TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 7 febbraio 2014

L'Unità compie 90 anni. C'era una volta il giornale del partito.



Da ragazzi negli anni '60 andavamo a scuola con l'Unità bene in vista. Prima del '68 al liceo si andava in giacca e cravatta e quello era il nostro modo di distinguerci. Presto sarebbe arrivato l'eskismo e l'Unità ci sarebbe apparsa un giornale moderato, ma in qualche modo le rimanemmo affezionati come si fa coi primi amori. Un sentimento che dura ancora oggi, quando alla soglia dei 90 anni il giornale che fu di Gramsci non ha più alcun legame con quella storia.


Filippo Ceccarelli

L'Unità. C'era una volta il giornale del partito.



Vista, rivista, ricordata e analizzata dalle prime pagine di un quotidiano la storia procede necessariamente a sbalzi sacrificando l'umile quotidianità che pure anticipa e rincorre i grandi eventi illustrati con magnifiche foto e altissimi titoli.

L'Unità compie dunque novant'anni. «Puro e semplice» impose il titolo della testata Antonio Gramsci. Tale è rimasto, con più di 30mila numeri alle spalle, una piccola grande vicenda, la necessità, la cospirazione, la persecuzione, il tempo del ciclostile, la rinascita, il distinto perfezionismo di Togliatti che voleva il giornale «degli operai e dei contadini» ispirato nelle sue forme ai grandi giornali borghesi, la stagione di massa delle feste e della diffusione domenicale, il gran vivaio dei giornalisti che si consideravano «la Marina del Pci», l'arma più elegante, quasi snob; poi la crisi del partito, la strenua resistenza e il patatrac del suo "organo", come pure a lungo si diceva senza ridere, quindi le traversie, le peripezie e la lotta per la sopravvivenza.

Sempre più dura, quest'ultima, come se l'antica e impersonale proprietà, pur incarnata nella figura di Amerigo Terenzi, manager pratico e leggendario, finanziere misterioso, eppure sublime esperto d'arte e filosofo di luminoso scetticismo romanesco con quel suo passeggiare al Verano intrattenendo i suoi interlocutori dinanzi all'iscrizione tombale: «Quello che siete fummo/ Quello che siamo sarete», ecco, è come se l'antica proprietà, una volta venuta meno, si fosse vendicata facendosi surrogare da una girandola di quote azionarie ammattite, residui ciellini, boss della Sanità, cavalieri di ventura, rampanti del meta-berlusconismo in ritirata e della psicologia ascendente e perfino un cane lupo, a nome Gunther.

Comunque fondata da Antonio Gramsci: «E allora i soldi — disse una volta Occhetto, giovialone — fateveli dare da Gramsci». Sia come sia, mercoledì 12 i lettori troveranno in edicola uno speciale che raccoglie 90 prime pagine dell'Unità, inserto realizzato da Fabio Luppino con articoli di Alfredo Reichlin, Michele Serra, Paolo Di Paolo e una tavola inedita di Sergio Staino. Per ragioni anagrafiche, politiche e quindi anche sentimentali se ne consiglia la visione in compagnia. Forse un modo per attenuare l'ombra del tempo che fugge e insieme provare a riallacciare i fili, le fila e un po' anche i filamenti della storia.

Non c'è gioia, infatti, in queste pagine e forse nemmeno più quella superba sicurezza che a lungo si avvertiva nel Pci, che come tale possedeva il monopolio della Razionalità. Quella specie di orgogliosa autosufficienza che si avverte risfogliando un opuscolo fotografico di fragile rilegatura — Come vive un giornale (1945-1972) — con Togliatti meticolosissimo in tipografia, le maestranze in canottiera e un teatro con drappi e pubblico incappottato per la cerimonia de "La Befana dell'Unità". Un mondo a parte, ma più che rispettabile e forse, alla metà degli anni Settanta, indispensabile. Ma oggi?



Non dev'essere stata facile oggi la selezione, e non solo perché il giornale — come tutti, un po' più di tutti — naviga in cattive acque. È che il comunismo è passato veramente e disperatamente di moda; e seppure l'espressione è orribile ritrovarselo lì, nudo e crudo, fa uno strano effetto; e i ricordi si aggrovigliano, stentano a trovare un senso, ondeggiano nel loro utile e contraddittorio susseguirsi.
Gli anni fondativi, come sempre, assomigliano a un'epopea. A Roma, notte fonda, camionette riportano a casa giovanotti stremati, Ingrao, Alicata, Pintor, Reichlin, Maurizio Ferrara, giornalisti «irruenti e sfacciati», secondo Ingrao, «come missionari in Congo », li ricorda Ferrara.

Giornalismo proletario, si diceva. All'edizione di Milano ci sono Renato Mieli e Davide Lajolo, due vite a loro modo fantastiche. Fattorini, segretari, autisti, centralinisti hanno conosciuto il carcere, l'emigrazione, la guerra partigiana. Per i corridoi si aggira "Nuvola", una misteriosa donnina di origini bulgare dallo sguardo duro e indagatore che pare sia stata l'amante di Dimitrov. Legge, ritaglia e traduce vecchi articoli della Pravda e li consegna complice ai redattori: «Notizie fresche dall'Urss». A Torino comanda un dirigente arcigno e triste, Mario Montagnana, cognato del Migliore, fissato con l'idea di arruolare come redattori operai veri. Un giorno ne trova uno alle Ferriere che è il più operaio di tutti, ma ha poco tempo di compiacersene perché quello, imparato il mestiere, si trasferisce alla Gazzetta del popolo.

Nel frattempo Calvino è inviato sul set di Riso amaro, in redazione arriva Diego Novelli con chitarra che improvvisa una specie di équipe di cantastorie che gira per la città, ma si processa un giornalista che si è comprato delle scarpe di zebù, segno di inopportuno imborghesimento.
Mentre per il Sud e non per caso anche per il mondo femminile — gioie e dolori, fatiche e speranze — vale appena segnalare lo splendido romanzo di Ermanno Rea, Mistero napoletano (Einaudi, 1995), incentrato sul suicidio di una giovane, bellissima e libera, soprattutto, giornalista dell'Unità, Francesca Spada.

Poi, come tutto, anche questa storia continuò avventurosamente, per quarant'anni e più, senza riconoscere che stava avviandosi alla sua temeraria fine. Con musiche, balli e trenini, per dire, nella «festa d'addio del giornalista comunista», ai margini del congresso di Rimini, nel 1991, dancing "Rio Grande", Igea Marina. Ma da allora trascinandosi dietro un sentore di tristezza, come solo il vuoto gli dà essenza e colore.

E da Gramsci, passando per Cannavaro che solleva la coppa con le braccia tatuate, l'opuscolo del novantesimo arriva così a un orrido Renzi, ripreso dal basso, a occhio di rana, celebrandone "il trionfo". Ma nulla al dunque riesce a eguagliare il fascino, tutto gramsciano, di quel titoletto là in basso, quasi invisibile del primo numero. Un dubbio che dice: «Rincuorare o illudere?» — e ognuno gli dia la risposta che può.


la Repubblica - 7 Febbraio 2014