TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 25 giugno 2014

A Capua alla ricerca dei luoghi di culto del Dio Mithra.



A Capua alla ricerca dei luoghi di culto del Dio Mithra.

Carlo Vulpio

Il toro, Spartaco, l’arcangelo




Non c’è pianta, albero, giardino, orto, frutteto, anche negli angoli più angusti e trascurati, che non sembri in preda a una perenne esplosione ormonale, a una vigorosa e continua manifestazione di esuberanza della vegetazione in tutte le sue varietà, un’eruzione di verde che è l’antitesi dell’eruzione di lava dal Vesuvio e che tuttavia non è meno vulcanica di quella e ha meritato alla parte di Campania tutt’intorno a Capua l’aggettivo felix : fertile, prosperosa, feconda, ubertosa.

Come la natura, così anche la storia, l’arte, la filosofia e le religioni di Santa Maria Capua Vetere, Capua, Sant’Angelo in Formis e Caserta Vecchia si addensano nella stessa area, si contendono lo spazio e la luce, ma alla fine ne emergono tutte vittoriose e inconfondibili. E anzi, l’una non può che rimandare all’altra, ognuna ha bisogno dell’altra per meglio definire se stessa.

Non si può non andare e venire tra le due Capua. Santa Maria Capua Vetere — che è la Capua Antica, «l’altra Roma» (Cicerone), le cui origini risalgono all’Età del Ferro, tra IX e VIII secolo avanti Cristo, e che duecento anni fa è stata chiamata anche Santa Maria per la presenza dell’omonima basilica del V secolo dopo Cristo — e l’attuale Capua, la città medievale rifondata dai Longobardi a metà del IX secolo, dopo la distruzione della città antica a opera dei Saraceni.

Mitreo, esterno























Né si può credere che salire e scendere tra i monti Tifatini e la pianura sia una fatica che non valga il godimento degli affreschi dell’abbazia benedettina di Sant’Angelo in Formis e del borgo medievale di Caserta (Casa Hirta ) Vecchia, che sta a 400 metri di altitudine, è monumento nazionale dal 1960 ed è «l’equivalente italiano di Les Baux, splendida e illustre città della Provenza abbandonata tra le rocce, con la differenza — ha scritto Guido Piovene — che Les Baux è celebrata in Francia mentre Caserta Vecchia è quasi ignota da noi».

Non si può non lasciarsi catturare e trascinare da un angolo all’altro di questo straordinario quadrilatero anche per un’altra ragione. Che possiamo riassumere in tre nomi: il dio persiano Mitra, il gladiatore ribelle venuto dalla Tracia, Spartaco, e l’Arcangelo Michele, il cui nome significa «chi è come Dio». Tre figure che, come vedremo, nonostante le vicende storiche e mitologiche che le separano, legano tra loro questi luoghi e le rispettive opere d’arte e sono legate l’un l’altra dall’aver tutte e tre usato la spada, il gladio, il pugnale: Mitra per sgozzare il toro bianco su ordine del dio Sole e così creare il mondo, Spartaco per guidare la rivolta contro Roma nel 73 avanti Cristo e dare una speranza di libertà agli schiavi, San Michele Arcangelo per sterminare i 180 mila assiri che assediavano Gerusalemme e poi, nello scontro finale tra Bene e Male, sconfiggere l’Anticristo.

Il Mitreo di Santa Maria Capua Vetere, l’ipogeo scoperto nel 1922 che a quattro metri sotto il livello stradale conserva l’affresco della Tauroctonia , in cui appunto Mitra con una mano afferra il toro per le narici e con l’altra lo sgozza, è senza dubbio il luogo più misterioso e affascinante.

Mitreo, interno

















Mitra era una divinità di origine persiana che assume un profilo ben definito, scrive il professor Alberto Perconte Licatese ne Il Mitreo di Capua (pubblicato in proprio), grazie a Zarathustra, «riformatore della religione dell’antico Iran, vissuto tra il 1000 e il 500 avanti Cristo, e fondatore dello zoroastrismo». Ma soprattutto, sottolinea lo studioso, «Mitra era il dio del patto concluso con l’umanità». Un aspetto, questo, che, nonostante il suo carattere iniziatico ed elitario, mise il mitraismo — introdotto in Italia dai gladiatori (barbari e nemici sconfitti) nella seconda metà del III secolo avanti Cristo — in concorrenza con il cristianesimo fino al 380 dopo Cristo, quando con l’editto di Teodosio la religione cristiana divenne «religione di Stato».

Quello di Capua Vetere — sostiene in un suo studio del 1971, purtroppo non ancora tradotto in italiano, lo scomparso Maarten Jozef Vermaseren, archeologo e docente all’università di Utrecht — è uno dei 137 mitrei sparsi nel mondo. Ma è uno dei pochi ad affresco ed è l’unico in cui è raffigurato l’intero ciclo di iniziazione degli adepti. I quali vengono ammessi al culto del dio in totale sottomissione, nudi, bendati e con le mani legate dietro la schiena.

Nella cripta in cui si svolge il rito, lunga dodici metri e larga tre, tutto è simbologia, dalle stelle a otto punte che decorano la volta e rappresentano il firmamento ai gradi di iniziazione, che sono sette (il sette è il numero-chiave del mitraismo), fino al grande affresco semicircolare in cui Mitra sacrifica il toro. Animale di somma importanza, che viene ucciso da Mitra affinché il suo sangue fecondi la terra e che ritroviamo nei miti del Minotauro, del ratto di Europa, della settima fatica di Eracle, nelle Taurilie — i giochi in onore degli Inferi —, nei nomi delle città di Torino e Taormina e dei monti Tauri in Asia minore, fino alla corrida, che risalirebbe ai misteri in onore di Dioniso (che era taurofago) praticati in Tracia.



Il mitraismo però trovò terreno fertile nell’Impero anche per un’altra ragione. «Mitra — sostiene Perconte Licatese — incarnava tutte le virtù che un soldato romano avrebbe potuto possedere: guerriero invitto, cacciatore astuto, abilissimo cavaliere e, soprattutto, un militare che seguiva un severo codice di autodisciplina, d’onore, di lealtà, di fedeltà». Quelle qualità da «soldato romano» che Giulio Cesare avrebbe ammirato proprio in Spartaco, il gladiatore trace la cui compagna era sacerdotessa di Dioniso e che in quegli anni era, con il re del Ponto, Mitridate (che derivava il nome dal dio Mitra) tra gli irriducibili nemici di Roma. Un’ammirazione che Spartaco si era guadagnato per aver saputo trasformare una massa di sbandati in esercito, anzi in un «esercito romano».

In un’Italia in cui «la rete di organizzazione schiavistica — scrive Aldo Schiavone in Spartaco. Le armi e l’uomo (Einaudi) — aveva consentito di raggiungere una ricchezza mai vista, distribuita in modo abissalmente diseguale», Spartaco si ribella. E dalla ricca Capua, proprio da quell’arena in cui aveva dovuto uccidere per non essere ucciso — che alla fine del I secolo dopo Cristo verrà abbattuta per far posto al grande anfiteatro da 60 mila posti e 44 metri d’altezza, secondo soltanto al Colosseo — Spartaco, che «metteva insieme scoperta geografica, rilevazione antropologica, disegno strategico e sicurezza tattica» (sempre Schiavone), entrerà direttamente nella storia e nella leggenda.

Oltre che nel cinema e nella tv. Spartacus di Stanley Kubrick, interpretato da Kirk Douglas, vinse quattro Oscar e un Golden Globe nel 1961, mentre negli Stati Uniti in questi ultimi tre anni sono state prodotte tre serie tv, tanto che nei corridoi del Museo archeologico dell’Antica Capua è in bella mostra un manifesto che celebra Andy Whitfield — l’attore che ha interpretato Spartaco nella prima serie, morto di leucemia appena concluse le riprese — e gli riconosce il merito di aver «contribuito a rendere il personaggio storico una figura amata anche dal pubblico contemporaneo».

Non aver rinchiuso nei recinti accademici Spartaco, Capua e il suo anfiteatro, ma al contrario, aver favorito una certa contaminazione tra cultura «alta» e «popolare» è servito a raggiungere un doppio risultato. Nei numeri, con 43 mila visitatori nel 2013, più del doppio dell’anno precedente; e nello stato dei luoghi, con l’anfiteatro, il Museo dei gladiatori e le strutture di accoglienza che sono stati restaurati e realizzati con fondi pubblici, senza stramberie e «buchi neri», e dove la gente ama trascorrere le serate primaverili ed estive. Una bella novità, che suscita un certo orgoglio in chi per anni ha lavorato a questo obiettivo, come la soprintendente Adele Campanelli e gli archeologi Francesco Sirano e Laura Del Verme.



Santa Maria Capua Vetere, abbiamo detto, venne distrutta dai Saraceni nell’841 e venne rifondata cinque chilometri più a nord dai Longobardi, i quali, nel processo di cristianizzazione che avevano intrapreso, «adottarono» come loro santo protettore l’Arcangelo Michele, il più simile al Wodan della mitologia nordica, che oggi è il patrono di Capua e, soprattutto, è il santo al quale sono intitolate la basilica di Sant’Angelo in Formis (in formis è il riferimento all’acquedotto romano che portava l’acqua dal monte Tifata a Capua) e al duomo di Caserta Vecchia.

La chiesa di Sant’Angelo sorge sulle rovine di un tempio di Diana, che fu poi soppiantato da un santuario cristiano dedicato dai Longobardi al santo guerriero «Mika-El» nel VI-VII secolo. Al posto del santuario infine, nella metà dell’XI secolo, sorse la basilica benedettina così com’è oggi, con i suoi meravigliosi affreschi che la decorano completamente e ne fanno un magnifico esempio di quella Biblia picta , o Biblia pauperum , che raccontava e faceva capire le Scritture agli analfabeti e alla gente semplice. E che papa Gregorio Magno, ben prima della furia iconoclasta dell’VIII secolo dovuta all’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico, caldeggiava per la loro utilità didattica.



Tutti gli affreschi meriterebbero di essere menzionati, ma quelli del Giudizio universale , che su cinque registri riempiono tutta la parete della controfacciata, con il Cristo Giudice racchiuso in una mandorla e tre angeli che separano i giusti («Venite benedicti ») dai malvagi («Ite maledicti »), sono di una potenza suggestiva unica.



Non meno fascinosa è Caserta Vecchia. Il suo duomo, del XII secolo, domina il borgo, con un campanile di 32 metri a pianta quadrata e un tiburio il cui esterno è considerato tra le più importanti testimonianze di decorazione architettonica arabo-normanna. All’interno, i preziosi mosaici (XIII secolo) del pulpito e del pavimento. Sul quale, purtroppo, abbiamo visto battere la pioggia che penetra dal tetto. L’Arcangelo Michele è un santo guerriero. Farlo arrabbiare non conviene.



Il Corriere della sera – 13 aprile 2014