TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 luglio 2014

Desiderio e immaginazione. Nuove letture di Giacomo Lepardi



Continuano a uscire studi sul pensiero leopardiano e l'utilizzo di categorie contemporanee (Deleuze) nell'analisi aggiunge ulteriore fascino a un autore estremamente complesso.

Gaspare Polizzi

Giacomo Leopardi che gran pensatore



Leopardi è tra i pochi grandi della cultura a non aver bisogno di scadenze celebrative. Escono ora due libri che gettano nuova luce sul suo pensiero - L’ordine dei fati e altri argomenti della «religione» di Leopardi di Rolando Damiani (Longo, Ravenna) e Desiderio e assuefazione. Studio sul pensiero di Leopardi di Alessandra Aloisi (ETS, Pisa) -, riaffermando ciò che i suoi amici, a partire da Pietro Giordani, ben sapevano: Leopardi fu un grande pensatore.

A mio avviso è il maggiore pensatore italiano dell’800 e tra i maggiori in Italia. Lo testimonia ora anche il suo inserimento canonico nel primo volume dell’Ottava appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Il contributo italiano alla storia del pensiero, dedicato alla filosofia e curato da Michele Ciliberto. Damiani, ordinario di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari di Venezia, è un leopardista tra i maggiori: ha curato, tra l’altro, le Prose, lo Zibaldone e le Lettere per i Meridiani Mondadori, un Album Leopardi e la biografia All’apparir del vero, tradotta nel 2012 in Francia da Allia.

In questo volume si cimenta su un tema squisitamente filosofico, e teologico, molto controverso: la riflessione leopardiana sulla religione. Ben nota la divaricazione delle interpretazioni: da chi vede Leopardi sempre, anche se tormentatamente, credente e cristiano, a chi ne fa un ateo esplicito e conseguente. Ogni polarizzazione porta con sé una semplificazione, pericolosa per intendere un pensatore «in movimento» quale fu sempre Leopardi, e spesso non in movimento lineare e “progressivo”.

È indiscutibile la profondità e l’ampiezza degli studi teologici del giovane Leopardi, destinato a una carriera ecclesiastica. Studi che una mente così ampia non poté e non volle dimenticare: «Leopardi - ben sottolinea Damiani - non disperde nulla della propria storia conoscitiva e sentimentale e anche religiosa, ma piuttosto la trasvaluta».



Lungo i sei capitoli della sua finissima esegesi Damiani segue l’impronta filosofica e teologica di un inesaurito confronto con il Cristianesimo, nel segno di un’espressione raccolta nella Storia del genere umano, Operetta preliminare che tocca da vicino la questione dell’«enigma della forza ordinatrice del cosmo»: «“l’ordine dei fati” è locuzione allusiva dell’aldilà del nome e del logos, dell’antecedente all’arché precluso agli uomini e al quale gli stessi Dei sono subordinati ».

A ragione Damiani riconosce in tale questione un assillo che trapassa in tante pagine dello Zibaldone, si esprime in noti esercizi poetici come Ad Arimane, e diviene tema filosofico soprattutto nelle Operette: nella citata Storia e in altre due tra le più dense, quali il Cantico del gallo silvestre e il Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco. L’ordine dei fati trascende il volere degli Dei e appare inesorabile per lo stesso Giove. Si tratta di quel Dio del male che Leopardi disvela, seguendo Teofrasto e poi Stratone, identificando il male con l’ordine delle cose, mistero «mirabile e spaventoso », esprimibile in una teologia apofatica, che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, ovvero a quella antiteodicea descritta da Patrizia Girolami (L’antiteodicea. Dio, dei, religione nello «Zibaldone» di Giacomo Leopardi, Olschki, Firenze 1995). Nella complessità della riflessione leopardiana sul divino l’antiteodicea non smentisce tuttavia, a mio avviso, la profondità conseguente dell’approdo materialistico e ateistico della sua riflessione.

Alessandra Aloisi raccoglie nel suo primo libro leopardiano i risultati di un dottorato di ricerca in Filosofia all’Università di Pisa e di una frequentazione con Leopardi che si è avvalsa della collaborazione con un altro grande leopardista, Antonio Prete. Aloisi ha pubblicato con Prete l’antologia Il gallo silvestre e altri animali (Manni, Lecce 2010), innovativa per il focus sull’animalismo leopardiano, presente in forme interessanti anche in questo volume.

Il libro rivendica una sistematicità del pensiero leopardiano, che ruoterebbe intorno ai due concetti “metafisici” di desiderio e di assuefazione, «gli unici due a partire dai quali fosse lecito tentare una ricostruzione quanto più possibile complessiva del pensiero filosofico leopardiano». Affermazione impegnativa, ampiamente sostanziata nei cinque capitoli del volume in un largo ventaglio di aspetti psicologici, sociologici, ontologici ed estetici.

Aloisi vede la sistematicità leopardiana in forma aperta e problematica, più nelle domande filosofiche che ritornano che non nella chiusura teoretica di un sistema di risposte. Ricordo che sulla sistematicità del pensiero leopardiano, fortemente contestata nella tradizione neo-idealistica italiana (in particolare da Benedetto Croce), si è misurato di recente, con una visione viceversa “forte” e unitaria di stampo dialettico, Fabio Vander in Il sistema- Leopardi. Teoria e critica della modernità (Mimesis, Milano-Udine 2012).

Aloisi intreccia la sua ricostruzione di «una vera e propria teoria del desiderio e del suo rapporto con la realtà e l’immaginazione» con la tradizione filosofica moderna del 600 e del 700, da Spinoza a Pietro Verri, da Pascal a Condillac, da Locke a D’Holbach, da Montaigne a Rousseau.



Un rilievo significativo acquista l’uso di categorie filosofiche del 900, desunte da Bergson e soprattutto da Gilles Deleuze, che permettono ad Aloisi, in un esercizio difficile, di confrontarsi con un’elevata varietà di interpretazioni e di applicare la teoria dell’arte di Deleuze, producendo una lettura originale del pensiero leopardiano, in efficace interazione con lo spinozismo.

A mio avviso, la limitazione della trattazione ai concetti di desiderio e assuefazione è sì funzionale alla ricostruzione di una filosofia morale e di un’estetica, in altri termini della ricognizione leopardiana sulla natura umana, ma non tiene in adeguato conto il nesso che Leopardi stabilisce, fin dai suoi studi giovanili, tra la visione della natura, cosmica, chimica, biologica, e l’indagine sul problema del desiderio e sull’esistenza o meno di una felicità per gli uomini e per gli animali. 

I due libri vanno accolti come due contributi significativi a quella rivalutazione della filosofia leopardiana che è ancora lontana dall’essere univocamente riconosciuta.


l’Unità – 14 luglio 2014