TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 23 luglio 2014

Da rileggere: Diario dell'anno della peste di Daniel Defoe



Giornalista, agente segreto, politicante e scrittore: questo e altro è stato Daniel Defoe, padre del romanzo inglese, conosciuto soprattutto per i romanzi Moll Flanders e Robinson Crusoe. Come il suo contemporaneo William Hogarth descrisse con realismo misto a un humor nero tipicamente british (vedi le tirate sermoneggianti) le contraddizioni di un'Inghilterra trionfalmente avviata verso una modernità di cui seppe intravvedere gli incubi futuri. Decisamente da rileggere.

Sergio Perosa

Defoe, il maestro delle sensazioni




Defoe è il campione del realismo circostanziato, ma è anche uno che inventa parecchio. La sua è quasi sempre fiction, invenzione romanzesca. La minuziosa appropriatezza dei dettagli anche minimi — nelle descrizioni d’ambiente e di costumi, di personaggi e atmosfere — serve a ottenere l’«effetto di realtà» e autenticare il discorso, a far credere alla veridicità della narrazione. Nessuna «sospensione dell’incredulità», come avrebbe voluto il romantico S. T. Coleridge, è richiesta al lettore, che va invece convinto che si trova davanti al vero.

Defoe tende alla visualizzazione e alla drammatizzazione, addirittura a forme di pre-novecentesco «correlativo oggettivo»: «Vorrei poter restituire il suono esatto dei lamenti e delle invocazioni che ho udito da alcuni poveri moribondi»; che soddisfazione poterli riportare «in modo così efficace da suscitare un’emozione nell’animo stesso del lettore». Un altro metodo che usa spesso — come del resto molti narratori prima e dopo di lui — è di attribuire le vicende che narra a un testimone «informato sui fatti». Forse per questo inventa di più, cautelandosi e sentendosi «autenticato» per interposta persona.



Lo dimostra quel suo strano Diario dell’anno della peste (riproposto dalle edizioni Elliot). L’anno della peste di Londra è il 1665, e lui aveva allora cinque anni: avrebbe potuto rammentare solo qualche sprazzo, forse non era nemmeno a Londra, al massimo ne aveva sentito parlare da sopravvissuti molti anni dopo. Altre celebri descrizioni della peste, come quelle di Tucidide o di Manzoni, concentrano in spazio relativamente breve l’effetto d’orrore: Defoe lo protrae per oltre duecento fitte pagine, servendosi di reminiscenze di parenti o conoscenti, ma soprattutto di resoconti, bollettini e statistiche ufficiali, delle testimonianze scritte che fossero reperibili.

Lo fa inoltre — altro elemento del realismo settecentesco e oltre — perché era un fatto di attualità, da sfruttare per fini di diffusione e copie vendute. Nel 1720 la peste era scoppiata a Marsiglia e il possibile contagio impensieriva mezza Europa, soprattutto le città portuali come Londra. Subito Defoe ci scrive su diversi articoli giornalistici, addirittura un vademecum , debita preparazione per la peste sia dell’anima che del corpo, e due anni dopo questo Diario inventato di un’epidemia di oltre cinquant’anni prima.

Ci sono momenti a forte tinte: il delirio dei colpiti dal morbo, ma anche di predicatori stralunati che corrono nudi per le strade, ruberie, atrocità e bagordi raccapriccianti, i carri dei morti che precipitano assieme ai vivi nelle fosse comuni, fuochi spettrali e cimiteri improvvisati che costellano la città. Ma direi che il testo ha non tanto pathos quanto terribilità e arriva a farci coesistere con quella esperienza di terrore, distruzione e follia collettiva proprio rendendoli evidenti e tangibili nella loro quotidianità e insieme sconvolgente sorpresa.



La quotidianità dell’orrore a cui non si sfugge è il suo gran pregio (come oggi per molte epopee post-nucleari), assieme all’oculato procedere per gradi nel tracciare l’insorgere, il dominio e la progressiva scomparsa del morbo. Ché la peste si diffonde anche nel contado, dove Defoe la segue, in particolare attraverso tre fuggiaschi che vivono alla ventura fra campi e foreste. Pensiamo a Shakespeare che qualche decennio prima con la sua compagnia in tempo di peste fuggiva da Londra per andare a recitare in campagna, con esperienze forse simili.

Del libro di Defoe — di cui Elio Vittorini aveva dato una prima versione già nel 1940, dichiaratamente sfrondata per renderla più accettabile al pubblico — esce come ora si richiede una seconda traduzione integrale (un’altra era uscita da Casini qualche decennio fa). È vero che l’autore ci mette dentro di tutto, talvolta si ripete e fa qualche confusione: ma è giusto così, e non ci sorprende neanche il moralismo, finto o reale che fosse.

Nonostante qualche riserva, Defoe è conciliante, addirittura corrivo con i cittadini e l’establishment di Londra, si compromette (come fece spesso anche in altri campi) fino a elogiarne il lavoro svolto; includendovi i poteri divini, che hanno castigato la città per i suoi peccati e poi misericordiosamente l’hanno graziata con la sospensione della pena. Credeva, o voleva farci credere, anche a questo: «nulla può succederci senza l’ordine o il permesso del Signore»; «come se l’epidemia non fosse casata da Dio», e via dicendo. Era un dissenziente e come in Robinson Crusoe , la pena o le catastrofi sono volontà e un segno del cielo.

Il Corriere della sera - 15 luglio 2014




Daniel Defoe
Diario dell’anno della peste
edizioni Elliot, 2014
euro 17.50