TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 7 marzo 2014

Da vedere: "Felice chi è diverso" di Gianni Amelio



"Felice chi è diverso" di Gianni Amelio. Lo sguardo limpido di un umanista del cinema inchioda un secolo di omofobia in Italia. Un film civile, da vedere.

Silvana Silvestri

Storie d’amore e di amicizia, di palcoscenici e sottoscala



Le colo­rate mani­fe­sta­zioni che hanno por­tato sulle piazze i giorni dell’orgoglio omo­ses­suale, i lacci delle scarpe esi­bite dai cal­cia­tori nel loro ambiente così omo­fo­bico, le ban­diera (Gay è Ok) sven­to­lata di fronte a Putin da quella ragaz­zac­cia di Vla­di­mir Luxu­ria, chissà come le vivono oggi i pro­ta­go­ni­sti di “Felice chi è diverso”, il film docu­men­ta­rio che Giani Ame­lio ha appena por­tato alla Ber­li­nale e che esce domani nelle sale.

Il regi­sta con il suo sguardo uma­ni­stico dolce e deciso fa par­lare signori anziani che erano ragaz­zini quando il fasci­smo indi­cava con deci­sione che «albero che non cre­sce biso­gna spez­zarlo», quando non era nean­che con­ce­pi­bile pro­nun­ciare la parola «omo­ses­suale», per poi spe­dirli insieme ai poli­tici al con­fino nelle isole, la sera in car­cere.

Assi­stiamo a una sto­ria d’Italia sor­pren­dente, che alle nuove gene­ra­zioni appa­rirà oscura. Ma attra­verso le vicende delle per­sone che par­lano così gene­ro­sa­mente di sé potranno cogliere il dolore, la forza della tra­sgres­sione, l’oscurantismo di un paese che rie­sce a pro­durre ancora oggi cascami del pas­sato. 

Ini­zia a passo deciso con la con­fes­sione di una madre tori­nese che, accor­tasi che suo figlio non era come gli altri ragaz­zini («più che altro pen­savo che fosse un bam­bino calmo») infine lo porta da una dot­to­ressa che le dice senza mezzi ter­mini: «pur­troppo avrà una brutta vita per­ché se fosse nato in ambiente signo­rile sarebbe stato pro­tetto, ma nel ceto medio…».



Ame­lio accom­pa­gna le vicende dei suoi pro­ta­go­ni­sti da Torino alla Sici­lia, alla gra­zia della cul­tura dei vicoli di Napoli, a Roma con lo spic­cio rime­dio delle pro­sti­tute e l’universo cle­ri­cale coperto di omertà. Li rende veri inter­preti prin­ci­pali con quelle frasi che oscil­lano da un dia­letto all’altro e che rac­con­tano destini piut­to­sto simili, sto­rie incre­di­bili, pro­ta­go­ni­sti di quelli che il nostro cinema ha sem­pre messo da parte, al con­fine con la vec­chiaia, miniere di rac­conti e di emo­zioni di un’Italia antica che biso­gna cono­scere.

La loro aitante bel­lezza di gio­ventù appare come in un lampo nel fru­scio delle foto­gra­fie velo­ce­mente scorse tra tutte quelle del pas­sato, un bel­lezza di cui resta qual­che trac­cia su quei volti pen­sosi, arguti, a volte anche sereni. E fu una gio­vi­nezza per lo più dram­ma­tica, che costrinse spesso alla fuga per non far più ritorno alle fami­glie. 

Rispun­tano in paral­lelo gli anni 50 e 60, gli stralci dalle rivi­ste comi­che del tea­tro, le sce­nette tele­vi­sive degli imi­ta­tori, i per­so­naggi che il cinema pro­po­neva come mac­chietta, per­fino tal­volta quello d’autore, le rivi­ste di destra “il Bor­ghese”) acca­nite con­tro per­so­naggi poli­tici e soprat­tutto con­tro Paso­lini, fonte di ispi­ra­zione di vignette a pro­fu­sione.



E le rivi­ste «proi­bite» (dove però si poteva tro­vare la prima trac­cia della fac­tory di Andy Warhol) che pro­po­neva le foto dei miste­riosi «bal­letti verdi». Si sente citare più di una volta la frase di San­dro Penna (da cui il titolo del film): «Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune» e anche quella com­bat­tiva di Mario Mieli («non solo dob­biamo bat­tere, dob­biamo com­bat­tere») che fondò il “Fuori!”(fronte uni­ta­rio omo­ses­suale rivo­lu­zio­na­rio) nel 1971, dia­gno­sti­cato dal suo psi­chia­tra come affetto da sin­drome maniaco depres­siva.

Gli ambienti pro­tetti non sono solo quelli signo­rili, ma anche qual­che volta quelli arti­stici: Ninetto Davoli rac­conta la mera­vi­glia di ragaz­zetto cala­brese arri­vato per caso all’Acqua Santa su un set dove il fra­tello faceva il fale­gname («Ninè, que­sto è Paso­lini, mi pre­senta. E poi vai a pensà che quest’uomo mi ha stra­volto la vita»), il magi­strale John Fran­cis Lane, cri­tico illu­stre, anche lui coin­volto da Paso­lini anche come frate in “Can­ter­bury” e la deli­zia asso­luta che è Paolo Poli che con­ti­nua sul pal­co­sce­nico «a svo­laz­zare di qua e di là», figlio di una fami­glia dall’intelligenza sopra le righe e che si ascolta sem­pre a bocca aperta, senza di lui il secolo sarebbe buio.


Il Manifesto – 5 febbraio 2014