TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 24 giugno 2014

La nostalgia di Goethe per l’Italia immaginata


Dallo slancio ribelle del “Werther” all’esigenza di un’arte che sappia mediare tra sogno e realtà, tra autorità e trasgressione.

Walter Siti

La nostalgia di Goethe per l’Italia immaginata




La terra dove fioriscono i limoni è l’Italia, e Goethe fece due viaggi in Italia - il primo durato quasi due anni, il secondo più breve. Ma i viaggi sono successivi alla prima redazione di questa poesia, qui il paesaggio è tutto sognato e filtrato, per dir così, da una nostalgia preventiva. Suo padre c’era andato e gli aveva parlato della Riviera ligure, nel 1775 lui stesso dal Gottardo era stato tentato di scendere ma s’era limitato a lanciare verso l’Italia uno “sguardo d’addio”.

La prima strofa fa dell’Italia un paradiso terrestre, in cui fiori e frutti coesistono nello stesso momento (la precisione botanica lo spingerà poi a controllare questa particolarità degli agrumi), in cui crescono la pianta sacra all’amore (il mirto) e quella della gloria poetica (l’alloro); i colori sono accesi, “glûhn” significa “splendono, brillano” ma il verbo riporta al senso dell’ardere, del bruciare (“Glut” è la brace), come se l’oro fiammeggiasse a contrasto col cupo delle foglie.

La seconda strofa esalta l’Italia come patria dell’eleganza architettonica, quando andrà a Vicenza sarà colpito dalla Rotonda di Palladio e probabilmente aveva già visto dei disegni; per lui l’architettura è il suggello di un felice equilibrio tra natura e società.

La terza strofa risale dal paradiso alla fatica necessaria per arrivarci, attraverso la barriera delle Alpi; quelle le conosceva personalmente, aveva visto nebbie e cascate. Se la pianura è il simbolo dell’agognata armonia classica, la montagna è ancora il luogo delle passioni disordinate, dell’orrido sublime che dev’essere superato come una prova.

Se grandezza significa infondere vita originale agli stereotipi, Goethe in queste tre semplici strofe di ballata (ognuna di sei versi su cinque accenti a rime baciate) ha drammatizzato, sotto il cliché del desiderio per un luogo ameno, il proprio percorso culturale di quegli anni - dallo slancio ribelle e disperato del Werther e dello Sturm und Drang all’esigenza costruttiva e matura di un’arte che sappia mediare tra sogno e realtà, tra autorità e trasgressione.

Chi parla in prima persona nella poesia, domandando ansiosamente, non è Goethe: è la ragazzina nominata nel titolo, Mignon. Questa ballata apparve per la prima volta all’inizio del quarto capitolo della Vocazione teatrale di Wilhelm Meister, il romanzo composto da Goethe tra il 1777 e il 1785 e rimasto incompiuto; nel romanzo Mignon è una dodicenne che il protagonista compra da una compagnia di saltimbanchi italiani, che si veste da ragazzo e non conosce le proprie origini - strana, lunatica, a tratti infantile e a tratti pericolosamente seduttiva.

Parla a stento un miscuglio di lingue, solo quando canta o danza è veramente libera; questa ballata è la prima che lei canta accompagnandosi con la cetra, in una lingua incerta tra italiano e francese, e noi la leggiamo come Wilhelm l’ha tradotta. Certe audacie linguistiche e una certa elementarità della struttura (senza enjambements, un quadro per ogni strofa) sono mimetiche dell’ingenuità selvaggia di Mignon.



Anche la domanda posta con diffidente fiducia, e la credenza nei draghi, e l’idea che le statue le rivolgano parole di compassione, tutto appartiene alla ragazzina- personaggio. Che vede in Wilhelm il suo rifugio, il suo padre ideale ma anche, ambiguamente, il suo amato. Colei che sogna la classicità italiana è, contraddittoriamente, il personaggio più torbido e misterioso del romanzo - a testimonianza che in Goethe le opposizioni e le vie d’uscita sono sempre complesse.

La ballata ritorna con lievi varianti negli Anni d’apprendistato , il romanzo che nel 1796 compie (ristrutturandolo e cambiandolo di segno) il primo Meister; in mezzo, oltre al viaggio in Italia, c’è stata la rivoluzione francese. Il bisogno d’ordine si è fatto più forte, il ritratto realistico e scapigliato d’una compagnia d’attori è diventato un romanzo iniziatico e massonico; Goethe rinnega l’ambiguità di Mignon: con una serie di agnizioni al limite del ridicolo apprendiamo che la bambina è figlia di un incesto e per di più il padre era un marchese fattosi monaco.

La famiglia viveva sul lago Maggiore e la bambina abbandonata a se stessa si rifugiava in una villa, da cui i saltimbanchi l’hanno rapita: dunque la visione ha tutto lo strazio di un ricordo rimosso. Ma si tratta di una razionalizzazione successiva, come è perbenistica la morte di Mignon con la sua androginia trasformata in asessualità angelica. La ballata ha una bellezza autonoma, così l’hanno sentita i giganti che l’hanno musicata: da Beethoven a Schumann a Schubert.

C’è la malinconia di un paradiso perduto prima di conoscerlo, ma unita alla forza di chi si appresta a conoscerlo e attraversarlo. Goethe è maggiore di Wilhelm (e le sottili variazioni al refrain non sono certo di una bambina). Negli Anni di peregrinazione , dove un Goethe vecchio e deluso conclude la storia del suo antico protagonista, questa ballata ritornerà a suscitare lacrime di commozione, ormai nostalgia di una nostalgia.



La Repubblica – 15 giugno 2014