TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 25 giugno 2014

Marco Revelli, Sinistra, il nuovo soggetto da costruire



Basta con i pianti e i discorsi da bar. La politica è una cosa seria e come tale va trattata e dunque anche studiata e approfondita. Ma come in Italia tutti si sentono commissari tecnici della nazionale, così a sinistra tutti pensano di poter parlare di cose di cui spesso non sanno (e capiscono) assolutamente nulla. D'altronde, con l'eccezione del Manifesto e di pochi altri, chi negli ultimi anni ha fatto qualcosa contro il dilagare di un analfabetismo politico che è al tempo stesso causa ed effetto della passività sociale. Antonio Gramsci (come i vecchi riformisti) aveva ben chiaro che la battaglia per l'egemonia passava prima di tutto per l'educazione delle masse. Oggi, a parte le fumisterie televisive inconcludenti di leader di ben poco spessore, chi a sinistra si preoccupa davvero della formazione di una nuova generazione di militanti proprio a partire da un confronto chiaro sui temi di fondo? 

Marco Revelli

Sinistra, il nuovo soggetto da costruire

I tra­va­gli attuali di Sel hanno dato la stura a un fiume di tri­via­lità, spa­rate ad alzo zero in tutte le dire­zioni. Con­tro Ven­dola e Fra­to­ianni, tac­ciati di «arroc­ca­mento iden­ti­ta­rio», di resa al mino­ri­ta­ri­smo e alla mar­gi­na­lità. Con­tro Migliore e gli «scis­sio­ni­sti», accu­sati di tra­di­mento (gli «Sci­li­poti di Renzi», i «Razzi di sini­stra»…). Con­tro la sini­stra in gene­rale, rie­su­mando l’eterno e un po’ fru­sto man­tra della scis­sione come voca­zione e come destino («La male­di­zione della sini­stra più sini­stra» inti­to­lava scia­cal­le­sca­mente il quo­ti­diano ren­ziano Europa). Come se il gusto della sepa­ra­zione abi­tasse solo su que­sto ver­sante dello schie­ra­mento poli­tico in forma di malat­tia incapacitante.

In realtà non è così. Per­ché è vero che la tra­va­gliata vicenda sto­rica del socia­li­smo ita­liano è dis­se­mi­nata di scis­sioni, da quella sto­rica di Livorno del 1921, a quella di Palazzo Bar­be­rini del 1947 che separò nen­niani e sara­gat­tiani, a quella del 1964 che segnò la nascita del Psiup, fino alla rea­zione a catena seguita alla svolta della Bolo­gnina.

Ma è altret­tanto vero che nel campo libe­rale non si è stati da meno, a comin­ciare dal big bang che separò all’origine destra e sini­stra sto­ri­che, pas­sando per la con­trap­po­si­zione tra gio­lit­tiani e salan­drini, e dalla dis­se­mi­na­zione dei dif­fe­renti gruppi nota­bi­lari che impe­di­rono nel nostro Paese la nascita di un vero «par­tito della bor­ghe­sia». Per non par­lare della dia­spora a cui si è assi­stito recen­te­mente nel Pdl, scisso in mol­te­plici fram­menti, da Fra­telli d’Italia all’Ncd.

La verità è che in un con­te­sto poli­tico come il nostro, non carat­te­riz­zato da uno «stile di aggre­ga­zione prag­ma­tica» sul modello inglese strut­tu­ral­mente bipar­ti­tico (ma anche lì, come si è visto, le cose stanno cam­biando), la ten­denza alla scom­po­si­zione dei sog­getti poli­tici è fisio­lo­gica, in par­ti­co­lare in momenti di grande tra­sfor­ma­zione «di sistema», in cui le varie cul­ture poli­ti­che ten­dono a ripo­si­zio­narsi in rap­porto al muta­mento dell’insieme.

E que­sta è, appunto, una con­giun­tura poli­tica di tal genere. Non c’è dub­bio, infatti, che la nascita del Pd ren­ziano, e la deriva resa visi­bile dai suoi primi passi come sog­getto di governo, met­tono in evi­denza una muta­zione gene­tica insieme del par­tito e del sistema, che offre il segno di una discon­ti­nuità radicale.

Del Par­tito demo­cra­tico, in primo luogo, per­ché esso ha silen­zio­sa­mente, senza modi­fi­che sta­tu­ta­rie e per­sino senza una sen­sata discus­sione, mutato natura e struttura.

Il Pd è, oggi, di fatto, un’appendice del pro­prio lea­der. Da corpo orga­niz­zato in fun­zione della sele­zione e pro­mo­zione del per­so­nale di governo è diven­tato, alla velo­cità della luce, per effetto prima di una sca­lata «esterna» alla sua lea­der­ship, poi per il risul­tato elet­to­rale delle euro­pee, un «par­tito per­so­nale» a tutti gli effetti. Potremmo dire per­sino «dispo­ti­ca­mente per­so­nale», la cui discus­sione interna viene risolta a colpi di ulti­ma­tum (si veda il caso Mineo) e di tweet del capo, e il cui destino dipende sem­pre più, nel bene o nel male, dalle sorti del suo «uomo solo al comando».

Un par­tito, potremmo aggiun­gere, total­mente interno per pra­tica e per voca­zione, al para­digma neo­li­be­ri­sta, di cui accetta vin­coli (la linea Mer­kel), refe­renti (si pensi alle riforme coge­stite con Ber­lu­sconi e Lega!) e uomini (si veda il via libera a Junker).

Ma anche, dicevo, muta­zione gene­tica del sistema poli­tico nel suo com­plesso, per­ché il magnete ren­ziano lavora in tutte le dire­zioni, non solo sulla sua sini­stra, fran­tu­mando tutte le for­ma­zioni che gli stanno intorno, da Scelta civica a quel che resta della dia­spora cat­to­lica, e atti­ran­done i fram­menti a voca­zione mini­ste­riale (nel senso con cui Gae­tano Sal­ve­mini usava il ter­mine). E soprat­tutto per­ché la meta­mor­fosi ren­ziana del Pd segna la fine con­cla­mata anche dell’ombra rima­sta di ciò che era la vec­chia sini­stra (di cui, appunto, oggi non resta nep­pure più la memo­ria). Sull’ala sini­stra del nostro sistema poli­tico si apre una gigan­te­sca vora­gine, che attende di essere riempita.

Non pos­sono stu­pire, dun­que, i con­trac­colpi che tor­men­tano il per­corso di Sel, la for­ma­zione poli­tica che stava più a ridosso dell’area Pd, e che sul suo pre­ce­dente assetto e sulla sua, almeno dichia­rata, voca­zione di sini­stra aveva scom­messo. Così come non può stu­pire che il deto­na­tore di que­sta crisi sia stato costi­tuito dall’apparire della lista «L’Altra Europa con Tsi­pras» e dal suo (non da tutti spe­rato) supe­ra­mento della fati­dica soglia, a cui Sel ha con­tri­buito attivamente.

Non può stu­pire per­ché quel pro­getto embrio­nale di sog­get­ti­vità poli­tica alter­na­tiva, soprav­vis­suto (sia pur di misura) alla prova del quo­rum mette all’ordine del giorno, appunto, la costru­zione (non, si badi, la ri-costruzione, o l’esumazione, ma la rie­la­bo­ra­zione su basi nuove) di una sini­stra in Ita­lia all’altezza dei tempi.

Ha ragione Asor Rosa quando, su que­sto gior­nale, ci dice che il pro­getto deve neces­sa­ria­mente essere ambi­zioso. Che non può arre­starsi all’amministrazione di quel milione e cen­to­mila voti che la «Lista Tsi­pras» ha rac­colto, ma imma­gi­nare una sini­stra ben più ampia (per­ché i tempi e i modo della crisi non lasciano spa­zio alle voca­zioni testi­mo­niali), deter­mi­nata a riem­pire quella vora­gine. Ed è vero che chi in quella lista ha cre­duto non può pen­sare che essa costi­tui­sca, di per sé, «il sog­getto», o «la forma» già defi­nita o defi­ni­bile per vie interne, di quella grande spe­ranza.

Ma quel milione e cen­to­mila può essere il punto da cui par­tire. E quella comu­nità che si è mobi­li­tata per rac­co­glierlo, il cata­liz­za­tore di una chi­mica che pro­duca, in iti­nere, pro­cessi di aggre­ga­zione ampi, inclu­sivi, rispet­tosi delle dif­fe­renti iden­tità, e dei rispet­tivi tempi, capace di rimet­tere in gioco «pub­blici» diversi, den­tro e fuori i tra­di­zio­nali stec­cati della sini­stra politica.

Se una lezione ci viene dai fatti, è che nes­suna delle forme poli­ti­che gene­ra­tesi alla sini­stra del Pd può soprav­vi­vere oggi da sola. E nel con­tempo che il pro­cesso di rico­stru­zione di una sini­stra ita­liana non può igno­rarne nes­suna, così come non può igno­rare l’enorme eser­cito degli sco­rag­giati, degli indi­gnati e dei delusi, migrati nelle aree gri­gie dell’astensione, o del voto «gril­lino», o di quello al Pd «a naso turato». È un buon via­tico, per le talpe che hanno voglia di scavare.


Il Manifesto – 22 giugno 2014