TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 12 marzo 2014

Brancusi, l'abbraccio della pietra



Volete capire davvero cosa intendeva Jung quando parlava di archetipi? Guardate le opere di Brancusi.

Rinaldo Censi

Brancusi, l'abbraccio della pietra

La a Colonna senza fine è alta 29 metri e 30 cen­ti­me­tri. Ognuno dei suoi quin­dici rom­boe­dri misura un metro e 80 e pesa 860 chili, e due metà di rom­boe­dro segnano le estre­mità. Ese­guiti in una fon­de­ria di Petro­sani, i moduli in fusione sono stati infi­lati su un’asta di acciaio soli­da­mente pian­tata nelle fon­da­menta, infi­lati ’come perle’, diceva Bran­cusi». Sgabelli-clessidre, la Porta del Bacio, Tavola del silen­zio: Serge Fau­che­reau ha pro­ba­bil­mente scritto il testo più esau­stivo riguardo a quella com­po­si­zione di opere, tra scul­tura e archi­tet­tura, che defi­ni­sce l’insieme di Tîrgu-Jiu, cit­ta­dina rumena, non distante dal luogo dove Con­stan­tin Bran­cusi è nato, il 19 feb­braio del 1876.

C’è chi ha visto in que­sta colonna, la più alta mai con­ce­pita fino alla prima metà del Nove­cento (viene costruita tra il 1937 e il 1938, e quando Fau­che­reau ne scrive, nel 1994, il suo colore giallo dorato è già quasi dis­solto in uno strano beige) una varia­zione rispetto a forme cano­ni­che pre­senti sul ter­ri­to­rio rumeno; c’è anche chi vi ha rin­trac­ciato (ver­sante «avan­guar­di­sta») rimi­ni­scenze d’arte negra o moder­ni­sta. 

 Qual­cun altro invece, forse più accorto, ha ritro­vato in que­sta colonna l’amore di Bran­cusi per linee avi­formi: una pas­sione per il volo. Per Pon­tus Hul­tén que­sta colonna sug­ge­ri­sce infatti il bat­tito d’ali di un uccello in ascesa ver­ti­cale. Una spe­cie di cro­no­fo­to­gra­fia, ma a tre dimen­sioni. Non ten­tava forse Etienne-Jules Marey di cogliere il volo di un uccello, la cui trac­cia e inscri­zione sarebbe rima­sta su pel­li­cola (o su lastra)? Oppure, come se que­sti quin­dici bloc­chi inca­sto­nati come un filo di perle fos­sero quin­dici foto­grammi acco­stati, infi­lati uno vicino all’altro.



Sarà per que­sto che Paul Sha­rits si è recato a Tîrgu-Jiu, nel 1984, per fil­mare l’insieme di scul­ture, e soprat­tutto la Colonna senza fine (Brancusi’s Sculp­ture Gar­den at Tîrgu Jiu)? Vi avrà forse colto una spe­cie di forma «metrica»? Qual­cosa col­pi­sce colui che la osserva, pro­prio per la sua inaf­fer­ra­bi­lità. Per Bran­cusi: «L’arte fa nascere le idee, non le ripro­duce. Vuol dire che un’opera d’arte vera nasce intui­ti­va­mente senza una ragione cono­sciuta prima, per­ché l’arte è la ragione stessa e non si può spie­gare a priori». 

Lo ricorda Fau­che­reau: «Dalla sua forma tra una forza incan­ta­to­ria che impres­siona il visi­ta­tore. Ma non è tutto. Secondo le varia­zioni del cielo, l’orientamento della luce, la distanza e l’angolo visuale, cam­bia colore e di forma. Nes­sun ser­vi­zio foto­gra­fico potrebbe ren­dere que­sta mobi­lità». Pre­senza fisica (la colonna è troppo sot­tile per age­vo­lare qual­siasi remi­ni­scenza fal­lica) e inces­sante senso di insta­bi­lità luminosa.

Sarà per que­sto che Bran­cusi ha comin­ciato a fil­mare con una lus­suosa cine­presa 35mm le sue opere (L’inizio del mondo, o Leda, Musa addor­men­tata, Prin­cess X) facen­dole roteare su se stesse, pro­prio per cer­care di cogliervi l’instabilità, l’instabilità della luce? Paul Sha­rits dal canto suo, si accon­ten­terà di cogliere la fisi­cità delle scul­ture raschiando il micro­fono della presa del suono sulla pie­tra. Suono grezzo, che sfonda la piat­tezza bidi­men­sio­nale delle riprese e lavora in pro­fon­dità, donando una terza dimen­sione alle immagini.



Que­sta diva­ga­zione serve a ren­dere conto di una felice ripro­po­sta, giunta da poco in libre­ria: si tratta della ristampa, aggior­nata, del volume Riga (n. 19*) dedi­cato a Con­stan­tin Bran­cusi, curato minu­zio­sa­mente da Elio Gra­zioli e Marco Bel­po­liti (mar­cos y mar­cos, 25 euro). Un volume esau­stivo, in grado di cogliere l’opera di Bran­cusi attra­verso diverse sfac­cet­ta­ture, tanto che l’insieme dei con­tri­buti lascia emer­gere appunto una sorta di varia­zione lumi­nosa, pri­sma­tica. 

Oltre al testo citato, potrete tro­varvi la tra­scri­zione del famoso inter­ro­ga­to­rio e con­tro inter­ro­ga­to­rio soste­nuto da Bran­cusi con­tro gli Stati Uniti, a pro­po­sito del suo Uccello nello spa­zio acqui­stato da Edward Stei­chen. Un testo mira­bile: una lezione teo­rica in una Corte della Dogana. E poi l’attenzione filo­lo­gica di Paola Mola a pro­po­sito della rice­zione di Bran­cusi in Ita­lia, Mir­cea Eliade e le mito­lo­gie di Bran­cusi, i ricordi di Henri-Pierre Roché, l’acuta rifles­sione di Michel Fri­zot riguardo al lavoro foto­gra­fico di Bran­cusi, una sorta di «scul­tura della super­fi­cie». 



E molto altro. Un poema di Mina Loy e poi di Jean Arp. E poi uno dei testi che hanno segnato un giro di boa nella let­tura dell’opera di Bran­cusi, ci rife­riamo al sag­gio di Rosa­lind E. Krauss, Bran­cusi e il mito della forma ideale. John Ber­ger e la sua let­tera da Parigi.

L’intervento più toc­cante resta quello di Ben­ja­min Fon­dane, poeta rumeno, scrit­tore e cinea­sta, poco cono­sciuto in Ita­lia. «Nulla prova, in effetti, che l’uccello, il gallo, il bam­bino di Bran­cusi siano delle opere d’arte; a prima vista sono sol­tanto ver­te­bre, pezzi di roc­cia, spic­chi di gesso, con­chi­glie vuote, fram­menti disar­ti­co­lati durante lo smon­tag­gio del globo, pura crea­zione di oggetti quasi nuovi che la natura, si direbbe, avrebbe potuto anch’essa creare se avesse potuto spin­gere il suo sogno tanto in alto fino a que­sta purezza (…) La vita ha il diritto di sgor­gare da una pie­tra?». Pare di sì.



Il Manifesto – 21 febbraio 2014