TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 26 febbraio 2014

Israele. Terra, ritorno, anarchia



Una riflessione sul rapporto fra popolo, nazionalità e Stato dall'angolo di visuale dell'eccezione ebraica. Un libro che fa capire la complessità della questione israeliano-palestinese e invita ad evitare troppo facili giudizi.

Roberto Esposito

Il nuovo ordine del mondo nell'eccezione di Israele

Il libro di Donatella Di Cesare, Israele. Terra, ritorno, anarchia, edito da Bollati Boringhieri, non è solo un saggio teologico-politico su Israele. È una intensa riflessione filosofica, dall’angolo di visuale dell’eccezione ebraica, sul rapporto tra popolo, nazionalità e Stato nell’epoca della globalizzazione. Lo ‘stato’ — nel senso del modo di essere, oltre che dell’organismo politico— di Israele non può essere omologato agli altri Stati sovrani, uniti tra loro dal nomos del terra. E ciò non soltanto perla ferita irrimarginabile inferta dalla Shoah, ma per una storia radicata in un rapporto con la trascendenza che sporge dall’orizzonte immanente della politica moderna. Tale eccedenza è testimoniata dal destino ambivalente del sionismo — realizzato nelle sue intenzioni, eppure in perenne contraddizione con se stesso, in continua “in crisi”, come già nel 1943 scriveva Hannah Arendt (La crisi del sionismo, ora tradotto in Politica ebraica per Cronopio).

Fondato alla fine dell’Ottocento da Theodor Herzl in una prospettiva che affidava l’emancipazione ebraica alla creazione di uno Stato nazionale non diverso dagli altri, esso ricercava nell’appropriazione di una terra la garanzia dell’esistenza politica. In tal modo gli ebrei pagavano il prezzo di rinunciare alla propria specificità senza ottenere un’inclusione paritaria nel concerto delle nazioni. Come annotava profeticamente Joseph Roth, essi erano sempre stati uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio».

Con quella opzione gli ebrei acquisivano il diritto indispensabile alla propria sopravvivenza, ma smarrivano nello stesso tempo un elemento decisivo della loro identità differenziale. Gershom Scholem e Martin Buber ne delineavano il profilo proprio nel contrasto con quella bipolarità tra individuo e Stato che, nel paradigma di sovranità, caratterizza la politica moderna. Se il primo già negli anni Trenta dubitava che la questione ebraica potesse trovare definitiva soluzione in Palestina, il secondo negava che Sion fosse riducibile alla figura degli altri organismi nazionali Certo, come afferma l’autrice, la costruzione dello Stato era la via necessaria, ma non la meta ultima.



In questo senso ella riconosce in tutta la sua tensione quella “tragicità del sionismo” di cui parla Shmuel Trigano nel suo Il terremoto di Israele. Filosofia della storia ebraica (Guida). Il ritorno alla terra non può cancellare la diaspora. Il destino di Israele non è lo Stato, ma qualcosa che, attraverso di esso, si pone al contempo anche al suo esterno. Come sostiene Lévinas, la stella di David brilla nel punto di tensione tra identità e alterità, spazio e tempo, terra e cielo. Solo restando fedele all’attesa, Israele può corrispondere alla promessa di cui è esito e testimonianza.

La forza, e la passione, di questo sguardo sta nel riconoscere in tale condizione una frattura e una risorsa. Una frattura rispetto al destino degli altri Stati n azionali e una risorsa nel momento in cui esso è messo radicalmente in discussione dalla globalizzazione. Il fatto di non essere uno Stato come gli altri conferisce a Israele la possibilità di sperimentare una nuova modalità politica, non basata sulla difesa identitaria di confini bloccati, ma sul principio della continua alterazione.

Certo, va detto che tra quanto sostiene la Di Cesare, lungo una linea di pensiero letteralmente anarchica, e la realtà della politica effettuale di Israele, vi è più di una differenza, se non anche un contrasto. Ma ella stessa rivendica la possibilità e la necessità, da parte del pensiero, di spingersi aldilà del dato storico verso il non-luogo dell’utopia. Sia il discorso sulla nuova comunità, come alternativa alla sovranità dello Stato, sia quello su una categoria di pace non derivata in negativo dalla guerra, ne costituiscono esempio. Essi valgono, si può dire, non nonostante, ma in ragione della loro inattualità.

 La Repubblica – 3 febbraio 2014



Donatella Di Cesare
Israele. Terra, ritorno, anarchia
Bollati Boringhieri, 2014
12.50