TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 2 marzo 2014

Le mani sulla città: Milano, cantiere verticale



Dagli anni Novanta la città e l’hinterland stanno subendo un cambiamento epocale, spinto da deregulation e appetiti speculativi. Cambia il colore delle amministrazioni, ma non cambiano le modalità di saccheggio del territorio e di privatizzazione dei beni comuni.

Sergio Brenna*

Milano, cantiere verticale


Milano, che come molte grandi città del mondo occi­den­tale ha subìto dagli anni Novanta un cam­bia­mento epo­cale tut­tora in corso, sotto la spinta di un muta­mento del modello pro­dut­tivo carat­te­riz­zato dall’abbandono delle col­lo­ca­zioni urbane delle grandi fab­bri­che, delle infra­strut­ture di tra­sporto e distri­bu­zione delle merci e delle grandi attrez­za­ture isti­tu­zio­nali (caserme, mer­cati gene­rali, fiere, …) sosti­tuite da resi­denze, uffici e grandi cen­tri com­mer­ciali. Essa ha, quindi, da tempo e ampia­mente uti­liz­zato tutte le pos­si­bi­lità con­sen­tite dagli stru­menti di pia­ni­fi­ca­zione nego­ziata (Accordi di Pro­gramma con la Regione e altri enti pub­blici e pri­vati, Pro­grammi Inte­grati di Inter­vento per lo più pro­po­sti da pri­vati) intro­dotti dal 1992 in poi, per impri­mere nelle grandi tra­sfor­ma­zioni urbane deri­vanti dal riu­ti­lizzo di aree dismesse dall’uso pro­dut­tivo o da ser­vizi tec­no­lo­gici ampie modi­fi­che di desti­na­zione fun­zio­nale e quan­tità edi­fi­ca­to­rie rispetto alle pre­vi­sioni del pro­prio Piano Rego­la­tore. Ciò è avve­nuto fis­san­done arbi­tra­ria­mente gli indici e le fun­zioni, sulla base delle con­ve­nienze eco­no­mi­che deri­vanti ai futuri rea­liz­za­tori immo­bi­liari dal prezzo della ren­dita fon­dia­ria attesa dalla pro­prietà dell’area, anzi­ché da un ragio­na­mento di con­gruenza a un pro­getto urba­ni­stico di città civil­mente pensata.

Que­sto qua­dro di dere­go­la­zione normativo-legislativa e di cre­scente aggres­si­vità dell’iniziativa immo­bi­liare, pas­sata dal cir­cuito fondiario-edilizio a quello della grande finanza che la salda alla fase di rior­ga­niz­za­zione pro­dut­tiva, ha carat­te­riz­zato la cosid­detta poli­tica del Rina­sci­mento urbano per­se­guita dalle giunte Albertini/Lupi (1997–2006), prima, e Moratti/Masseroli (2006–2011), poi, che ha costel­lato tutte le aree dismesse della città di tipo­lo­gie edi­li­zie estre­ma­mente con­cen­trate in altezza e in molti casi con quan­tità dop­pie o tri­ple di quelle pro­gram­mate in pre­ce­denza e che, quindi, hanno reso ridi­col­mente insuf­fi­ciente il 50% a verde, spesso sban­die­rato come grande conquista.

In que­sta visione, ogni ten­ta­tivo di porre limiti e indi­rizzi ai cri­teri di riu­ti­lizzo di que­ste aree sulla base di inte­ressi gene­rali degli utenti delle città è stato con­si­de­rato un’indebita intro­mis­sione nelle «magni­fi­che sorti e pro­gres­sive» che le forze eco­no­mi­che e finan­zia­rie sta­vano attuando con la tra­sfor­ma­zione delle città, e per la quale rite­ne­vano pro­pria legit­tima pre­ro­ga­tiva non solo pro­porre quan­tità e fun­zioni secondo una pro­pria valu­ta­zione delle oppor­tu­nità di mer­cato di volta in volta sti­mate e una docile adat­ta­bi­lità alle loro even­tuali flut­tua­zioni, ma anche quella di for­nirne una con­for­ma­zione pro­get­tuale e di imma­gine che, ovvia­mente, nella loro visione atte­neva più al carat­tere della rico­no­sci­bi­lità del mar­chio o della pub­bli­cità azien­dale, che non a quello dei carat­teri inse­dia­tivi o della tra­di­zione cul­tu­rale del con­te­sto urbano in cui si col­lo­cava l’intervento.



Una fase rispetto alla quale l’attuale giunta Pisapia/De Cesa­ris non è riu­scita a segnare una netta inver­sione di rotta, subendo pas­si­va­mente l’attuazione dei pro­getti già avviati sulle prin­ci­pali aree di tra­sfor­ma­zione urbana (ex Fiera City­life, Cen­tro Direzionale/Porta Nuova/Garibaldi/Repubblica), e in pro­spet­tiva sugli scali fer­ro­viari dismessi, sulle ex caserme, sul riuso delle aree dopo l’Expo 2015, limi­tan­dosi a ridi­men­sio­nare, ancor­ché sen­si­bil­mente, le quan­tità edi­fi­ca­to­rie del Piano di governo del ter­ri­to­rio (Pgt) adot­tato dalla pre­ce­dente giunta di centro-destra, senza però riu­scire a cam­biarne il carat­tere libe­ri­sta e privo di indi­rizzi stra­te­gici, impres­so­gli anche da una diri­genza tec­nica avvezza a essere suc­cube degli inte­ressi pri­vati, quando non aper­ta­mente col­lusa, e che non si è avuto la forza e la volontà di avvicendare.

D’altra parte, sotto l’incontenibile appe­tito di oneri urba­niz­za­tivi per tam­po­nare le con­tin­genti esi­genze di bilan­cio, del tutto ana­lo­ga­mente si stanno orien­tando molte ammi­ni­stra­zioni comu­nali dell’hinterland, tra cui l’amministrazione di Sesto San Gio­vanni, sto­ri­ca­mente di sini­stra, che nel riuso delle aree dell’ex accia­ie­ria Falck, ade­ri­sce a un pro­getto di Renzo Piano pro­po­sto dalla pro­prietà dell’area con indici edi­fi­ca­tori, tipo­lo­gie e fun­zioni pres­so­ché iden­ti­che a quelle aval­late dalle giunte di centro-destra a Milano.

Molti hanno com­men­tato in maniera un po’ scon­tata e con­ven­zio­nale che le scelte in corso a Milano e nell’hinterland segne­ranno il destino urba­ni­stico dell’area metro­po­li­tana per i pros­simi venti-trent’anni: non si sono resi conto, tut­ta­via, di accre­di­tare con ciò una verità para­dos­sale. Infatti, con una scelta per vero discu­ti­bile e di dub­bia legit­ti­mità, la legge urba­ni­stica regio­nale del 2005 ha deciso di uti­liz­zare in Lom­bar­dia solo una pia­ni­fi­ca­zione urba­ni­stica di durata quin­quen­nale, senza più alcun oriz­zonte stra­te­gico di medio-lungo periodo, e quindi le pre­vi­sioni dei Pgt di Milano e hin­ter­land ces­se­ranno di avere effetto verso il 2016–2018, giu­sto all’indomani della con­clu­sione del mitiz­zato evento di Expo 2015.

È forse per que­sto che attorno alle aree di Expo 2015 gli appe­titi spe­cu­la­tivi sull’uso finale dell’area (che se resa edi­fi­ca­bile potrebbe ren­dere alla pro­prietà circa 700 milioni di euro, dopo essere stata acqui­sita da Fon­da­zione Fiera a prezzi agri­coli per circa 60 milioni di euro e riven­duta alla newco regio­nale Arexpo a 200 milioni di euro) e che hanno aleg­giato a lungo nella sot­ter­ra­nea con­tesa tra i poten­tati di Cl, della Lega e delle Coop, tor­nano oggi a rispuntare.



Per quanto grande possa essere il potere di convincimento/condizionamento di una Regione Lom­bar­dia per­si­sten­te­mente ammi­ni­strata dal centro-destra (For­mi­goni, poi Maroni), nell’ Accordo di pro­gramma sull’evento Expo 2015 la deci­sione sull’uso finale delle aree dopo l’evento resta in capo al comune di Milano, che, dopo aver scelto la linea mini­ma­li­sta di ridu­zione del danno nell’approvazione del Pgt, ora dovrà final­mente espri­mersi sull’opzione stra­te­gica del man­te­ni­mento a uso pub­blico per­ma­nente di quell’area o della sua spar­ti­zione tra gli appe­titi bi-partizan della sus­si­dia­rietà cooperativistico-edilizia.

Un banco di prova con­creto per veri­fi­care, al di là di divi­sioni ideo­lo­gi­che e schie­ra­menti stru­men­tali, dove risieda la volontà reale delle forze poli­ti­che e dei pro­grammi ammi­ni­stra­tivi di farsi difen­sori civici dell’interesse col­let­tivo della città.

Infatti, se non si vuole ridurre la discus­sione sull’assetto urbano che si vuol otte­nere a mero pet­te­go­lezzo sulle per­so­nali pre­fe­renze este­ti­che di que­sto o quel pub­blico ammi­ni­stra­tore, di que­sto o di quell’architetto di grido, occorre avere il corag­gio di riven­di­care alle scelte dell’amministrazione pub­blica la respon­sa­bi­lità che una col­let­ti­vità si assume nei con­fronti della con­for­ma­zione urbana di cui intende dotarsi. Un tempo l’urbanistica pro­gres­si­sta vedeva nel con­te­ni­mento della ren­dita fon­dia­ria non solo la pos­si­bi­lità di desti­nare nuove risorse a usi più pro­dut­tivi e social­mente più utili, ma anche di riven­di­care una demo­cra­zia nelle deci­sioni su quel bene pri­ma­ria­mente pub­blico e col­let­tivo che è l’uso della città, del ter­ri­to­rio, dell’ambiente.

Oggi, in que­sta fre­ne­sia di pri­va­ti­smo che nei con­si­gli comu­nali sem­bra coin­vol­gere sia le mag­gio­ranze che le oppo­si­zioni, nem­meno le idee sono più in libera dispo­ni­bi­lità, come acca­drebbe in una pia­ni­fi­ca­zione pro­mossa da pro­po­ste dall’Ente pub­blico. Esse, invece, ten­dono ad appar­te­nere pri­va­ta­mente a qual­cuno. Il comune e i cit­ta­dini sono, cioè, liberi di discu­tere solo le impo­sta­zioni pro­get­tuali e inse­dia­tive dell’acquirente con cui il pro­prie­ta­rio delle aree ha stretto un con­tratto, di chi — col più caro prezzo pagato — si è com­prato anche il diritto di essere padrone delle idee sulla città e suo inter­lo­cu­tore unico.

*Ordi­na­rio di urba­ni­stica, Poli­tec­nico di Milano — Dipar­ti­mento di Archi­tet­tura e Studi Urbani


Il Manifesto – 5 febbraio 2014