieca, rapita con l’inganno dalla casa di riposo e por­tata in segreto alla Palude delle Renne per fare l’insegnante di savo­niano, si con­qui­sta un posto nell’esilarante gal­le­ria di anziani paa­si­lin­niani, a fianco della dolce Lin­nea e dell’indimenticabile sme­mo­rato di Tapiola.

Il Manifesto – 19 gennaio 2014