TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 16 febbraio 2014

Se Sochi rievoca il genocidio nascosto del popolo circasso



Tutti conosciamo la guerre di sterminio condotte dai bianchi contro gli indiani del Nord America. Poco, invece, si conosce delle guerre condotte, con gli stessi metodi e negli stessi anni, dai russi contro le popolazioni indigene del Caucaso.

Paolo Valentino

Se Sochi rievoca il genocidio nascosto del popolo circasso


Chi sono
I circassi (detti anche adighé o adighi) sono uno dei più antichi popoli autoctoni del Caucaso. Oggi oscillano tra i quattro e i cinque milioni, quasi la metà vive in Turchia

Pulizia etnica
A metà del XIX secolo gli abitanti della Circassia, nel Nordovest del Caucaso al confine con l’impero Ottomano, furono costretti a lasciare la loro terra dai russi vittoriosi in quello che viene definito il primo moderno caso di pulizia etnica

I numeri
Tra il 1863 e il 1864 più di 700 mila circassi furono uccisi, 480 mila furono deportati e 80 mila rimasero nella propria terra


«La guerra fu condotta con severità implacabile e senza pietà. Avanzammo passo dopo passo, ripulendo irrevocabilmente fino all’ultimo uomo ogni pezzo di terra su cui i nostri soldati mettevano piede. I villaggi dei montanari vennero bruciati a centinaia, non appena la neve si scioglieva ma prima che le foglie tornassero sugli alberi. Calpestammo e distruggemmo i loro raccolti con i nostri cavalli. Spesso le atrocità sconfinarono nella barbarie, tra le fiamme delle izba, le urla dei bambini, i lamenti delle donne» (Mikhail Venyukov, ufficiale dello Zar).

Quando la prossima settimana Vladimir Putin aprirà con sfarzo e solennità le Olimpiadi di Sochi, uno spettro aleggerà sulla più costosa manifestazione sportiva della Storia. La scelta della località sul Mar Nero, nell’immaginario russo la cosa più simile alla Costa Azzurra dentro i confini della Federazione, evoca infatti un genius loci ignorato e volutamente rimosso per un secolo e mezzo. Zarista, sovietica o post-comunista, la narrativa ufficiale del Cremlino non ha mai trovato spazio alcuno per uno dei massacri etnici più terribili ma meno conosciuti dall’opinione pubblica mondiale.



Il genocidio dei circassi si consumò tra l’ottobre 1863 e l’estate del 1864. Ed ebbe i suoi momenti fatali, toccando le punte più estreme dell’efferatezza e dell’aberrazione, proprio tra le montagne e le valli intorno a Sochi, quelle che vedranno le imprese dei campioni dello sport. I sopravvissuti di una delle più antiche etnie autoctone del bulbo caucasico parlano di 1 milione e mezzo di morti, ma recenti studi storici pongono la barra a un minimo di 700 mila persone, cioè quasi la metà dell’intera popolazione circassa dell’epoca, uccise, morte di stenti o decimate dal tifo e dal morbillo.

Fu un genocidio deliberato e sistematico. Decisi a chiudere per sempre la partita del Caucaso, la guerra coloniale di conquista della regione che si protraeva da quasi cento anni, i comandanti zaristi scelsero la strada delle deportazioni forzate di massa delle popolazioni locali: gli abkazi, gli ubykh e gli adighi o circassi, com’erano stati ribattezzati secoli prima dai mercanti genovesi. Fu il comandante in capo in persona, il principe Mikhail Nikolaevich, fratello dello Zar Alessandro II, a ordinare la pulizia etnica.

«Il mito a lungo alimentato, che i comandanti russi diedero ai circassi la scelta di insediarsi a nord del fiume Kuban, è smentito dalle loro stesse testimonianze», spiega Walter Richmond, lo storico dell’Occidental College di Los Angeles che ha scritto il primo lavoro scientifico sul massacro. Come racconta nel passaggio in apertura l’ufficiale Venyukov, la tragedia ebbe un copione bestiale e sanguinario. E continuò anche sulla costa, dove i sopravvissuti furono lasciati a morire di fame e di malattie. Dopo alcuni casi di contagio a bordo delle loro navi, i russi smisero anche di trasportarli via mare in territorio ottomano e lasciarono ai turchi il resto della deportazione. Secondo Richmond, il principe Mikhail mentì anche allo Zar, che gli aveva ordinato un’indagine per mettere a tacere le voci sul quanto stava accadendo: «Rispose che non c’erano né epidemie, ne morti per fame, nascondendo deliberatamente il crimine».

Né il processo genocida si fermò dopo la mattanza del 1864: «Chi rimase nel Caucaso, forse il 5% della popolazione circassa, fu sottoposto all’assimilazione forzata o perseguitato dai cosacchi, cui fu permesso di insediarsi nella zona. Dopo la rivoluzione bolscevica, il regime sovietico ha fatto di tutto per impedire loro ogni possibilità di sviluppare una cultura unica: a nessuno fu permesso di tornare dai territori dell’ex impero ottomano dove si era diretta la diaspora».



Oggi la popolazione circassa sparsa nel mondo oscilla tra i 4 e i 5 milioni di persone, di cui 2 milioni vivono in Turchia e neppure 700 mila nella Federazioni Russa, dove agli occhi del potere rimangono invisibili. Quando Vladimir Putin fece il discorso di accettazione della sede olimpica, disse che gli abitanti originari della regione erano greci, come se dopo Giasone e gli argonauti non fosse successo più nulla. E tace il moderno Zar anche di fronte alla richiesta di asilo, che viene da migliaia di circassi in fuga dalla Siria: solo in pochi sono stati accolti dal Cremlino, senza facilitazioni per il transito e assistenza.

Resta l’Olimpiade, che punterà le luci della ribalta internazionale sugli stessi luoghi dove centinaia di migliaia di innocenti morirono senza ragione: dapprima considerata uno sfregio dalle comunità circasse, la scelta di Sochi viene ora invece vista come l’occasione per far conoscere al mondo il genocidio di un popolo dimenticato.

Il Corriere della Sera 30 gennaio 2014