TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 28 luglio 2014

Angeli e demoni nella valle dei misteri



Sulle tracce del mito tra le montagne e i boschi della Tav


Marino Niola

Angeli e demoni nella valle dei misteri


Benvenuti in Val di Susa, la Stonehenge italiana. Dove la pietra è sacra. E su questa pietra l’immaginario ha edificato la sua chiesa. Un pantheon fatto di monoliti enigmatici, sassi erratici, bassorilievi arcani, graffiti preistorici. E abbazie medievali perdute tra i monti in uno scenario da Nome della rosa .

L’imbocco della valle dei misteri ha una porta ideale. E pure girevole. Si trova ad Alpignano, vicino al ponte sulla Dora. La chiamano il “masso trottola” perché la notte dell’Epifania la roccia incantata compie tre giri su se stessa, quasi a segnare con una piroetta l’uscita di scena della dodicesima notte. Quella che chiude il momento magico dell’anno. Che inizia la vigilia di Natale - quando gli uomini tacciono e gli animali parlano - e termina al dodicesimo rintocco del sei gennaio, quando le pietre si agitano lanciando segnali nella loro lingua silente.

Questa terra rarefatta e metafisica, dove dovrebbe passare la Tav, è celebre sin dai tempi del paganesimo per l’incrocio di energie telluriche e di forze arcane che l’attraversano. All’antica saxorum veneratio dei pagani, che ha disseminato la strada che fuggeverso la Francia di dèi minerali, di numi fossili, la Chiesa ha sovrapposto nel corso dei secoli le sue croci litiche, le sue guarnigioni celesti, i suoi santi guerrieri, le sue fortezze devote. Risultato un fittissimo intrico di simboli che rende la storia stratificata come una geologia. E il mondo politeista, con la sua sacralizzazione della natura, diventa una sola cosa con quello cristiano che della natura fa invece una dependance dell’uomo. Un santuario a cielo aperto.

Un tempo quassù regnava Giove Dolicheno, dominatore incontrastato delle vette e delle folgori. Venerato dai legionari romani che passavano di qui per andare in Gallia. Adesso San Michele, il serafino tutto fuoco e fiamme, signore cristiano delle grotte e dei boschi, è il suo erede. Il simbolo di questo passaggio di testimone tra antichi dèi e santi patroni.



La splendida abbazia dell’arcangelo, costruita intorno all’anno mille, che tutti chiamano semplicemente la Sacra, è a tutti gli effetti una foresta pietrificata. Una mole escheriana che cerca di emergere tra le alte vette che l’accerchiano. E si slancia verso il cielo spinta da vertiginosi contrafforti, scale iperboliche, archi rampanti. Quasi a decollare dalla piattaforma di roccia su cui è poggiata.

È il sacro che prende le distanze dalla natura. E traccia le sue nuove coordinate del mondo. Proietta sulla terra le sue sante geometrie. Circoli, angoli e linee miracolosi. E se per due punti può passare una sola retta, quando i punti diventano tre il postulato si fa ancor più indiscutibile. Sacrosanto. E la dimostrazione esatta si trova sul monte Pirchiriano, dove svetta la Sacra. Perché proprio di lì passa la linea invisibile che mette in riga gli altri due centri mondiali del culto micaelico.

All’estremo settentrionale l’isola normanna di Mont St. Michel au peril de la mer, San Michele al pericolo del mare, il presidio soprannaturale invocato dai marinai contro la furia degli elementi. L’angelico regolatore delle maree come antidoto alla morte per acqua.

Santuario rupestre di Monte Sant’Angelo sul Gargano





















All’estremo meridionale il santuario rupestre di Monte Sant’Angelo sul Gargano. Quello fondato dall’arcangelo in persona sulla cima dove aveva regnato il gigante Gargano, una sorta di Gargantua dei boschi e delle balze silvane. Duemila chilometri di via sacra che i pellegrini hanno percorso per secoli dopo che l’evangelizzazione dell’Europa aveva sgombrato il cammino dagli dèi falsi e bugiardi. E non finisce qui. Perché questo andirivieni rituale arrivava dritto a Gerusalemme, pietra terminale di questa retta via della devozione. Insomma un passante angelico che aveva il suo centro nell’abbazia simbolo del Piemonte. In quell’ombelico del mondo che è la Sacra, piantata sulle porte degli inferi come un non prevalebunt.

Certo è che in questa valle è passato di tutto e di più. Questione di energie? È probabile, perché qui la natura si è sempre manifestata in tutta la sua potenza. Fascinosa e tremenda al tempo stesso. Bella e terribile come la immaginava Giacomo Leopardi. Ma qui il terribile ritrova la sua origine linguistica. Che ha a che fare con l’agitazione vitale. Con il timore e il tremore epifanico delle cose.

Monte Musinè



















Un’energia talmente fuori scala, talmente a dismisura d’uomo da apparire numinosa. E luminosa. Come quella che si sprigiona dalla testa pelata del monte Musinè. Per secoli covo di maghi, di streghe e di licantropi. E ancora oggi meta di veggenti e sensitivi. In cerca di magnetismi. Qui le bacchette dei rabdomanti oscillano furiosamente, come metronomi impazziti. E il cielo si accende come un display dell’umore divino. Forse perché Erode fu condannato a volare per sempre su questa cima sopra un carro di fuoco.

Così sono in tanti a giurare di aver visto la montagna illuminata da fulmini a ciel sereno, globi ardenti e fosforescenze misteriose. Che fanno del Musinè un osservato speciale. Nonché un osservatorio ideale per ufologi, avvistatori di fuochi fatui, emissari dell’occulto. O ghostbusters in missione per conto di Dio. Alla ricerca di travi infuocate, piogge scintillanti e raggi verdi. Luci e suoni di una natura in perenne stato di eccezione. Tanto per non farsi mancare niente si dice anche che qui non cresca un filo d’erba perché una processione infinita di anime dannate risale e ridiscende perpetuamente i fianchi glabri del monte. Come tanti Sisifo dell’aldilà.

Il Maomet di Borgone Susa


















Ma in questa valle del vento, dove il diavolo e l’acqua santa si fronteggiano da sempre, sono passati anche Maometto e Carlomagno. Con il più grande dei paladini. Orlando, che proprio a Borgone Susa, nel bosco che porta il suo nome, avrebbe tagliato in due un uovo cosmico di pietra nel tentativo di spezzare la sua spada Durlindana, perché non cadesse nelle mani dei seguaci del profeta. Che ha lasciato anche lui un segno. Lo chiamano i maomèt ed è un masso erratico che porta incisa una figura d’uomo col mantello sulle spalle e un fulmine in mano. L’avrebbero scolpito i temutissimi saraceni in marcia per Roncisvalle. Ma c’è chi assicura invece che si tratti di una divinità celtica.

Evidentemente gli antichi dèi non si lasciano esiliare facilmente da questo passante della storia. I loro bagliori continuano a incendiare le anime. Proprio come la Tav infiamma gli animi.


La Repubblica – 12 luglio 2014