TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 22 febbraio 2014

Se lo stato fa la guerra ai suoi cittadini. Quarant'anni dopo la ricerca della verità su piazza della Loggia



Stragi di Stato (e non di corpi “deviati”) lucidamente programmate e attuate per mantenere equilibri politici interni e internazionali. Questa la verità indicibile che nessun tribunale di questa repubblica ammetterà mai. 

Giovanni Bianconi

Quarant'anni dopo la ricerca della verità su piazza della Loggia



«Io mi rendo conto che siamo a quarant'anni di distanza dai fatti», esordisce e conclude il pubblico ministero dell'undicesimo processo per la strage di Brescia, 28 maggio 1974, otto morti e 102 feriti.

«Ormai di questa vicenda dovrebbe occuparsi la storia, ma anziché all'archivio di Stato ne stiamo ancora discutendo in un'aula di giustizia», spiega con malcelata frustrazione il sostituto procuratore generale Vito D'Ambrosio. Dopo tanti tentativi non ci sono colpevoli condannati. Il verdetto d'appello del 2012 ha assolto gli imputati residui — tre ex estremisti di destra (uno, Carlo Maria Maggi, che il pm continua a indicare come mandante dell'attentato, ha compiuto 79 anni) e un carabiniere in pensione — con una sentenza che il pm definisce «illogica e contraddittoria».

Ecco perché chiede alla Corte di cassazione di annullare quel verdetto: «Una decisione segnata da così gravi carenze e lacune non può rimanere l'ultimo atto di ricerca della verità. Nemmeno dopo quarant'anni». È la stessa aspettativa dei familiari delle vittime.

Il presidente dell'Associazione, Manlio Milani, il 28 maggio '74 era in piazza della Loggia per manifestare contro il terrorismo nero insieme alla moglie, uccisa dalla bomba. Ieri era in aula, come sempre da quarant'anni. «È vero che è passato tanto tempo — dice — ma noi ne chiediamo ancora un po' per avere una verità che si presenti come tale. Con il tempo la verità storica e quella processuale si stanno avvicinando, ormai i depistaggi e la responsabilità dell'area della destra sono assodati».

Tra oggi e domani la Cassazione deciderà se concedere un'altra possibilità, oppure no. Se dichiarare la resa della giustizia e la vittoria finale dei depistaggi — quelli sì, accertati, a differenza dei colpevoli — attivati da subito per occultare le trame nascoste dietro la strage, o insistere nella ricerca di quella prova che finora, secondo i giudici, non è emersa dagli indizi raccolti. È uno dei paradossi italiani: apparati dello Stato si sono adoperati per proteggere i responsabili delle bombe (a Brescia e altrove, da piazza Fontana in poi), riuscendoci al punto che quarant'anni dopo altri rappresentanti dello stesso Stato si ostinano a chiedere un nuovo processo. Per piazza della Loggia sarebbe il dodicesimo. Comunque andrà, per lo Stato sarà una sconfitta. Anche se c'è modo e modo di perdere.


Il Corriere della Sera | 21 Febbraio 2014