TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 14 febbraio 2014

l'Unità 1924-2014. Gramsci e il «giallo» della lettera


L’atto fondativo del giornale fu sequestrato nel ’23 ritrovato e di nuovo smarrito. È fondamentale pere capire  la svolta che il fondatore impose al Pci.

Francesco Giasi*

Gramsci e il «giallo» della lettera

Il 21 settembre 1923 la polizia irruppe in un appartamento della periferia di Milano arrestando i principali dirigenti del Pci sino ad allora scampati alla repressione di Mussolini. Tra gli arrestati vi erano Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Alfonso Leonetti, futuro direttore de l’Unità. Il segretario del partito, Amadeo Bordiga, era stato imprigionato a febbraio, mentre Gramsci era costretto a rimanere a Mosca poiché in Italia era stato spiccato contro di lui un mandato di cattura.

Nel corso della perquisizione dell’appartamento milanese la polizia aveva sequestrato tutte le «carte sparse sul tavolo» e «tutte le altre rinvenute indosso ai fermati». Tra le carte sequestrate vi era probabilmente anche la lettera del 12 settembre 1923 - la famosa lettera sulla fondazione de l’Unità - in cui Gramsci definiva i caratteri da dare a un nuovo quotidiano e le ragioni del suo titolo. La fondazione del giornale s’era resa necessaria dopo la fallita fusione con il Psi e la riunione milanese era stata convocata anche per affrontare questo tema. C’era la necessità di dar vita a un quotidiano diffuso tra i lavoratori come lo era stato l’Avanti! e in grado di «vita legale» sotto un governo che utilizzava il minimo pretesto per colpire la stampa di opposizione.

Ma nella sua lettera Gramsci andava oltre questi due obiettivi e, nel definire le funzioni da attribuire al giornale, presentò, in forma abbreviata, un nuovo programma per il suo partito. Il nome del giornale avrebbe dovuto evocare innanzitutto l’unità tra Settentrione e Mezzogiorno in quanto egli era convinto che l’appello all’unità di operai e contadini lanciato dall’Internazionale comunista dovesse tradursi in «Repubblica federale degli operai e dei contadini» per sconfiggere gli autonomismi e superare il centralismo dello Stato sabaudo. Le volontà di Gramsci rimasero sconosciute per alcune settimane a causa degli arresti di settembre. Togliatti fu liberato alla fine dell’anno e, il 12 febbraio 1924, l’Unità, quotidiano degli operai e dei contadini, vide la luce nella forma abbozzata da Gramsci cinque mesi prima.

La lettera di Gramsci rimase nelle mani della polizia e nessuna copia è stata mai rintracciata negli archivi del partito. Ancora nel 1961, nel presentare un insieme di documenti sulla formazione del gruppo dirigente del Pci nel biennio 1923-24, Togliatti ne ricostruì il contenuto a memoria. Lo fece in modo dettagliato e fedele come si poté riscontrare due anni dopo quando la lettera fu finalmente ritrovata nei fondi di polizia dell’Archivio centrale dello Stato e pubblicata da Stefano Merli sulla Rivista storica del socialismo. Non fu però specificato in quale fascicolo la lettera fosse stata rinvenuta e non risulta che sia stata più rintracciata in seguito. Per l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci, dopo alcune ricerche andate a vuoto, si è deciso di utilizzare una trascrizione dattiloscritta conservata nell’archivio della rivista di Merli. Ma le ricerche continuano.

La lettera «smarrita» è un documento imprescindibile per la ricostruzione della biografia di Gramsci in quanto l’atto fondativo de l’Unità è strettamente collegato alla nuova direzione che egli impose al partito comunista a partire da quella data. Egli aveva ormai avviato la più radicale critica agli esiti della scissione di Livorno da lui giudicata come «il più grande trionfo della reazione». La maggioranza degli operai e dei contadini non avevano seguito il Partito comunista, mentre il Partito socialista si ritrovava lacerato da insanabili divisioni. Lo sfacelo del socialismo italiano, a partire dal gennaio 1921, aveva favorito il successo del fascismo e la rapida ascesa al potere da parte di Mussolini. Per quasi tre anni si erano protratte le trattative per ricomporre ciò che si era scisso a Livorno ma, dopo lunghi dissidi, la riunificazione riuscì in minima parte, poiché passò al Pci soltanto la piccola componente guidata da Giacinto Menotti Serrati. Al tempo stesso Gramsci espresse - dopo lunghi tentennamenti («anguilleggiamenti», li chiamò lui stesso) - i più severi giudizi sui primi due anni di vita del Pci. Criticò la concezione meccanicistica e deterministica di Bordiga sostenendo che il Partito comunista, nato per ovviare all’inadeguatezza del Psi, non aveva avuto né la capacità di dirigere gli operai né di rappresentare le enormi masse contadine; affetto da settarismo e massimalismo, non aveva saputo opporre nulla di significativo alla travolgente forza del fascismo.

Chiedendo di «dare importanza specialmente alla questione meridionale» di occuparsi del particolare rapporto esistente in Italia tra contadini e operai, Gramsci indicava temi che egli avrebbe costantemente trattato fino al momento dell’arresto. Su questo terreno avvicinò a sé il bordighiano Ruggero Grieco, il sindacalista rivoluzionario Giuseppe Di Vittorio e il leader cattolico cremonese Guido Miglioli, ricevendo gli apprezzamenti di intellettuali antifascisti meridionali come Guido Dorso. L’attenzione rivolta ai problemi del Mezzogiorno, alle classi rurali e alla questione delle alleanze tra le diverse classi lavoratrici consentì al partito di uscire dall’isolamento a cui era stato ridotto dalla direzione bordighiana e di inaugurare una politica capace di ricevere «la simpatia delle grandi masse », come si legge nel suo primo articolo pubblicato su l’Unità il 21 febbraio 1924. 

Eletto deputato, Gramsci rientrò in Italia, da Vienna, quando il giornale usciva già da tre mesi. Dall’estate del 1924 - mentre il fascismo sembrava irrimediabilmente indebolito dal caso Matteotti - assunse la carica di segretario del partito e seguì la vita del quotidiano alla maniera di un direttore.

Giornalista a l’Avanti! di Torino dal 1915, fondatore e animatore di riviste e quotidiani, considerava l’attività politica non separabile da quella giornalistica. Una delle sue ultime lettere prima dell’arresto contiene un severo richiamo alla redazione del suo giornale in nome della serietà del lavoro giornalistico. l’Unità uscì per l’ultima volta il 31 ottobre 1926, il giorno dell’attentato di Bologna a Mussolini. In tre anni aveva subito 146 sequestri e due periodi di sospensione; la tiratura media si era aggirata intorno alle 30mila copie (con punte di 70mila nell’estate del 1924). 

Una settimana dopo la chiusura del giornale Gramsci non riuscì a sfuggire all’arresto mentre le leggi eccezionali decretarono la definitiva instaurazione del regime fascista.


l’Unità 12 febbraio 2014



*Vicedirettore Fondazione Istituto Gramsci