TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 giugno 2014

Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale



Ristampato il libro di Enzo Forcella e Alberto Monticone sulle fucilazioni di massa ordinate dai comandi italiani nella prima guerra mondiale. Ne emerge il quadro drammatico di una repressione sistematica e spietata di ogni forma di dissenso tra i militari. Ci ricorda come la “grande guerra” non fu un evento eroico da celebrare (come ancora oggi si fa) con sventolio di bandiere e retorica patriottica, ma un'immane catastrofe e un crimine contro l'umanità.

Raffaele Liucci

Le sentenze della Grande Guerra

I classici sono tali perché ci parlano anche del tempo in cui viviamo. È il caso di Plotone d'esecuzione, di Enzo Forcella (1921-99, giornalista con la passione della storia) e Alberto Monticone (storico ed esponente di spicco del cattolicesimo democratico). Uscito per la prima volta nel lontano 1968, più volte ristampato e ora riproposto da Laterza nel centenario del primo conflitto mondiale, questo libro offre una chiave ermeneutica inconsueta, forse provocatoria. 

Formalmente, è una scelta di 166 sentenze emesse dai tribunali militari in tempore belli. All'epoca, incrinò la mitologia della «guerra patriottica». Quelle carte giudiziarie svelavano infatti un mondo d'imboscati, disertori, ammutinati, disfattisti, autolesionisti, ribelli, codardi «in faccia» o «in presenza del nemico» (una questione di diritto sulla quale si decideva spesso il destino di un imputato). Le lettere intercettate dalla censura postale erano di tenore ben diverso da quelle riunite nella classica antologia di Adolfo Omodeo (Momenti della vita di guerra, 1934), in cui gli ufficiali di completamento sprizzavano spirito di sacrificio ed ethos risorgimentale.

«State pur certo che io non muoio per questa schifa d'Italia», scriveva invece un fante al padre, mentre un caporale, rivolgendosi alla moglie, paragonava i combattenti alle bestie: «si va al macello senza che tu te ne accorgi». Per non parlare di chi malediceva Cesare Battisti («hanno fatto il suo dovere a metterlo alla forca!») e dell'artigliere udito pronunciare queste parole: «Se a me toccherà di andare in trincea farò come per lo passato e cioè non farò giammai funzionare la mia mitragliatrice, e così i tedeschi verranno avanti e io mi darò prigioniero».



La Grande Guerra, insomma, è anche un campo di battaglia fra chi obbliga gli altri ad andare a morire e chi, per sottrarsi a quest'«onore», è disposto a tutto, anche a infierire sul proprio corpo. Timpani trapassati dai chiodi, mani stritolate sotto grosse pietre, occhi accecati dall'urina. Gli scartafacci processuali dischiudono un ricco inventario di pratiche automutilatrici. Ma per finire fucilati alla schiena bastava pronunciare qualche frase avventata: come era successo all'aspirante ufficiale che in una cena privata, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, aveva confessato ai colleghi di non poterne più e di bramare l'entrata vittoriosa degli Austriaci a Milano. Questa severità isterica (in parte sanata dall'amnistia del 1919) riflette l'inadeguatezza di un codice militare ancora ottocentesco, inadatto a gestire una guerra di massa.

Giungiamo così al secondo piano di lettura del libro, quello più attuale, imperniato sulla lunga introduzione, firmata dal solo Forcella e intitolata, quasi filosoficamente, Apologia della paura. Un invito a fare i conti, «senza paraocchi ideologici», con la realtà di quanti, di fronte alla guerra, a ogni guerra, manifestano distanza, insofferenza, fobia: ignorando l'«etica sociale del gruppo egemone», che prescrive il dovere di sacrificarsi in nome di un ideale superiore. Negli anni intorno al Sessantotto suonava quasi ovvio assegnare una patente politica a disobbedienti e vigliacchi, "sovversivi" in pectore. Invece, secondo Forcella, i contadini analfabeti condannati per diserzione e autolesionismo avevano semplicemente espresso il loro «no alla storia» e il loro diritto, «assoluto e inalienabile», a restare padroni della propria esistenza. In spregio ai «sanculotti di qualsiasi colore».



Certo, quando si affrontano questi temi non bisognerebbe mai confondere la parte con il tutto. Il pur significativo numero di condanne inflitte dai tribunali militari nel 1915-18 (circa 170mila, di cui 4mila a morte, 750 delle quali eseguite) fu infatti una goccia nel mare. In fin dei conti, la macchina della mobilitazione generale funzionò (oltre cinque milioni i chiamati alle armi), e la stragrande maggioranza della truppa restò fedele, sino alla vittoria finale. Un risultato di tutto rispetto, per uno Stato gracile e imberbe, com'era l'Italia del 1915. Eppure, questi minuscoli granelli di sabbia rinvenuti da Forcella e Monticone riverberano in nuce una tendenza connaturata alla modernità: ossia la crescente indisponibilità ad affidare a un'autorità esterna il diritto di decidere sulla propria vita e la propria morte. Dall'obiezione di coscienza al testamento biologico, il passo è più breve di quanto non sembri.

Non è tutto. Quest'apologo sulle "virtù" della paura tradisce un evidente richiamo autobiografico alla stagione in cui, nella Roma città aperta del 1943-44, lo stesso Forcella aveva scelto d'imboscarsi: «Sarei vissuto come quei monaci del medioevo chiusi nei loro conventi mentre la guerra divampava nei borghi e nelle campagne circostanti, e loro da tutto quel rumore non ricavavano nessuna suggestione esaltante, solo sgomento e paura», ricordava nella sua Testimonianza sull'attendismo (1974). Un'«arte della fuga» mai più rinnegata. Tanto che non mancherà di criticare, includendovi pure Cesare Pavese, quanti avevano viceversa espresso il rimorso per la «mancata prova virile» della guerra partigiana.

Pur collocandosi nell'alveo progressista, ma su scranni terzaforzisti, l'inquieto Forcella resterà sempre intriso di una «profonda, invincibile estraneità» all'oleografia della Storia ufficiale. Di qui le sue frequenti incursioni nelle praterie meno battute: dal movimento dei «Nonsiparte» (che nell'autunno '44 si ribellò alle cartoline precetto inviate dal Regno del Sud) alla Roma inerte e un po' infingarda immortalata nel suo libro postumo, La Resistenza in convento (1999). Dove lui stesso, non a caso, evoca lo «stato di atarassia» in cui visse Wittgenstein durante la Grande Guerra, quando nel fango delle trincee pose le basi del suo Tractatus.

Il Sole24 ore – 29 giugno 20414


Enzo Forcella e Alberto Monticone
Plotone d'esecuzione. I processi della Prima guerra mondiale
Laterza, 2014
13,00