TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 3 luglio 2014

Edgar Morin, Ho imparato da Dostoevskij la lotta tra fede e dubbio



Il filosofo e sociologo francese racconta le letture che hanno accompagnato la sua formazione.

Edgar Morin

Ho imparato da Dostoevskij la lotta tra fede e dubbio


Viviamo età estetiche differenti, dall’infanzia alla maturità, e, una volta adulti, diventiamo insensibili alle opere che hanno affascinato la nostra infanzia, la nostra giovinezza, la nostra adolescenza. Ci intenerisce riandare alle favole di Perrault, ai romanzi della contessa di Ségur, perché pensiamo alla nostra infanzia, ma li consideriamo ormai come cose da e per bambini. Tuttavia queste opere ci hanno segnato profondamente.

Così, per quanto mi riguarda, mi hanno segnato in profondità i romanzi di avventura di Gustave Aimard, i romanzi di avventure canine di Jack London. Più tardi, verso i 13-15 anni, hanno avuto un’importanza enorme il Jean-Christophe di Rolland e i romanzi di Anatole France. Il primo è romantico, lirico, trasportato dall’amore per l’umanità. Il secondo è scettico, critico, ironico, distaccato. Entrambi mi svelano, mi rivelano, esprimono due sentimenti antagonisti che sono molto forti in me, perché derivano dallo stesso evento fondamentale: la morte di mia madre quando avevo dieci anni.

Da un lato sono disincantato per sempre, ho perso l’assoluto, sono portato a dubitare di tutto, tanto più in quanto ho ricevuto un imprinting culturale molto debole: i miei genitori sono sefarditi laicizzati d’ascendenza spagnola e poi italiana, non ricevo da loro nessun credo tradizionale e, a scuola, mi nutro di romanzi che leggo sotto il banco, durante le lezioni, e a casa, durante i pasti; sono romanzi che mi emozionano e mi rapiscono, così come i film (che vedrò un po’ a caso), che mi danno la mia cultura di base.

Certo incorporo la sostanza della Francia, integrando in me Vercingetorige, Giovanna d’Arco, Napoleone, le battaglia di Bouvines, di Valmy, della Marna. Ma più tardi mi sentirò di patria mediterranea, con l’amore per la Spagna e l’Italia da dove vengono i miei antenati, e come qualsiasi individuo nutrito di più culture, legato a ciascuna ma non assolutizzandone alcuna, potrei essere facilmente idoneo a diventare cittadino del pianeta Terra.

L’altro aspetto di me stesso, che viene dall’aspirazione sempre rinnovata di ritrovare l’integrazione in una sostanza materna infinita, oceanica, mi spingerà non solo verso tutto ciò che esprime il romanticismo, ma anche verso la ricerca della fede, dell’effusione, della comunione. Così, avendo perduto mia madre, ho cercato di ritrovare altrove, in modo diverso, la comunione oceanica, ma allo stesso tempo ho sempre custodito in me il sentimento dell’irreparabile, della perdita e del disastro; il dubbio è rimasto incrostato in fondo a me stesso, sia per l’esperienza della morte e del non ritorno della madre, sia per il debole imprinting culturale nel mio spirito, da cui l’impossibilità, malgrado gli sforzi, di credere nella religione della salvezza (il cristianesimo).

Conflitto sempre vissuto, mai superato, tra fede e dubbio, e sempre nutrito dai libri. Da qui la mia fascinazione per gli autori che hanno vissuto più intensamente questo conflitto (Pascal, Dostoevskij), per i filosofi che in fondo non lo sopprimono mai (Eraclito, Hegel, e anche Marx), e anche la mia attrazione irresistibile per il dubbio fondamentale (Montaigne) ma allo stesso tempo per lo slancio fondamentale oltre il dubbio e la ragione (Rousseau). Sono stato segnato da ciò di cui avevo sete.

Parlerò quindi innanzi tutto di qualcuno di questi autori, che sono per me fondamentali, non solo perché riguardano quello che c’è di fondamentale in me, ma perché li ho conosciuti nell’età stessa in cui le letture possono nutrire e segnare nel profondo l’intelligenza, l’anima e l’essere tutto intero.

Cito in primo luogo Dostoevskij. Sono sicuramente stato segnato da Resurrezione di Tolstoj, da Padri e figli di Turgenev, dai racconti tristi e nostalgici della Steppa e da Zio Vanja di Cechov, e nei primi decenni sono stato sconvolto da Divisione cancro, Il primo cerchio e La casa di Matrjona di Solzenicyn, e dal dantesco Vita e destino di Grossman, scrittore «medio» che diventa sublime nel momento in cui s’ immerge a Stalingrado, e percepisce con una giustezza visionaria come Stalingrado sia al tempo stesso la più grande vittoria e la più grande sconfitta dell’umanità, e susciti una scena terribilmente grandiosa come quella del grande inquisitore ad Auschwitz, tra un giovane capo SS e un deportato comunista.



Ma quello che per me resta il più presente, il più intimo, è Dostoevskji. Dmitrij, Ivan e Alëša Karamazov, Stavrogin e gli altri eroi dei Demoni, Raskolnikov non mi hanno mai lasciato. Nessun altro ha portato altrettanto senso della sofferenza, della tragedia, della derisione, del delirio propriamente umano (e non avrei proposto l’idea di Homo sapiens-demens come nozione chiave del mio Paradigma perduto se questo sentimento così profondo dell’indistinguibilità tra follia e ragione nell’essere umano non fosse stato di continuo rigenerato dagli scrittori e soprattutto dal ricordo di Dostoevskij).

Senza dubbio trovavo nei Fratelli Karamazov gli eroi che corrispondevano a vocazioni profonde e contraddittorie del mio essere, come nella maggior parte di noi. Ma ciò che trovavo soprattutto, nell’intera opera di Dostoevskij, più acuto, più intenso, più doloroso e violento che in qualsiasi altro autore, compresi gli altri russi, è il senso della sofferenza, è la pietà infinita e stravolta per questa sofferenza, il tormento delle anime straziate, le instabilità profonde dell’identità, i momenti di verità dell’amore, l’insondabile mistero degli esseri e della vita.

Il mio primo sentimento filosofico (se oso usare questa parola) mi è venuto da Dostoevskij: l’idea prioritaria che bisogna avere compassione per la sofferenza. Quello che sentivo in lui non è tanto il fatto che fosse un ex rivoluzionario diventato tradizionalista, un ex occidentalista diventato slavofilo, ma il persistere corrosivo, nel secondo Dostoevskij, del dubbio, del nihilismo, e la lotta furiosa, disperata tra la fede e il dubbio, la lotta che in me non è mai cessata tra la speranza e la disperazione.

E io oggi so che le più grandi menti europee sono quelle che non hanno smesso di vivere interiormente un conflitto fondamentale, un antagonismo irriducibile; anche quando hanno apertamente scelto un partito contro l’altro, quest’ultimo lavora in modo sotterraneo, ma attivamente, all’interno del primo.


La Stampa - 1.6.2014