TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 11 marzo 2014

Lavoro a mano armata



Come sopravvivere alla disoccupazione di massa. Cacciato dall’impresa, un impiegato pianifica un colpo ai danni degli «squali» del mercato che lo vorrebbero trasformare in un cacciatore di teste. «Lavoro a mano armata" di Pierre Lemaitre, un noir sulla crisi.

Guido Caldiron

Il riscatto di un travet ridotto a scarto umano


C’è un prima e un dopo nella vita di Alain Delam­bre. Il prima sono dicias­sette anni pas­sati a «dare perle ai porci», come ama­vano defi­nire il loro lavoro i qua­dri dell’azienda di bigiot­te­ria in cui era impie­gato. Dicias­sette anni tra­scorsi come diret­tore delle risorse umane, «mi occu­pavo del per­so­nale, della for­ma­zione, con­trol­lavo gli sti­pendi, ero il rap­pre­sen­tante della dire­zione nel comi­tato azien­dale». Il dopo è segnato dall’acquisizione della società in cui lavora da parte di un’azienda rivale del Bel­gio e dall’inizio dei tagli e dei licen­zia­menti. «La noti­zia dell’acquisto è stata data il 4 marzo. La prima ondata di licen­zia­menti è comin­ciata sei set­ti­mane dopo, io ho fatto parte della seconda».

Così, alle soglie dei sessant’anni, quest’uomo che ado­rava «pre­sen­tarsi bene» ed essere impec­ca­bile in uffi­cio, «avevo quat­tro com­pleti e una caterva di cami­cie e cra­vatte, mia moglie diceva che ero un vec­chio gal­letto», si trova improv­vi­sa­mente per strada. Ha perso il suo lavoro, la pos­si­bi­lità di arri­vare alla pen­sione, il suo stesso sta­tus sociale. È troppo vec­chio per tro­vare una nuova occu­pa­zione, troppo gio­vane per smet­tere di lavo­rare. Per mesi cerca qual­cosa, ma senza suc­cesso, per finire per accon­ten­tarsi di un posto da magaz­zi­niere not­turno in un depo­sito di pro­dotti far­ma­ceu­tici. È un lavoro fati­coso, umi­liante, dove è sog­getto alle ves­sa­zioni con­ti­nue di un «padroncino».

Poi, quando tutto sem­bra per­duto, a comin­ciare dalle spe­ranze, davanti a Delam­bre appa­rirà una sorta di mirag­gio: una potente società petro­li­fera ha lan­ciato una sele­zione per reclu­tare un qua­dro per il pro­prio uffi­cio del per­so­nale. Ma non si tratta di supe­rare dei test o fare una buona impres­sione durante un col­lo­quio: i can­di­dati dovranno dimo­strare il loro san­gue freddo in una situa­zione estrema, tanto estreme sono le con­di­zioni in cui dovrà lavo­rare chi verrà assunto. «Pia­ni­fi­care i licen­zia­menti non è mica una cosa facile. Ma la cosa più dif­fi­cile è orga­niz­zarli. Quello sì che è ter­ri­bil­mente com­pli­cato! Ci vuole il know-how, ci vuole forza di volontà. Ci si deve nego­ziare con que­gli stronzi. E per quello c’è biso­gno di gente in gamba. C’è biso­gno di sol­dati, di veri fan­tac­cini del capi­ta­li­smo». L’esame dav­vero molto spe­ciale che dovranno soste­nere i can­di­dati non è altro che la simu­la­zione di un atto vio­lento: «Par­te­ci­pa­zione al gioco di ruolo: seque­stro di per­sona sul posto di lavoro», c’è scritto nella busta che Delam­bre riceve in vista della prova.

Da quel momento, nell’uomo che vede in que­sta occa­sione una seconda chance di quelle che la vita non sem­pre è dispo­sta ad offrirti, scat­terà qual­cosa. Prima stu­dierà tutti gli altri candidati-rivali, anche ricor­rendo ai ser­vizi di un’agenzia inve­sti­ga­tiva, per cer­care i loro punti deboli. Quindi si pre­pa­rerà in ogni modo alla prova, docu­men­tan­dosi sulla cro­naca nera come sull’uso delle armi. Alla fine, dopo aver inve­stito in que­sta dram­ma­tica sele­zione i risparmi resi­dui, Delorme si tra­sfor­merà in una sorta di mac­china da guerra, pronto a gio­carsi il tutto per tutto.

Con l’aiuto di Char­les, il clo­chard che è l’unico vero amico che gli resta, e quello incon­sa­pe­vole di sua moglie, tra­volta dalla vicenda, Delorme lan­cerà la sua sfida, deciso a ricon­qui­stare ciò che il «lavoro» gli ha tolto: oltre al suo benes­sere, la sua stessa dignità di essere umano. Alla fine, in un cre­scendo dram­ma­tico fatto di rapi­menti, inse­gui­menti in auto per le strade di Parigi, spa­ra­to­rie e ricatti, riu­scirà a met­tere le mani sui fondi neri che l’azienda petro­li­fera uti­lizza per oliare i mec­ca­ni­smi della buro­cra­zia e della poli­tica. Ripa­gherà gli squali del mer­cato con la loro stessa moneta. «Fun­ziona così il suc­cesso. Come una col­lana. Basta disfare il nodo e tutto si sfila. Anche il fal­li­mento fun­ziona così, lo so bene. Per risa­lire la cor­rente ci vuole un’energia del dia­volo. O biso­gna essere pronti a morire. Io posso con­tare su entrambe le cose».



Con Lavoro a mano armata, accolto nel 2010 dalla cri­tica fran­cese come un «vero capo­la­voro», Pierre Lemai­tre descrive, ispi­ran­dosi ad una vicenda reale avve­nuta nel 2005 a France Télé­vi­sion, il volto più oscuro del mondo impren­di­to­riale. Con un ince­dere via via sem­pre più dram­ma­tico, rac­conta la discesa agli inferi del nuovo capi­ta­li­smo in un romanzo che sem­bra sten­dere una sorta di ponte ideale tra i per­so­naggi mise­ra­bili descritti da Céline in Viag­gio al ter­mine della notte e gli eroi metro­po­li­tani dei poli­zie­schi poli­tici di Didier Daeninckx.

Per­ché per Lemai­tre, pari­gino, classe 1951, inna­mo­rato di James Ell­roy e Bret Easton Ellis, come della grande epica nazio­nale di Ale­xan­dre Dumas, il noir è prima di tutto uno stru­mento per testi­mo­niare in modo irri­du­ci­bile e a tratti dispe­rato del males­sere e delle ferite inferte ai più deboli, alle vit­time, oggi della crisi eco­no­mica come ieri della segre­ga­zione urbana nelle ban­lieue. Un per­corso testar­da­mente inse­guito attra­verso un pugno di polar deci­sa­mente spiaz­zanti, che ne hanno fatto in Fran­cia un autore di culto, con­si­de­rato alla stre­gua di un uma­ni­sta del romanzo poli­zie­sco: da Tra­vail soi­gné a Robe de marié a L’abito da sposa (Fazi), fino ad Alex (Mon­da­dori) e Sacri­fice.

Una straor­di­na­ria capa­cità nar­ra­tiva, scan­dita da una scrit­tura di stampo cine­ma­to­gra­fico e da quella sorta di «rea­li­smo noir» che rap­pre­senta una delle sue mag­giori carat­te­ri­sti­che, che hanno valso nel 2013 a Pierre Lemai­tre la con­qui­sta del pre­sti­gioso Prix Gon­court, para­dos­sal­mente non con un giallo, ma con Arri­ve­derci lassù, una sto­ria biz­zarra che ruota intorno alla cele­bra­zione degli eroi della «Grande guerra» ini­ziata fin dal 1919. Come ha spie­gato il cri­tico Ber­nard Pivot, mem­bro della giu­ria, «un rico­no­sci­mento al nuovo romanzo popo­lare», a quella let­te­ra­tura che si mescola senza timori con la realtà di cui Lemai­tre è un indi­scusso maestro.

Il Manifesto — 4 marzo 2014

Pierre Lemaitre
Lavoro a mano armata
Fazi, 2014
euro 16,50