TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 23 giugno 2014

Misteri americani: Marilyn, l’ultimo atto



Un libro di due giornalisti del New York Times (il più autorevole quotidiano americano) fa luce sulla morte di Marilyn Monroe coinvolgendo pesantemente Bob Kennedy. Un altro colpo (se ce ne fosse bisogno) al mito kennediano. Veltroni, stai sereno.


Ennio Caretto

Marilyn, l’ultimo atto



A 51 anni dalla morte di Marilyn Monroe il 4 agosto del 1962, Jay Margolis e Richard Buskin del New York Times , due giornalisti americani autori di molti best seller, annunciano di averne risolto il mistero. In un libro intitolato «L’assassinio di Marilyn Monroe: caso chiuso» pubblicato dall’editrice Skyhorse, Margolis e Buskin affermano che l’attrice non si suicidò, come concluso dalle autorità, ma venne uccisa dal proprio psichiatra Ralph Greenson dietro pressione di Bob Kennedy. E ne svelano quelli che ritengono i retroscena.

Dopo essere stata l’amante del presidente John Kennedy, l’attrice era diventata l’amante del fratello Bob, il ministro della Giustizia. Secondo il cognato dei Kennedy Peter Lawford, «i due se la passavano come una palla». Ma Marilyn voleva essere sposata, e quando entrambi si rifiutarono di divorziare dalle mogli, li minacciò di rivelare ai media tutti i segreti personali e politici dei Kennedy. Stando a Margolis e Buskin, «li aveva annotati in un piccolo taccuino rosso» poi scomparso.

L’ultimatum, scrivono i due giornalisti, convinse Bob Kennedy, in lite con lei, che l’attrice andava eliminata. Peter Lawford lo aveva informato che Marilyn aveva un altro amante, lo psichiatra Greenson, e il fratello del presidente lo intrappolò: se la tresca fosse venuta alla luce, non avrebbe più potuto esercitare la professione e forse sarebbe finito in carcere. Non sarebbe stata solo la fine della dinastia Kennedy.

La ricostruzione della morte della dea hollywoodiana fatta da Margolis e Buskin è terrificante. Bob Kennedy entra con le guardie del corpo nella villa di Lawford dove la Monroe è ospite per farsi consegnare «il piccolo taccuino rosso». Lei rifiuta, lui le fa iniettare alcuni barbiturici e chiama Greenson affinché la finisca. Ma l’attrice, che ha perduto i sensi, viene scoperta dalla cameriera, che chiama l’ambulanza. Il paramedico è James Hall, e secondo gli autori la sua testimonianza è determinante. Hall riesce a rianimare Marilyn ma Greenson, giunto nel frattempo, le fa un’iniezione di pentabarbitol al cuore. L’attrice spira di lì a poco.

La tesi dell’assassinio non è nuova. Ma in precedenza, l’assassinio venne attribuito prevalentemente all’Fbi e alla Cia, che lo avrebbero compiuto per proteggere i Kennedy, o alla mafia, che lo avrebbe compiuto per mettere le mani sul libretto rosso dell’attrice. Nel loro processo a Bob Kennedy Margolis e Buskin ci mettono la faccia, resta da vedere con quali conseguenze.


Il Corriere della sera – 18 maggio 2014