TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 8 marzo 2014

Carla Accardi e Carla Lonzi, racconto di un'amicizia



Ci sono molti modi di festeggiare l'8 marzo, alcuni (vedi le serate di strip maschile) anche molto maschilisti. A noi piace festeggiarlo con il ricordo di un'amicizia.

Giovanna Zapperi

Un autoritratto tutto per sé

La recente scom­parsa di Carla Accardi ha ripor­tato l'attenzione su una delle figure più inte­res­santi del pano­rama arti­stico ita­liano del secondo dopo­guerra, tra le pochis­sime arti­ste della sua gene­ra­zione ad essersi impo­sta all'interno di un con­te­sto for­te­mente maschile. Accardi è stata anche una delle pro­ta­go­ni­ste del neo-femminismo ita­liano insieme a Carla Lonzi, alla quale fu legata da uno straor­di­na­rio soda­li­zio durato circa un decen­nio. È lei infatti l'unica donna a pren­dere la parola in Auto­ri­tratto, libro basato sul mon­tag­gio di con­ver­sa­zioni con arti­sti, che segna il cul­mine della tra­iet­to­ria di Lonzi come cri­tica d'arte. Il libro si con­clude pro­prio con le parole dell'amica pit­trice che segna­lano sia l'imminente pas­sag­gio al fem­mi­ni­smo che il filo rosso che lega le due donne: «(...) voglio che ci sia que­sto pro­blema, donna-uomo, e basta. Un giorno uno mi dice 'non c'è tanto'. No, no, no... io la mat­tina dopo mi rialzo e il pro­blema c'è (...), per­ché una donna deve sem­pre tenere pre­sente il fatto che sta lot­tando, però, per poter godere di una parte di felicità».

Sog­get­ti­vità in cammino

Il resto è sto­ria: nel 1970 Lonzi e Accardi, insieme ad altre donne, danno vita a Rivolta fem­mi­nile, uno dei primi gruppi fem­mi­ni­sti in Ita­lia, fon­dato sul sepa­ra­ti­smo e sulla pra­tica dell'autocoscienza. Il fatto che Rivolta sia nata pro­prio dalla rela­zione tra due donne così for­te­mente coin­volte nell'arte è uno degli ele­menti più sin­go­lari e anche meno stu­diati della nascita del neo-femminismo ita­liano. L'importanza di que­sto fatto è affer­mata da Lonzi stessa in vari pas­saggi del suo dia­rio, ad esem­pio quando scrive: «Rivolta Fem­mi­nile è nata appunto da due per­sone, (Carla) e io, che si erano inter­ro­gate sulla sog­get­ti­vità maschile pro­prio per­ché ci era­vamo poste come sog­getti: (Carla) in quanto arti­sta, io in quanto coscienza di un'identità 'diversa'».

Lonzi e Accardi si erano cono­sciute all'inizio degli anni ses­santa, quando la prima comin­ciava la sua atti­vità di cri­tica d'arte e la seconda era già una pit­trice affer­mata, con alle spalle espe­rienze impor­tanti sui piani intrec­ciati dell'arte e della poli­tica. La vicenda del loro soda­li­zio si dispiega per tutti gli anni ses­santa fino alla rot­tura avve­nuta attorno al 1973, quando l'amicizia si spezza in seguito ad una serie di con­flitti e incom­pren­sioni che ruo­ta­vano attorno alla dif­fi­cile con­vi­venza dell'arte con il femminismo.

Lonzi, che aveva ope­rato un taglio netto con mondo dell'arte, con­si­de­rava l'attività arti­stica dell'amica come un'imperdonabile com­pro­mis­sione con la cul­tura patriar­cale. La rot­tura tra le due tut­ta­via non sarà affatto netta, come atte­stano le nume­rose occor­renze in cui Lonzi torna sulla loro rela­zione nelle pagine del dia­rio redatto tra il 1972 e il 1977, sot­to­li­nean­done il carat­tere fon­da­tivo sia sul piano del pro­prio dive­nire sog­getto che su quello del pen­sarsi all'interno di una sog­get­ti­vità col­let­tiva: «La fidu­cia che (Carla) ha avuto in me mi ha dato molta forza, e quasi un benes­sere fisico. Que­sta fidu­cia (...) mi ha per­messo di comin­ciare il femminismo (...)».

Delle ragioni della crisi tra le due e dei sen­ti­menti con­tra­stanti che carat­te­riz­za­vano que­sta intensa rela­zione fem­mi­nile cono­sciamo bene il punto di vista di Carla Lonzi che ha ana­liz­zato in pro­fon­dità la fine del rap­porto con l'amica. Il punto di vista di Carla Accardi risulta invece più sfu­mato, affi­dato a poche dichia­ra­zioni, spesso molto poste­riori, quando con­si­de­rava con­clusa quella fase della sua vita.

Meno a suo agio con la parola scritta, Accardi pre­fe­riva espri­mersi visi­va­mente, e molti dei suoi lavori rea­liz­zati a cavallo tra gli anni ses­santa e set­tanta por­tano le tracce del suo inte­resse per i temi fem­mi­ni­sti. Gli inter­venti di Accardi all'interno diAuto­ri­tratto ruo­tano spesso attorno ai temi dei rap­porti uomo-donna, della con­di­zione fem­mi­nile e delle diverse forme di oppres­sione, con un inte­resse par­ti­co­lare per le lotte per i diritti civili degli afro-americani. L'attenzione per que­sti pro­blemi atte­sta dell'intensa fase di gesta­zione che sfo­cerà nel fem­mi­ni­smo e che è pos­si­bile cogliere anche in alcuni dei lavori di que­sti anni.



Forme ibride

Gli ambienti e le tende – Tenda, 1965–66, Ambiente aran­cio, 1966–68, Tri­plice tenda, 1969–71 –, nei quali Accardi dia­loga con le espe­rienze più radi­cali e inno­va­tive del design e dell'architettura ita­liani, costrui­scono degli spazi nomadi e anti-istituzionali, delle «stanze tutte per sé» che rie­cheg­giano la neces­sità di creare uno spa­zio sepa­rato, pre­con­di­zione alla pra­tica fem­mi­ni­sta dell'autocoscienza. Que­sti lavori non sono sol­tanto delle forme ibride in cui si intrec­ciano pit­tura, scul­tura e archi­tet­tura, ma si con­fi­gu­rano come degli spazi dell'esperienza che pre­sup­pon­gono una par­te­ci­pa­zione attiva per chi guarda. Non è un caso se nella loro discus­sione del 1966 attorno alla Tenda dello stesso anno, Lonzi e Accardi ela­bo­rino insieme una let­tura proto-femminista dell'opera, che rimanda secondo Lonzi ad «una feno­me­no­lo­gia fem­mi­nile (...) un atteg­gia­mento che comin­cia a rive­larsi molto ido­neo nell'attuale ten­denza a smi­tiz­zare le ope­ra­zioni umane». Il dia­logo tra le due donne va ben oltre una let­tura pura­mente for­male, che appare infatti ina­de­guata a cogliere il signi­fi­cato poli­tico e il coin­vol­gi­mento di que­sti lavori nelle tra­sfor­ma­zioni che sta­vano scon­quas­sando l'arte e la società in quel momento.

La rot­tura con Carla Lonzi era essen­zial­mente dovuta alla dif­fi­coltà di pen­sare la crea­ti­vità fem­mi­nile al di fuori del coin­vol­gi­mento con l'ordine patriar­cale. Nel pro­gramma di decul­tu­ra­zione radi­cale pro­po­sto da Rivolta fem­mi­nile, l'arte era infatti con­si­de­rata come un'attività troppo com­pro­messa con le strut­ture dell'oppressione fem­mi­nile e se nell'effervescenza dei primi anni del gruppo le tema­ti­che arti­sti­che non erano le più urgenti, il pro­blema del nesso tra l'arte e il fem­mi­ni­smo si pose imme­dia­ta­mente. All'inizio infatti Lonzi e Accardi si con­fron­tano nella ricerca di una crea­ti­vità dif­fusa e «non patriar­cale», ovvero non più fon­data sulla sepa­ra­zione ver­ti­cale tra arti­sta e spet­ta­tore, ma sull'orizzontalità dell'autocoscienza. Gli inizi del movi­mento fem­mi­ni­sta cor­ri­spon­dono per Lonzi alla pos­si­bi­lità di «una iden­ti­fi­ca­zione di me fino allora lasciata sospesa e nella cui impos­si­bi­lità avevo con­su­mato un'infinità di ener­gie», e si tra­du­cono anche nel ten­ta­tivo di rifor­mu­lare l'idea stessa di crea­ti­vità nei ter­mini di una pra­tica tra­sfor­ma­tiva che inve­sta il sog­getto fem­mi­nile all'interno di una dina­mica collettiva.

Per Lonzi la crea­ti­vità così come emerge dalla sto­ria dell'arte trova il suo fon­da­mento nell'esclusione della donna ed è dun­que intrin­se­ca­mente patriar­cale, pro­prio per­ché fon­data su quell'asimmetria tra l'unicità del sog­getto maschile (l'artista) e il suo altro pas­sivo che è la donna. Per que­sto il ter­mine di crea­ti­vità in Lonzi affiora in modi così com­plessi e con­trad­dit­tori, nella misura in cui andrebbe ripen­sato ciò che si intende per crea­ti­vità a par­tire da un dive­nire sog­getto in cui l'altra è parte attiva e vitale di que­sto processo.



Genea­lo­gie sconosciute

Le posi­zioni di Lonzi erano sem­pre più dif­fi­cili da accet­tare per chi come Accardi riven­di­cava un'identificazione come arti­sta all'interno di una pra­tica fem­mi­ni­sta. La sua fuo­ri­scita dal col­let­tivo, insieme alle altre arti­ste che vi par­te­ci­pa­vano – Suzanne San­toro e Anna Maria Colucci – segna un diva­rio insa­na­bile riguardo alla pos­si­bi­lità stessa di pen­sare l'arte come una pra­tica che possa arti­co­larsi all'interno di un pro­gramma di libe­ra­zione. Le arti­ste che lasciano Rivolta daranno vita, assieme ad altre, alla Coo­pe­ra­tiva di via del Beato Ange­lico, una delle più signi­fi­ca­tive espe­rienze arti­sti­che fem­mi­ni­ste in Italia.

Nell'ambito di que­sto pro­getto col­let­tivo, nel mag­gio del 1976, Carla Accardi alle­sti­sce la mostra Ori­gine, che rap­pre­senta una sorta di rispo­sta e di ela­bo­ra­zione a poste­riori dei temi discussi all'interno del gruppo. Ori­gine ruota attorno ai temi della memo­ria per­so­nale e delle geneao­lo­gie fem­mi­nili, attra­verso l'installazione di una tenda di sico­foil tra­spa­rente che serve da sup­porto ad una serie di foto­gra­fie in cui l'artista costrui­sce una nar­ra­zione non-lineare delle rela­zioni fem­mi­nili all'interno della sua sto­ria famigliare.

Que­sta mostra, in cui si intrec­ciano i temi dell'archivio, della sog­get­ti­vità fem­mi­nile e delle rela­zioni affet­tive, se da una parte dia­loga con le espe­rienze più inno­va­tive di que­gli anni su scala inter­na­zio­nale, allude anche ai temi affron­tati da Accardi negli anni ses­santa, quando era alla ricerca di moda­lità che le con­sen­tis­sero di pen­sarsi come arti­sta all'interno di un con­te­sto che la esclu­deva a priori. «L'arte – afferma Accardi nella con­ver­sa­zione del 1966 – è sem­pre stata il reame dell'uomo. Noi, nello stesso momento in cui entriamo in que­sto campo così maschile della crea­ti­vità, il biso­gno che abbiamo è di sfa­tare tutto il pre­sti­gio che lo cir­conda e che lo ha reso inaccessibile».


il manifesto - 8 Marzo 2014