TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 7 luglio 2014

Ario Calvini fotografo di Francesco Biamonti



Pietre e ulivi, immagini di un mondo che muore.

Gian Luca Picconi

Per Ario Calvini (1937-2014) fotografo


[...] Non è senz’altro casuale che l’unica figura d’uomo che Ario abbia fotografato sia proprio quella di Francesco Biamonti; e che l’asilo offerto si consumi in simili posti d’ulivi. Francesco, in queste plaghe, come aveva detto, “attanagliate dall’agonia”, pare quasi una personificazione della pietas loci. In una sorta di immobilità infera, solo lui si aggira, nocchiero di anime e ospite dei propri fantasmi, spesso a capo scoperto, come uno dei suoi personaggi, che nell’Angelo di Avrigue si toglie il cappello di fronte a un gabbiano morto, intrappolato tra i rovi.

Biamonti sa intonare con gli olivi un dialogo che non è solo tecnico, ma anche storico. Un contadino sa far parlare gli ulivi, li sa comprendere; Biamonti li sa far cantare, li vede pregare e morire, con le punte secche, i rami scossi da un tremito. Sepolto sotto la coltre dei vestiti, concede al nostro sguardo solo occhi e mani, solo il volto.

Le sue rughe, i suoi tratti, il suo sguardo gli conferiscono dignità; ed è proprio quella dignità che gli permette di attraversare l’immagine di Calvini senza romperla: la dignità lo mineralizza, lo sguardo sognante, che ora volge al cielo, ora fissa la macchina, è come all’orlo malinconico di un ennesimo commiato, su un ciglio acheronteo.[...] Francesco gli olivi li descriverà così, in Vento largo: “Gli ulivi, carichi di seccume, anziché di folto argento, s’illuminavano di un viola scarno, che precedeva il buio della fine. Varì era l’ultimo testimone di una vita che se ne andava”.



In Ario quella vita se ne è già andata; rimangono solo vestigia e rovine. Ma gli ulivi, sempre e comunque, alludono, centenari, a un ritmo altro d’esistenza, in cui si iscrive, mineralizzato e quindi da invisibile fatto visibile, il tempo della fine. […]

C’è un senso perduto, dunque, che nessuna organizzazione sociale o corrente di storia tiene più assieme, dall’interno. E dove non c’è senso, dove è perduto, perché il visibile è uscito dal solco della Storia, il disordine è in agguato, sempre. Ma lo sguardo di Calvini inibisce questo disordine, lo dispone entro linee, geometri e, simmetrie; lo annulla, senza cancellarlo, lo razionalizza.

La struttura del suo testo fotografico è profondamente classica. Le foto, sempre in bianco e nero, mai mosse, sono semplici e composte. I segni possibili della dismisura ci sono: rovi, vegetazione cresciuta incomposta là dove non avrebbe potuto un tempo crescere. In fondo potrebbero essere temi che hanno tutto in comune con moltissima poesia dialettale della più retriva; in realtà si tratta di un coerente trattamento iconografico del topos dell’ubi sunt, annegando il vernacolare in una sorta di regola aurea.

Queste foto, allora, storicizzano l’esperienza di una perdita (di senso), secondo gli schemi più classici, e malinconici, della ricerca d’ordine di tra l’ordine perduto. Le forze equilibratrici, all’interno dell’immagine, superano le spinte dello squilibrio. Le linee dei crinali si strutturano in semplici simmetrie, piene di grazia; i rami riprendono l’inclinazione dei tetti di certe case; certi tronchi spaccati popolano l’immagine come in un ritratto; certe quinte di vegetazione infestante rimandano a un teatro prospettico, dietro cui si intuisce l’abisso. Le immagini hanno sempre un centro, verso cui convergono serie di linee; e le linee disegnano, coi rami, con la vegetazione, nell’aria, sulla terra, figure geometriche.

E in questo centro un vuoto, una concavità, una apertura cieca: porte, finestre sbarrate, nicchie, crepe, aria che si fa strada attraverso il muro della vegetazione. Non sono varchi, aperture, oltranze, ma semmai l’emblema della perdita, della cecità che presiede allo sguardo e lo regge o fonda, del non poter andare al di là, e di un aldilà inattingibile, della frustrazione di un paesaggio che si rifugia nella rovina.



Poiché la ricerca di una temporalità autentica in un mondo degradato viene condotta attraverso la riorganizzazione nello sguardo e nella visione secondo schemi apollinei, che non vogliono imbrigliare l’idea del tempo che fugge, ma rappresentare quella del tempo che dorme, allora non è assurdo affermare che la sintassi figurativa delle foto di Calvini potrebbe essere essenzialmente narrativa.

Ma con un però… Ciascuna delle sue foto dice che c’è stato un prima, ma che non ci sarà un dopo, mai. Fotografa il mondo trasformato in un’eterna domenica, non solo perché sia morta la storia, nelle sue foto, ma soprattutto la quotidianità, che per lui è la vertebra del tempo. La morte del tempo quotidiano è la vera morte della storia.

Quando le sue istantanee immobilizzano la realtà, quella realtà era già immobile, immemorabilmente, irreparabilmente pronta a essere fotografata. Era già fotografia, da sempre in bianco e nero. Ecco, allora, se c’è un romanzo, il romanzo delle foto di Ario Calvini ci può dare dei luoghi, ma non dei personaggi. Romanzo senza nomi, teatro senza attori.

Testo e immagini sono tratti dal catalogo di Marinai tra gli ulivi, mostra fotografica di Ario Calvini, con un testo di Gian Luca Picconi, San Biagio della Cima (IM), 19 dicembre 2004 – 6 gennaio 2005.