TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 11 luglio 2014

Dio perdona, lo Stato no. Ma solo se si tratta di brigatisti.



Cinque lauree e un libro pubblicato, ma resta in carcere in un paese dove nessuno va ( o resta a lungo) in galera. Neppure madri che hanno assassinato i figli o industriali che per guadagno hanno causato la morte di centinaia di persone (vedi Eternit). Ma Francesco Lo Bianco è un brigatista non pentito e questo fa la differenza.


Ugo Mattei e Michele Spanò

Francesco Lo Bianco, condannato alla ruminatio



«Ha supe­rato Man­dela!». Que­sto il pro­vo­ca­to­rio e impro­prio com­mento dei dete­nuti che, qual­che set­ti­mana fa, nel polo uni­ver­si­ta­rio del car­cere di Ales­san­dria, hanno assi­stito alla discus­sione della quinta lau­rea di Fran­ce­sco Lo Bianco. Il sin­go­lare pri­mato, che, non senza una punta di para­dos­sale e amaro orgo­glio, riven­di­cano i suoi «col­le­ghi» di cella, si rife­ri­sce agli anni che Lo Bianco ha scon­tato in car­cere. Tren­ta­due effet­tivi, che arri­vano a essere qua­ran­ta­due «legali» som­mando bene­fici teo­rici che per Lo Bianco, nono­stante la con­dotta impec­ca­bile, non sem­brano contare.

Anni di un conto desti­nato a non chiu­dersi. Fran­ce­sco Lo Bianco è infatti un erga­sto­lano. Cala­brese, ope­raio dell’Ansaldo a Genova, appas­sio­nato di dise­gno e pit­tura, è stato bri­ga­ti­sta rosso; par­te­cipa a gruppi di fuoco e a rapi­menti, fino a diven­tare, con Bar­bara Bal­ze­rani, capo-colonna a Genova.

Non è sem­plice (e come potrebbe esserlo?) descri­vere la sua atti­tu­dine verso la lotta armata e l’esperienza Br: né pen­tito né dis­so­ciato, Lo Bianco non può, a rigore, essere defi­nito un irri­du­ci­bile. L’implacabile lente hegelo-marxista con cui legge la sto­ria gli resti­tui­sce inde­ro­ga­bili pro­cessi in luogo di scelte sog­get­tive.

Quando, negli anni che lo abbiamo fre­quen­tato, gli abbiamo chie­sto per­ché, a dif­fe­renza di altri ex Br, non avesse mai pen­sato di dedi­carsi alla memo­ria­li­stica, ha rispo­sto que­sto: non è stata sto­ria da potersi ridurre a bio­gra­fia. Fu sto­ria col­let­tiva. Il che, così ci pare, non fa di lui un uomo che riven­dica e che rim­piange. Tutt’altro: sto­ri­ciz­zare la sua espe­rienza – fino a para­go­nare la sua attuale vicenda car­ce­ra­ria a una con­di­zione di fos­sile – è l’atto poli­tico con cui ha chiuso un’epoca e inau­gu­rato un altro tempo.

Dal 1988 Lo Bianco stu­dia; con rigore, esat­tezza e pazienza ha for­giato per se stesso una forma di vita pura­mente con­tem­pla­tiva. Torna a par­lare col mondo attra­verso il medio dei libri che divora. Così ha maci­nato i titoli di stu­dio senza farsi maci­nare dagli anni di galera. Due lau­ree in let­tere, poi quella in giurisprudenza.

Da ultimo arri­viamo noi dell’International Uni­ver­sity Col­lege di Torino (Iuc), qual­che giorno fa, a con­fe­rire a Lo Bianco il nostro Master in Com­pa­ra­tive Law, Eco­no­mics and Finance. Lo Bianco ha discusso una tesi monu­men­tale sul con­cetto di sovra­nità e sulle sue vicis­si­tu­dini in tempo di glo­ba­liz­za­zione (e che diven­terà pre­sto un volume edito da mani­fe­sto­li­bri).

Lo Iuc è anche l’istituzione acca­de­mica di cui Lo Bianco avrebbe potuto (potrà?) essere il biblio­te­ca­rio. L’inerzia e l’ottusità del sistema peni­ten­zia­rio non gli hanno mai per­messo, in oltre trent’anni, di uscire dalle mura delle car­ceri che lo hanno ospi­tato. Gli sforzi dei molti acca­de­mici che lo hanno cono­sciuto, e degli infa­ti­ca­bili edu­ca­tori che lo hanno seguito in que­sti anni, sono, con fru­strante rego­la­rità, caduti nel vuoto.

Non c’è modo di far uscire Fran­ce­sco dal car­cere. Che si tratti di fre­quen­tare le lezioni di un dot­to­rato o di par­te­ci­pare alla pre­sen­ta­zione del suo primo libro (Guerre, costi­tu­zioni e demo­cra­zie nel nuovo ordine glo­bale. Fra mono­po­lio della forza e dirittopub­bli­cato per l’Harmattan nel 2007), per lui quelle porte sem­brano desti­nate a rima­nere chiuse. E l’ingiustizia rischia di tra­sco­lo­rare in fata­lità (almeno è così che ci pare di poter inter­pre­tare il disin­canto con cui Lo Bianco guarda ormai alla sua condizione).

Da un lato c’è l’immagine di uomo inte­gro che col­tiva gli studi con la stessa acri­bia con cui si dedica al giar­dino che rende meno gri­gia la fet­tuc­cia di asfalto su cui, lui e i suoi com­pa­gni, pren­dono l’«aria»; dall’altro c’è un sistema irra­zio­nale che tra­duce, con testarda costanza, inca­pa­cità poli­tica in ottu­sità ammi­ni­stra­tiva. Dav­vero si può cre­dere che Lo Bianco – l’ultrasessantenne cari­sma­tico che da trent’anni è, alla let­tera, con­sa­crato alla rumi­na­tio – rap­pre­senti un «pericolo»?

Fran­ce­sco Lo Bianco attende di essere resti­tuito alla libertà che non smette di spe­ri­men­tare nell’atto sovrano di leg­gere, stu­diare e argo­men­tare. Ma noi non lo aspet­tiamo alla pros­sima lau­rea. Lo aspet­tiamo fuori dal carcere.


il manifesto - 11 Luglio 2014