TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 12 marzo 2014

La poetica del catenaccio, riflessioni sul calcio

De Stael, Les footballeurs (1952)























Riflessioni sul calcio suscitate da “La poetica del catenaccio”, ultimo libro di Massimo Raffaeli.

Daniela Santarone

La realtà presa in contropiede

La mag­gio­ranza dei dete­nuti, anche poli­tici, leg­geva “La Gaz­zetta dello Sport”». Così scrive Anto­nio Gram­sci nei Qua­derni del car­cere pro­po­nen­dosi di esa­mi­nare, oltre ai nor­mali quo­ti­diani e alla stampa perio­dica, anche «quella spor­tiva». Lo sport accende le pas­sioni e per que­sto, ci dice il mar­xi­sta sardo, va com­preso, stu­diato e cri­ti­cato se si vuole essere capaci di eser­ci­tare una fun­zione ege­mo­nica sulla società.

Baste­rebbe que­sto breve richiamo per com­pren­dere quanto sia impor­tante il potere sim­bo­lico dello sport nella costru­zione dell’ideologia e del senso comune. Un potere che da trent’anni una sto­rica firma de il mani­fe­sto, Mas­simo Raf­faeli, cerca di inda­gare, in par­ti­co­lare attra­verso l’analisi del rap­porto tra cal­cio e let­te­ra­tura. E l’ultimo suo lavoro, La poe­tica del cate­nac­cio e altri scritti di cal­cio (Ita­lic, pp. 253, euro 16), con­ferma la ric­chezza di que­sta inda­gine che con com­pe­tenza e pas­sione riflette sugli innu­me­re­voli nessi sto­rici, sociali, eco­no­mici, edu­ca­tivi e cul­tu­rali che inner­vano «il gioco più bello del mondo» (Gianni Brera). 

Si tratta di 53 «pezzi» gior­na­li­stici, in gran­dis­sima parte apparsi su il mani­fe­sto e su Alias, che con­clu­dono un’ideale tri­lo­gia ini­ziata con L’angelo più malin­co­nico. Sto­rie di sport e let­te­ra­tura (Affi­nità elet­tive, 2005) e pro­se­guita con Sivori, un vizio e altri scritti di cal­cio (Ita­lic, 2010). «Pezzi» scritti in un ita­liano ele­gante, espres­sivo, mai eso­te­rico: ogni rife­ri­mento è spie­gato, quando viene citato un testo se ne danno l’editore e l’anno di pub­bli­ca­zione, nella con­vin­zione, molto gram­sciana e for­ti­niana, della cri­tica anche come ser­vi­zio, come dif­fu­sione demo­cra­tica del sapere.

Deineka, Football (1924)






















Rap­pre­sen­ta­zione del sacro

La pas­sione che muove Raf­faeli è una pas­sione vigile e sobria, con­sa­pe­vole che il cal­cio è ormai dive­nuto un’impresa glo­bale miliar­da­ria, fatta di pre­si­denti, alle­na­tori, tec­nici, gio­ca­tori, gior­na­li­sti che vivono molto spesso in un mondo dorato lon­tano anni luce dai pro­blemi dell’umanità; un mondo in cui perio­di­ca­mente si affac­ciano poteri cri­mi­nali, cor­ru­zione, doping. Un mondo, inol­tre, che eser­cita un’egemonia su milioni di esseri umani, che in molti casi dimen­ti­cano le loro dure con­di­zioni di vita e di lavoro, sca­ri­cando le pro­prie fru­stra­zioni su «negri», «ebrei», «zin­gari», «froci». Anche per que­sto le curve sono diven­tate luo­ghi di pro­pa­ganda fasci­sta e nazista.

Que­sto suo essere oggi una «realtà auto­cen­trata» deter­mina il fatto, nota l’autore, che «grandi can­tori del cal­cio come Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano guar­dino per lo più al pas­sato». Come quando un cal­cia­tore come Gigi Riva decise di non lasciare il Cagliari e la Sar­de­gna per l’amore e la rico­no­scenza verso un ambiente che lo aveva accolto come un fra­tello, rinun­ciando così alle offerte miliar­da­rie di una squa­dra come la Juven­tus. Raf­faeli sa che sia oggi che nella sua seco­lare sto­ria ci sono stati epi­sodi e uomini che hanno con­fe­rito con­fe­rito al cal­cio quel carat­tere di «rap­pre­sen­ta­zione sacra» di cui ha scritto Pier Paolo Paso­lini. Bel­lezza, pas­sione, diver­ti­mento, festa sono ancora gli ingre­dienti fon­da­men­tali per quanti vivono que­sto sport come un pezzo impor­tante ancor­ché non tota­liz­zante delle loro esi­stenze. Si tratta, come è evi­dente, di un moto dia­let­tico e con­trad­dit­to­rio, in cui con­vi­vono la bella forma e il cini­smo, la pas­sione e l’odio, la gra­tuità e la mercificazione.

Emblema di que­sta ambi­va­lenza è uno dei pochi romanzi ita­liani che hanno rac­con­tato il cal­cio, leg­gen­dolo anche come una meta­fora di una inci­piente deca­denza della società ita­liana. Ci rife­riamo ad Azzurro tene­bra di Gio­vanni Arpino, un testo del 1977 che narra le vicende della rovi­nosa eli­mi­na­zione della nazio­nale azzurra dai mon­diali di Ger­ma­nia del 1974 e al quale Raf­faeli dedica uno dei suoi scritti più belli.

Di colore «azzurro tene­bra» erano le cra­vatte degli azzurri date in pasto ai tifosi ita­liani, quasi tutti emi­grati, dopo l’eliminazione della Nazio­nale. «Il vero unico grande romanzo sul cal­cio» (Gian Paolo Ormez­zano) descrive, con una prosa tagliente, asciutta, a tratti con­tratta e con vena­ture espres­sio­ni­ste, la disfatta di una squa­dra inver­te­brata e irre­spon­sa­bile, di cui Arp, cioè Arpino, il gior­na­li­sta pro­ta­go­ni­sta, salva solo Zoff (San Dino), Bear­zot (il Vecio), Parola (Gau­loise), Fac­chetti e Gigi Riva (Bom­ber), silen­zioso e sof­fe­rente. 

Restano sullo sfondo, pur se pre­senti nel romanzo, l’indolenza e il logo­rio dei vec­chi Rivera (Gol­den), Maz­zola (Baffo) e dei più gio­vani Ana­stasi (Petruzzu) e della prima donna irri­spet­tosa e pre­sun­tuosa Gior­gio Chi­na­glia (Gior­gione). Si legga que­sta impie­tosa descri­zione: «Mosconi che anda­vano a sbat­tere nella ragna­tela. Vec­chi mosconi dall’addome gon­fio e molle, aggra­vati dall’ostilità dell’autunno. L’istinto gli sof­fia ancora nelle ali però non hanno più forza e allora si cata­pul­tano nella ragna­tela, alla cieca. Mosconi cari­chi di anti­che pol­veri dorate che però sono zavorra».

Un col­let­tivo che non era tale, un gruppo inca­pace di fare squa­dra, tante prime donne votate alla disfatta: alle­go­ria tri­ste e pro­fe­tica del nostro paese. A cui si aggiunge il mondo dei gior­na­li­sti, diviso tra Jene e Belle Gioie, tra cinici rica­ma­tori di scoop e gos­sip e ruf­fiani tra­sfor­mi­sti, medio­cri yesman. Unica ecce­zione Gianni Brera (Gran­giuàn) e Bibì (Bruno Ber­nardi de La Stampa). «Arpino – dirà Fac­chetti in un’intervista a Raf­faeli del 2006, poco prima della morte – non ha fatto come spesso fanno i gior­na­li­sti, cioè non si è limi­tato a cor­rere die­tro alla palla, lui è andato a fondo e ha cer­cato di capire la situa­zione inter­pre­tando magari quelle che erano le nostre sen­sa­zioni intime, le più dif­fi­cili da descrivere».

Uno scan­da­glio «a fondo» del fut­bol è stato feli­ce­mente rea­liz­zato da tanti poeti ita­liani del Nove­cento. Dall’immersione di Umberto Saba nella «calda vita» dei tifosi e dei gio­ca­tori della Trie­stina nelle Cin­que poe­sie per il gioco del cal­cio alla cadu­cità effi­mera di una par­tita nei versi e nelle prose di Vit­to­rio Sereni al poe­metto di Gio­vanni Giu­dici dedi­cato a Gipo Viani, cal­cia­tore e poi alle­na­tore e diret­tore tecnico-sportivo del Milan di Nereo Rocco.

Di que­sto poe­metto, scritto negli anni del mira­colo eco­no­mico e signi­fi­ca­ti­va­mente inti­to­lato Viani, socio­lo­gia del cal­cio, Raf­faeli riporta i versi con­clu­sivi: «Tutto que­sto par­lare di calcio/ per non par­lare di altro/- tutto que­sto per non guardare/ l’essenziale del mondo:/ sod­di­sfatti per una sera/ se vince – disfatti se perde/ la squa­dra che altra spina è nel profondo/ del quo­ti­diano servire./ Applau­diamo, stiamo ai patti,/ non cer­chiamo di capire!/ Tutti que­sti quat­trini per niente/ certo nes­suno li dà/- allora, se paga qualcuno,/ qual­cosa non va».

Sul ver­sante edu­ca­tivo va ricor­data la rispo­sta che l’allenatore Renzo Uli­vieri diede all’autore in un’intervista del 2011 dal titolo emble­ma­tico Meno tat­tica, più cul­tura. Pre­si­dente dell’Aiac (Asso­cia­zione Ita­liana Alle­na­tori di Cal­cio), uomo colto e dichia­ra­ta­mente di sini­stra, Uli­vieri si inca­tenò davanti alla sede della Feder­cal­cio per pro­te­stare con­tro una deli­bera di quest’ultima, poi riti­rata, che voleva abo­lire il diploma per i 3600 alle­na­tori delle squa­dre dilet­tan­ti­sti­che di I, II e III cate­go­ria regio­nale.

A pro­po­sito delle quali Uli­vieri ricorda «che si tratta di realtà sociali par­ti­co­lari, spesso pic­cole fra­zioni dove non c’è nean­che un cinema e lì la società spor­tiva è forse l’unico luogo di aggre­ga­zione: è lì che c’è biso­gno di un alle­na­tore che abbia stu­diato, e non solo il cal­cio, anche per­ché si trova a lavo­rare con una grande varietà di per­sone, dai ragaz­zini a gio­vani molto più grandi, anche di trenta o tren­ta­cin­que anni». Dove va sot­to­li­neata la con­sa­pe­vo­lezza di Uli­vieri, abba­stanza rara nell’ambiente, della neces­sità di una for­ma­zione «poli­tec­nica», e non solo pro­fes­sio­nale, per gli alle­na­tori italiani.

Carrà, Partita di calcio (1934)























Una cro­naca in fuorigioco

Accanto al cal­cio minore, nel libro sono pre­senti ritratti di cam­pioni dimen­ti­cati che l’autore fa rivi­vere senza pate­ti­che nostal­gie, ten­tando sem­pre un corto cir­cuito tra pas­sato e pre­sente. Ecco la vicenda del por­tiere della Nazio­nale Giu­seppe Moro detto Bepi, morto pre­co­ce­mente a 53 anni povero e solo, di cui si ricor­derà solo il col­lega Dino Zoff «offrendo la sua maglia azzurra per il fune­rale»; ecco l’«umanista» Luigi Boniz­zoni, scom­parso due anni fa, gio­ca­tore, alle­na­tore, diret­tore tec­nico e autore di libri impor­tanti sulla tec­nica cal­ci­stica, del quale si ricor­dano i tratti distin­tivi che egli inse­gnava ad ogni gio­ca­tore o alle­na­tore: «lealtà, schiet­tezza, senso della misura, rispetto per qua­lun­que avver­sa­rio»; ecco i grandi oriundi degli anni tra i Cin­quanta e i Ses­santa, Sivori, Ange­lillo, Maschio, tutti discen­denti di poveri emi­grati ita­liani in Argen­tina; ecco il tra­ste­ve­rino Sor Car­letto Maz­zone lo «sco­pri­tore» di Totti e il «valo­riz­za­tore» di Pirlo nel ruolo di cen­tro­cam­pi­sta; ecco l’eretico Ibra­hi­mo­vic sem­pre insof­fe­rente alla dit­ta­tura degli schemi.

E poi un omag­gio a quella che nel testo è con­si­de­rata tra le poche tra­smis­sioni di qua­lità sul cal­cio, la radio­fo­nica Tutto il cal­cio minuto per minuto, «un’oasi neces­sa­ria den­tro al palin­se­sto per­ché è un luogo del rac­conto civile e della disa­mina tec­nica: il ritmo è veloce, talora fre­ne­tico, ma ci si astiene volen­tieri dalle urla e dalle espres­sioni tri­viali, scom­po­ste, sciam­ma­nate, che costel­lano le cro­na­che tele­vi­sive (non tutte, ovvia­mente, ma ormai quasi tutte)».

Un’ultima nota­zione riguardo al titolo del libro di Raf­faeli, il quale vuole riven­di­care la dimen­sione «poe­tica» del glo­rioso «cate­nac­cio» e che l’autore evoca e riven­dica ricor­dando, tra gli altri, i nomi di Gipo Viani e Nereo Rocco e poi di Hele­nio Her­rera. Ma il titolo è anche un omag­gio al più grande tra i gior­na­li­sti spor­tivi ita­liani, lo scrit­tore Gianni Brera. Il quale, dopo la vit­to­ria degli azzurri ai mon­diali di Spa­gna del 1982, quelli dell’esultanza del pre­si­dente socia­li­sta San­dro Per­tini, arrivò ad appel­lare il cal­cio all’italiana con il reli­gioso «Santo Catenaccio».

Il Manifesto – 19 febbraio 2014



Massimo Raffaeli
La poetica del catenaccio
Italic/Pequod, 2014
16 euro