TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 2 febbraio 2014

Keynes, Sraffa e Mussolini. Una polemica sulle banche che ricorda molto l'oggi.



Leggendo questo articolo ci è venuto da pensare a come oggi i politici italiani (tutti liberisti, da Berlusconi a Renzi, passando per Letta) reagirebbero a un intervento simile di stampo keynesiano. Non abbiamo il minimo dubbio che la condanna sarebbe unanime e il povero Sraffa sarebbe tacciato di ideologismo veterocomunista.

Giorgio La Malfa

L’ira del Duce per l’articolo di Piero Sraffa



Sul «Corriere della Sera» del 7 gennaio si è parlato dell’interruzione nel 1922 della collaborazione di John Maynard Keynes con il quotidiano di via Solferino. Non so se vi sia qualcosa a questo proposito nell’archivio del «Corriere», ma la questione potrebbe essere legata a un episodio poco noto, ma molto interessante. La pubblicazione nel 1919 del suo libro Le conseguenze economiche della pace rese Keynes celebre in tutto il mondo. In pochi mesi del libro furono vendute oltre 100 mila copie in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia venne pubblicato nel 1920 da Treves, tradotto da Vincenzo Prato. I giornali internazionali cominciarono a cercare la collaborazione di Keynes. Nel 1921 il «Manchester Guardian» gli commissionò la cura di 12 supplementi sulla situazione economica postbellica. Keynes, oltre a scrivere 12 o 13 articoli, si occupò anche di scegliere gli argomenti, trovare i collaboratori in vari Paesi e concordare i loro interventi. Fra gli altri, scrissero per i supplementi Benedetto Croce e Luigi Einaudi.

All’inizio del 1922, Keynes conobbe, presentatogli da Gaetano Salvemini, un giovane economista italiano, laureato con Einaudi, che era in quel momento alla London School of Economics. Si trattava di Piero Sraffa, figlio di Angelo Sraffa, brillante avvocato, professore di diritto commerciale a Torino e rettore, dal 1917, della Università Bocconi. Keynes chiese a Piero Sraffa un articolo sulla situazione delle banche italiane, di cui erano note le difficoltà. L’articolo, pubblicato sull’«Economic Journal» di cui Keynes era direttore, apparve in una versione più breve sul supplemento del «Manchester Guardian» del 7 dicembre 1922.

Secondo una ricostruzione molto accurata del professor Nerio Naldi (Dicembre 1922: Piero Sraffa e Benito Mussolini , «Rivista Italiana degli Economisti», agosto 1998), l’articolo provocò una furibonda reazione di Mussolini, da poco più di un mese capo del governo. In un telegramma ad Angelo Sraffa, il Duce scriveva che il fatto di essere socialista non autorizzava il giovane Sraffa (che era notoriamente amico di Antonio Gramsci e scriveva su «L’Ordine Nuovo») a gettare il fango all’estero sulle istituzioni finanziarie italiane. Terminava minacciosamente riservandosi di chiedergli conto con altri mezzi (!) di questo atto vergognoso.

Il padre, che qualche mese prima aveva subito un’aggressione da parte di un fascista ed era stato oggetto di aspri attacchi sul «Popolo d’Italia», non sottovalutò il telegramma. Rispose immediatamente chiedendo scusa per le intemperanze del figlio, offrendosi di recarsi a Roma per parlare con il Duce. Questi rispose con un telegramma nel quale ingiungeva al giovane Sraffa di rettificare ciò che aveva scritto sul «Manchester Guardian». L’episodio non rimase circoscritto a questo scambio di telegrammi: l’amministratore delegato della Banca Commerciale, Toeplitz, convocò sia Piero Sraffa che il padre, minacciando di adire alle vie legali.

Di tutto questo Piero Sraffa riferì per lettera a Keynes, spiegandogli il putiferio che era successo, ma non propose alcuna rettifica al suo articolo. Probabilmente l’episodio influì sulla sua decisione, pochi anni dopo, di accettare l’invito di Keynes a trasferirsi a Cambridge, dove Sraffa rimase fino alla sua morte, nel 1983. La coincidenza dei tempi fra la dura reazione di Mussolini e la fine della collaborazione al «Corriere» di Keynes mi fa pensare che le due cose possano essere correlate fra loro.

Probabilmente il «Corriere», avuta notizia dell’accaduto, ritenne prudente non suscitare ulteriormente le ire del Capo facendo apparire sul giornale il nome di Keynes da cui era nato il pasticcio. In quel momento, la buona borghesia liberale milanese (e non solo) guardava ancora al fascismo con simpatia, come una medicina necessaria per riportare ordine nel Paese. Solo dopo il delitto Matteotti, una parte, pur sempre piccola, di essa comprese quello che doveva essere evidente fin dalle prime violenze dei fascisti.


Il Corriere della sera 31 gennaio 2014