TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 8 marzo 2014

Francesco Rosi racconta Gian Maria Volontè.



Ricordiamo Volontè come un grandissimo attore. Non perdemmo uno dei suoi film (western compresi). La sua popolarità a sinistra era enorme. Una volta sola gli andò male, quando regalò un ciclostile a Lotta Continua. Da allora non fece più vita, sommerso di richieste da parte di gruppuscoli di ogni genere, per lo più maoisti.

Rosi racconta Volontè

Io socialista, lui comunista due combattenti del cinema

Intervista di Arianna Finos

«L’ultima persona che mi ha ricordato Gian Maria non è un attore. È papa Francesco». Francesco Rosi è un signore di novantun anni, lucido e fin troppo esigente con la propria memoria. Nel corso della lunga chiacchierata sull’amico Volonté, nell’attico a un passo dal Quirinale, il regista napoletano si stizzisce quando non trova la parola giusta o non conclude rapidamente un concetto.

Per raccontare non aspetta la domanda e parla al presente: «Ci tengo a dire subito qualcosa. Gian Maria è un attore unico. Per tempi, sguardi, intensità. Per la capacità unica di comunicare l’elaborazione del suo pensiero, prima ancora di formulare la battuta».

All’attore-autore, che il 9 aprile 2013 avrebbe compiuto 80 anni e del quale il 6 dicembre ricorrono vent’anni dalla scomparsa, il Bif&st (Bari international film festival, 5-12 aprile) dedica il più vasto tributo mai realizzato, un festival nel festival, ripercorrendo la carriera con mostre, proiezioni e incontri con registi e attori.



Francesco Rosi e Gian Maria Volonté hanno realizzato insieme cinque film, da Uomini contro nel 1970 a Cronaca di una morte annunciata, nel 1989.

«Uomini contro è stato un film piuttosto impegnativo sulla prima guerra mondiale. Al potere militare non importava granché delle quantità enormi di soldati mandati a morire. Al momento non fu amato, oggi è uno dei film che i ragazzi guardano di più. Pensai a Gian Maria per il ruolo del tenente che cerca di impedire il massacro dei suoi uomini. Lo scelsi per il modo in cui i suoi occhi e il suo volto esprimevano l’intensità con cui diceva le cose che pensava».

Fu l’incontro di due personalità diverse, unite dalla sacralità del mestiere inteso come preparazione e impegno. «Trascriveva tutte le battute, tutta la sceneggiatura, anche quattro volte. Appuntava su un tavolo da disegno tutte le battute e i contraddittori. Durante una scena di Cristo si è fermato a Eboli, Paolo Bonacelli non ricordava la battuta. “Riprendiamo, dicevo io”. Proviamo ancora, ma l’amnesia continua. A un certo punto Gian Maria, con un sorriso quasi giustificatorio dice: “Eh, non ha studiato”».



Rosi si sofferma sullo straordinario mimetismo del suo attore feticcio, «era alla ricerca continua del dettaglio. In Il caso Mattei durante la sequenza in cui il presidente dell’Eni si sveglia in un albergo dopo una notte insonne e scende nella hall, noto che Gian Maria cammina con i piedi piatti. Controllo le foto di Mattei, e vedo che in una ha i piedi sistemati come se li avesse piatti».

Sul set di Lucky Luciano, «una mattina Gian Maria mi sorride e io realizzo che ha un’altra bocca, completamente diversa. Si era fatto fare un’applicazione speciale dal dentista. Quando la bimba chiede “Sei Lucky Luciano?” lui sorride ed esce fuori un ghigno terribile. Verso la fine del film ci raggiunge la donna che era stata l’ultima amica del boss. Fissa Gian Maria a lungo, gli occhi negli occhi, si gira verso di me e dice: “È isso”, è lui».

Tra il regista partenopeo e l’attore nato a Milano l’affinità professionale è totale.

«Lo accompagnavo dal mio sarto, dal mio barbiere. Mi piaceva che in ogni nostro film avesse almeno un indumento mio, un cappotto, una cravatta, una camicia. Anche per scaramanzia». Fuori dal lavoro le frequentazioni non erano assidue, «avevamo entrambi una casa al Villaggio dei pescatori a Fregene, andavamo in spiaggia. Ma Gian Maria era un uomo chiuso. La nostra non è una di quelle amicizie in cui ci si incontra per andare a pranzo».



Volonté aveva fama di carattere spigoloso:

«Non ho mai trovato ragioni di contrasto con lui. Mai. Con Petri erano molto amici, ma proprio questa intimità consentiva loro di accanirsi l’uno contro l’altro. Noi l’abbiamo evitata. Per ragioni politiche ci potevano essere momenti di contrasto, specie durante la stagione del terrorismo. Io ero un socialista riformista, lui un comunista idea-lista, se avessimo cominciato a discutere sarebbe finita male».

Per entrambi c’era la condivisione di un’idea di cinema civile, d’impegno. Negli ultimi anni Volonté lavorava sempre meno, «sceglieva solo i progetti che lo convincevano davvero. Infatti con me ha fatto cinque film. Molte delle mie opere, oggi considerate culto, non furono accolte bene. Quando uscì Le mani sulla città, a parte gli applausi a Venezia, ci furono pernacchie: le signore portavano il chiavino dei portoni per fischiarci meglio».

Il ricordo più bello è legato a Cristo si è fermato a Eboli.

«Vivemmo per mesi in un paesino della Lucania. Mangiavamo tutti insieme, la sera dormivamo nelle case dei paesani. Volonté andava a giocare a carte con i macchinisti, gli elettricisti. Le sue scelte mi ricordano papa Francesco che, da laico, ammiro. Gian Maria frequentava la gente semplice, che aveva problemi nella vita. Amava stare con quelli piuttosto, che cercare altri tipi di compagnia».


La Repubblica – 7 marzo 2014