TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 10 marzo 2014

Georges Brassens, l’orafo delle parole



Beppe Chierici realizza un omaggio al grande chansonnier francese. Una summa della sua arte tradotta, commentata, interpretata, disegnata e evocata.

Guido Festinese

Georges Brassens, l’orafo delle parole



Ci vuole molto amore, e molto corag­gio, per sfon­dare porte poe­ti­che e let­te­ra­rie che sem­brano aperte, aper­tis­sime, e che invece, osti­na­ta­mente, appena giri l’occhio tor­nano ad essere soc­chiuse, facendo appena intuire cosa c’è den­tro, nella stanza. Pren­dete il can­zo­niere di De André: comun­que lo rigiri, ad aver corag­gio di appro­fon­dire, salta sem­pre fuori qual­cosa di nuovo e sti­mo­lante. Pren­dete il song­book di Frank Zappa: un labi­rinto che si ricom­pone ogni volta in modo diverso, come se le tes­sere del puzzle fosse di pongo. Non si sono usati a caso i due esempi: Faber e Zappa ave­vano, ognuno a suo modo, parec­chio in comune con il Signor Poe­sia di cui qual­cuno, per for­tuna, torna a par­lare. Il Signor Georges  Brassens.

E sì: l’uno, il geno­vese con la voce fonda, su Bras­sens modellò una buona metà della sua car­riera spi­go­losa e dol­cis­sima, assor­ben­done umori liber­tari, arte della chan­son levi­gata e l’amore car­nale ed intel­let­tuale per Signo­rina Anar­chia. L’altro, un oceano di lon­ta­nanza, ebbe una iden­tica atti­tu­dine appa­ren­te­mente disil­lusa e un po’ cinica, e mede­simi impulsi di insof­fe­renza verso la stu­pi­dità auto­ri­ta­ria, fatto salvo il lasciare strug­gi­menti nasco­sti un po’ ovun­que. E aggiun­giamo solo, en pas­sant, che tutti e tre hanno abi­tato la vita ter­rena per ben poco, non vedendo il set­timo decen­nio: muore pre­sto chi è caro agli Dei, oppure, per dirla con George Bras­sens, «Se dio c’è, esa­gera».

Torna a par­lare di Georges Bras­sens, e vera­mente a tutto tondo, uno spe­cia­li­sta dello chan­son­nier per eccel­lenza, con un libro (e due cd acclusi: La Cat­tiva erba e Sto­rie d’amore) che ripro­fi­lano e ride­fi­ni­scono, ancora una volta, i con­torni di un con­ti­nente poe­tico appa­ren­te­mente desti­nato a sfug­gire ad ogni car­to­gra­fia. Il tutto in Bras­sens, la cat­tiva erba (Amici Miei Edi­tore), ad opera di Beppe Chie­rici e di un bella pat­tu­glia di amici mobi­li­tati per ren­dere il tutto una sorta di «summa» dell’arte bras­sen­siana tra­dotta. E com­men­tata, can­tata, dise­gnata, evocata.

Chissà quanti oggi, incro­ciando nelle strade umbre il bel signore con la barba ingri­gita che vive con la moglie ado­rata Mireille e una splen­dida comu­nità di quat­tor­dici gatti, avreb­bero modo di intuire che lì sta pas­sando un pezzo di vita avven­tu­rosa e irri­pe­ti­bile, peren­ne­mente allac­ciata al con­tro­canto delle can­zoni di Bras­sens, faro di rima­sta sag­gezza. Sì, per­ché forse per Beppe Chie­rici l’adorato Bras­sens, il «miscre­dente di Dio» incon­trato ad ogni occa­sione per sot­to­por­gli le tra­du­zioni pos­si­bili dei suoi versi rimati per­fetti e secondo qual­cuno intra­du­ci­bili è stato l’unico punto certo nelle capriole del destino di una vita piena. Che asso­mi­glia a quella di Maq­roll il Gab­biere di Mutis, o una serie di tavole di Corto Maltese.



Vita che comin­cia nella Pro­vin­cia Granda cuneese, quando la cappa oppri­mente demo­cri­stiana intes­seva trama e ordito delle esi­stenze di tutti, pro­se­guita poi in Fran­cia da fac­chino, lava­piatti, mari­naio, ven­di­tore di mac­chine da scri­vere , appro­data poi nel Gabon. Nel cuore del cuore delle fore­ste equa­to­riali, nel «Reame del Tutto Verde» quando si cer­ca­vano il legno pre­giato dell’albero okumé, e si apri­vano strade a colpi di machete. Lì Beppe Chie­rici s’era por­tato un gira­di­schi a pile, lì, nella fore­sta, ron­za­vano grac­chiando loro mal­grado i dischi con la voce dell’ Uomo per male, e Beppe si eser­ci­tava, con un libro di testi in mano, nell’arte di tra­durre e ren­dere in ita­liano quelle strofe mira­bili, metri­ca­mente per­fette. Poi rien­tra in Europa, ed ini­zia una quarta (quinta? Sesta?) vita da attore, Tea­tro della Rin­ghiera di Roma, e dop­pia­tore, È il 1969, la con­te­sta­zione immette mer­cu­rio nella sta­gnante cir­co­la­zione di idee dello Sti­vale, Beppe Chie­rici incide il suo primo 33 giri per la Belldisc.

Bras­sens è il gri­mal­dello che scar­dina cer­tezze e lan­cia sas­sate negli sta­gni dell’ipocrisia, forse anche da lì parte una ricerca paral­lela nella can­zone popo­lare ita­liana e fran­cese da far ri-conoscere alla gente che una gene­ra­zione prima era con­ta­dina. Nell’87 Chie­rici si autoe­si­lia in Fran­cia, e ini­zia una nuova car­riera, nell’adorata lin­gua dell’amico Bras­sens: cinema, tv, un mare di tea­tro. Nel 2008 lo ritro­viamo attore in Ita­lia, in Noi Cre­de­vamo di Mario Mar­tone, ed è anche un anno impor­tante per segnare un’altra tappa della car­to­gra­fia bras­sen­siana: esce Sup­pli­che e cele­bra­zioni, un disco che ha poca for­tuna com­mer­ciale, ma tanto peso estetico.

E matura il germe de La cat­tiva erba, con lo sforzo straor­di­na­rio inse­guito per una vita di riu­scire a ren­dere Bras­sens esat­ta­mente com’è, per­ché Chie­rici dichiara di essere «con­ti­nua­mente osses­sio­nato dalla volontà di non tra­dire l’autore e obnu­bi­lato dal desi­de­rio di esser­gli sem­pre fedele. Nei miei ten­ta­tivi di tra­spo­si­zione let­te­ra­ria e rit­mica ho cer­cato e cerco sem­pre di far rima­nere inte­gra l’immortale ere­dità poe­tica e musi­cale che Bras­sens ci ha lasciato, poi­ché sono inti­ma­mente con­vinto che egli sia, da sem­pre, l’indiscusso mae­stro dei can­tau­tori ita­liani ed europei».

Una fedeltà che signi­fica anche rispetto osses­sivo per le rime, cer­cando di supe­rare l’ostacolo tre­mendo dell’accento sull’ultima sil­laba che carat­te­rizza il fran­cese, e di con­ser­vare asso­nanze interne e metrica esatta del Mae­stro con la pipa: tant’è che Chie­rici pre­cisa, con moti­vato orgo­glio, che le sue ver­sioni in musica da Bras­sens si pos­sono sovrap­porre secondo dopo secondo all’originale, e tempi e metro­nomo incon­trano le mede­sime spa­zia­ture. Il bello è che la gran voce ruvida d’attore s’appoggia su arran­gia­menti par­ti­co­lari che met­tono in conto l’uso di sikus e e ban­do­neon, banjo e man­do­lini, eppure tutto funziona.

È la scelta di Car­los Erne­sto Moscoso Thomp­son, peru­viano, musi­ci­sta e liu­taio: che ha donato aromi lati­noa­me­ri­cani, jazz e coun­try alla chan­son di Bras­sens. Il libro che ha la cura­tela gra­fica di Oli­viero Pia­centi (a simu­lare in pra­tica un grande «blocco d’appunti») vive anche di colori e dise­gni: sono quelli, pre­ziosi, del dise­gna­tore Dario Fag­gella, che offre anche due veri e pro­pri rac­conti su can­zoni di Bras­sens. Qual­cosa della vio­lenta dol­cezza di Andrea Pazienza sem­bra essersi pro­fi­cua­mente inca­gliato nelle sue chine e nei suoi colori: Paz avrebbe apprez­zato. L’ «orafo delle parole» Bras­sens anche.


Il Manifesto – 7 febbraio 2014