TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 11 marzo 2014

La Vienna di Klimt



Gustav Klimt testimone della fine di un mondo.

Ada Masoero

La Vienna di Klimt


Quando Gustav Klimt nasce, nel 1862, nel sobborgo agricolo di Baumgarten alle porte di Vienna, la città sta vivendo una trasformazione radicale, che in pochi anni le cambierà il volto sul piano urbanistico, architettonico e sociale. L'imperatore Francesco Giuseppe, che intende farne una moderna capitale, degna del suo grande impero e capace di rivaleggiare con la Parigi del barone Haussmann, nel 1857 decreta l'abbattimento delle mura che ancora la cingono, e la costruzione sul loro tracciato di un viale monumentale che prenderà il nome di Ringstrasse. Un evento che inciderà sul destino di Klimt, perché quei nuovi edifici, opulenti e iperdecorati, gli regaleranno il lasciapassare per il successo, offrendo all'impresa di decorazione da lui fondata con il fratello Ernst e con Franz Matsch l'occasione per guadagnare fama e consensi nella capitale. E di qui nel resto dell'impero, da Fiume a Karlsbad.

Capitale di un impero multietnico, che comprendeva allora le attuali Repubbliche cèca e slovacca, l'Ungheria e la Transilvania, la Dalmazia e Trieste, Vienna è in quegli anni un vero faro: richiama aristocratici e intellettuali ma anche, per effetto del rinnovamento urbanistico, frotte di lavoratori dalla periferia del territorio, diventando un crogiolo di lingue, di tradizioni, di culture. Quanto alla corte, cuore della vita sociale più ambita, celebra veri e propri riti mondani, sempre fastosissimi: prime teatrali memorabili, serate scintillanti all'Opera, balli sontuosi, festeggiamenti per gli anniversari dei membri della famiglia imperiale fanno di Vienna l'altra capitale europea, con Parigi, del gran mondo e del bien vivre.

Sempre però sotto il segno delle rigide regole di corte: sebbene anche qui, come nel resto del mondo, si assista all'affermarsi della nuova grande borghesia imprenditoriale e finanziaria, che dalla metà dell'800 porta al potere i liberali, tuttavia la società resta strutturata secondo maglie molto rigide e questa potente classe in ascesa a Vienna non riesce, come invece accade altrove, a scalzare né la vecchia aristocrazia né la grande burocrazia imperiale, che continuano a dettare le regole del gusto. Tanto da imporre nelle arti visive – fino alla nascita della Secessione – i modelli un po' tronfi e attardati dello storicismo.



Colonna sonora della vita sociale viennese sono i valzer che gli Strauss (Johann padre ma più ancora Johann figlio) vanno componendo a getto continuo, con un successo senza precedenti. E poi c'è l'operetta, con i suoi prìncipi: Franz von Suppé, lo stesso Strauss jr., Franz Lehár e molti altri ancora: musiche scacciapensieri rimaste tuttora il simbolo di quell'età euforica e inebriante che però, proprio come era accaduto nella Venezia del '700, prelude al collasso dello Stato. Ma il vero patrimonio di Vienna, in questi anni sfavillanti e inconsapevoli, è rappresentato dalla ricchezza della sua vita culturale, dalla prodigiosa concentrazione di uomini di cultura e di pensiero i cui raggiungimenti aprono percorsi inediti, spesso rivoluzionari, molti dei quali continuano a modellare la nostra cultura.

Nella Vienna del tempo vivono e operano musicisti come Anton Bruckner, Johannes Brahms, Gustav Mahler, direttore dell'Opera di Corte, e il campione dell'avanguardia musicale più radicale, Arnold Schönberg. Nell'architettura, ai protagonisti dello storicismo, che avevano trovato nella Ringstrasse uno spettacolare palcoscenico, si oppongono – seppure con più di un distinguo – i portabandiera di una nuova concezione architettonica più limpida e lineare: da un lato i secessionisti Otto Wagner, autore tra l'altro della Metropolitana di Vienna, Joseph Maria Olbrich, progettista del Palazzo della Secessione viennese e Josef Hoffmann, il grande amico di Klimt, teorici di un'architettura moderna e geometrica ma "carezzevole", capace di indurre benessere e serenità; dall'altro Adolf Loos, fiero antagonista soprattutto di Hoffmann e propugnatore di un proto-funzionalismo algido e rigoroso (non a caso era così amato da Le Corbusier), autore di un testo dal titolo esplicito e bellicoso come Ornamento e delitto.

Fra gli scrittori ci si può imbattere in personalità come Hermann Bahr, Karl Kraus, Arthur Schnitzler, Hugo von Hoffmannsthal, Robert Musil, e per la pittura e la scultura è superfluo soffermarsi sul ruolo rivestito dalla Secessione viennese, di cui Klimt è il padre fondatore, e dalla sua rivista «Ver Sacrum»: delle tre Secessioni che videro la luce nei Paesi di lingua tedesca (Monaco, 1892; Vienna, 1897; Berlino, 1898) quella che avrebbe inciso più profondamente sulla cultura visiva europea. Senza dimenticare la rivoluzione che la Wiener Wekstätte, "braccio operativo" della Secessione, avrebbe portato nelle arti decorative con quei suoi oggetti dalle linee asciutte, pulite e rigorose, tuttora attualissimi.



E poi a Vienna vive e opera con la pratica clinica (al numero 19 della Berggasse, un indirizzo diventato mitico) Sigmund Freud, il cui pensiero, a dispetto dei tanti detrattori, avrebbe cambiato la società degli anni a venire, fino al nostro tempo. E che a Vienna scrive i pilastri della psicoanalisi, a partire da L'interpretazione dei sogni, uscito in tedesco nel 1899 ma datato 1900 per il valore simbolico della data.

Insomma, difficile immaginare un humus più fecondo per la cultura del nuovo secolo di quello sviluppatosi a Vienna negli anni cruciali tra '800 e '900. Eppure in tanto sfavillìo di intelligenze e in una tale ebbrezza di vita e di divertimento già si annidano i germi del disfacimento. Tra il 1840 e il 1918 si erano costruite in città oltre 450mila nuove abitazioni e un rinnovamento urbanistico di tale portata aveva provocato una gigantesca ondata migratoria di manovalanze, che si ammassavano in quartieri miseri e malsani dove imperversava la tubercolosi, che di qui si diffondeva nel resto della città, tanto da essere presto ribattezzata il «Mal viennese».

Il tasso di mortalità era doppio di quello delle altre capitali europee, pari solo a San Pietroburgo, mentre l'alcolismo e la prostituzione erano vere piaghe sociali. A vedere quei segni erano però in pochi: artisti come Egon Schiele, e uomini di cultura insieme lucidi e visionari come Karl Kraus, che nel suo Gli ultimi giorni dell'umanità definisce Vienna «stazione sperimentale per il tramonto del mondo», o Alfred Kubin, pittore, disegnatore e uomo di lettere, che nel suo romanzo L'altra parte, 1908, prefigura nella distruzione del Regno di Sogno e della sua capitale, Perla, la fine dell'impero austroungarico, del 1918; lo stesso anno in cui muoiono anche Gustav Klimt, Egon Schiele e Otto Wagner. 


Il Sole 24ore – 9 marzo 2014