TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 18 febbraio 2014

La realtà dell'unicorno



Nel bestiario immaginario medievale l'unicorno è l'animale magico per eccellenza. Un libro di Robert Pastoreau ne svela i segreti.

Stefano Salis

La realtà dell'unicorno

Si potrà sempre dubitare, si farà presto a dire «è un falso, non ci credo, tutte panzane, portatemene uno vero». Sarà. Eppure se anche, facilmente, risponderete «no» alla domanda «gli unicorni esistono?», magari, come me, invece, sareste ben lieti di rispondere «sì», o potreste lasciarvi aperta ancora una minima speranza. E per tutta una serie di motivi. «Descritto per la prima volta cinque secoli prima dell'era cristiana, l'unicorno ha sempre intrigato gli zoologi, catturato l'attenzione dei viaggiatori, sedotto gli artisti e fatto sognare i poeti». Non vi basta? A me avanza, addirittura. Ed è per questo che all'unicorno, figura iconica della cultura medievale e rinascimentale – per poi sparire man mano, sopraffatto dalla zoologia reale di Linneo e dei Lumi –, animale divenuto libresco, letterario, fantasioso, meraviglioso e non per questo meno reale, seppure incantato, dovremmo prestare, oggi più che mai, non solo la nostra attenzione ma anche rinnovare la nostra sorpresa venerazione.

La frase che ho citato sopra è del massimo conoscitore dei bestiari medievali, Michel Pastoureau che sui Secrets de la Licorne (il francese, curiosamente, è l'unica lingua che attribuisce all'animale il genere femminile) ha scritto un libro, in collaborazione con Élisabeth Delahaye, appena uscito in Francia e che meriterebbe senz'altro di approdare anche da noi.



Animale gentile, solitario, purissimo, raffigurato in vari modi (quasi sempre rassomigliante a un cavallo, però) e sempre più spesso con un manto bianchissimo e un potentissimo corno in mezzo alla fronte, l'unicorno ha popolato l'immaginario umano per secoli. E non ne è ancora uscito. Avverte bene, Pastoureau, che è inutile, e persino dannoso, farsi beffe o giudicare la zoologia medievale con i criteri delle scienze attuali. Quella era una cultura nella quale l'immaginario era reale e presente non meno di ciò che poteva essere toccato. E così, se si parla di animali, insieme all'unicorno c'erano grifoni e draghi, fenici e sirene, basilischi e manticore. Ma attenzione, perché alla medesima zoologia fantastica – anzi, no, meglio a quella fantastica zoologia – appartenevano non di meno animali che ci sono oggi ben noti, che so, leoni, pantere, cervi ed elefanti. Anche per essi vigevano le regole di fantasia e immaginazione adoperate per gli animali mai repertoriati dai naturalisti. Tutto, infatti, era simbolo di qualcosa d'altro. Perché mai il non concretamente esperibile dovrebbe essere falso? Dopotutto: avete mai toccato un sogno?

Sia come sia, l'unicorno è ben reale nell'esperienza quotidiana delle alte sfere come del popolino, quando il papa Clemente VII – non proprio un pagano miscredente – manda in dono un corno di unicorno (certo, ai nostri occhi è un dente di un narvalo) al re Carlo di Francia. Per augurargli buona sorte e proteggerlo dagli eretici, viste le proprietà di quella incredibile, e rarissima, reliquia. Pare che il papa, nel 1533, avesse pagato per il regalo sontuoso 33mila ducati (per dire: a Michelangelo, per la Sistina, ne vennero riconosciuti 3mila). Non era solo un talismano contro gli eretici, del resto.

L'unicorno era divenuto prima di quella data addirittura una figura cristologica (cioè era divenuto un simbolo cristiano, e non sono poche le rappresentazioni di Gesù in forma di unicorno, come di cervo o di leone) e il corno era metafora dell'unità di Spirito Santo e corpo. Ma, anche più prosaicamente, aveva poteri eccezionali, quel corno, ed ecco perché era così ricercato. Guariva dalle malattie, toglieva i veleni, rendeva potabile l'acqua agli animali, poteva allontanare dalla morte i moribondi – ancora in questa funzione lo ricorda Harry Potter nel primo episodio della saga della Rowling, quando ne incontra uno. L'animale era selvaticissimo e indomabile: l'unico modo per catturarlo era mettere una vergine su una radura e aspettare che l'unicorno, attratto irresistibilmente dall'odore della sua castità, arrivasse a inginocchiarsi davanti alla fanciulla di turno e poi dormire posando la testa sopra il di lei grembo. A quel punto, i cacciatori potevano intervenire.



Sono centinaia, per tutto il Medioevo, le rappresentazioni artistiche di questo tipo di scena: si va dai capolavori pittorici (variante: le donne dell'unicorno, ritratti di fanciulle rappresentate mentre tengono in mano – sì, a volte gli unicorni sono piccoli come gatti, avete presente il Raffaello della Galleria Borghese? – o sono vicine alla bestia) a quelli di altro tipo artistico: su tutti gli arazzi raffinatissimi di Cluny, sui quali a lungo si sofferma Pastoureau. L'unicorno era dunque simbolo di purezza e innocenza, ma indubbiamente anche di forza e unione. Non a caso, dai primi del Seicento e fino a oggi (!) l'unicorno e il leone sono i simboli delle insegne della regina d'Inghilterra, arrivandole, per parte araldica, l'unicorno dal trono di Scozia.

E, per verificare quanto sia ancora presente (e reale!) l'unicorno, fate un salto a Parigi al Museo della Caccia e della Natura, dove ha una sala dedicata (con tanto di prime pagine de «Le Monde» che annuncia il ritrovamento di veri unicorni in Africa, siamo negli anni Cinquanta...), o ammirate lo stupendo pesce d'aprile della British Library, che nel 2012, dichiara di avere ritrovato un antico e perduto manoscritto medievale contenente le ricette per cucinare l'unicorno, una volta catturato. Un modo intelligente e divertito di prendere con leggerezza, ma non stupidamente, la propria missione e il proprio lavoro. 

E, forse, uno dei lasciti più duraturi dell'unicorno è questo. Che bisogna avere occhi per "saper vedere" l'invisibile, che la forza trascendente dell'immaginario è presso di noi, è con noi, e ci rende umani. Perché siamo capaci di fabbricarci e credere, infine, agli unicorni, a dispetto della noia quotidiana. Ogni tanto, una miracolosa e inaspettata apparizione bianca, pura, ineffabile, ci ricorda la potenza della nostra immaginazione. Ed è la letteratura, è l'arte, è la poesia. L'unicorno è il richiamo del meraviglioso: io, per me, lo voglio ascoltare.




Il Sole 24 Ore 16 febbraio 2014