TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 8 luglio 2014

Fine di un mondo: D.H. Lawrence e la prima guerra mondiale.



Pubblicati due scritti finora inediti in Italia di D.H. Lawrence in cui si descrive la “Grande Guerra”, allora appena iniziata, come la fine di una civiltà.

Cinzia Fiori

D. H. Lawrence va alla «guerra innaturale»



Il 18 agosto 1914, due settimane prima dell’ingresso dell’Inghilterra nella Grande guerra, D. H. Lawrence pubblica sul «Manchester Guardian» un articolo per molti versi profetico. Sarà una guerra di macchine che cambierà le coscienze, oltre al mondo. Con i mortai si apre immaginando i riservisti in partenza, che perlopiù s’aggirano ubriachi intorno alla stazione. Il treno si muove e una fidanzata grida al suo ragazzo: «Quando li incontri, fagliela vedere».

Lawrence racconta che da vedere o far vedere ci sarà ben poco. Per la prima volta i soldati spareranno a un nemico troppo lontano per essere avvistato, altro che corpo a corpo e valore. I mortai avrebbero scaricato proiettili a un miglio e mezzo di distanza, colpendo a caso, e l’uomo si sarebbe trasformato in «una parte secondaria» della macchina «così come il calcio fa parte del fucile».

L’autunno prima, Lawrence aveva visto l’artiglieria tedesca durante un’esercitazione in Baviera. La sua visionarietà fece il resto, arrivando a preconizzare non solo un’inedita guerra «senza alcun nemico al quale ribellarsi» ma anche lo smarrimento dei soldati di fronte alla minaccia costante di una morte invisibile. Non poteva sapere che dopo il conflitto la condizione di tanti reduci sarebbe stata studiata come sindrome post traumatica, ma ne aveva «visto» tutte le premesse nella «guerra innaturale».



L’articolo, finora inedito in Italia, viene pubblicato da Mattioli 1885, insieme al racconto Inghilterra, mia Inghilterra . Di quest’ultimo, che dà il titolo al libro, uscì una prima versione sulla «English Review» nel 1915, poi, come spiegano le curatrici Francesca Cosi e Alessandra Repossi, lo scrittore vi rimise mano più volte, ampliandolo, fino al 1922, quando fu stampato in volume da un editore americano. La nuova traduzione e la stampa assieme all’articolo inedito nascono dalla stretta similitudine nei due testi delle scene sul campo di battaglia. Il secondo è una rielaborazione del primo.

A una lettura veloce, Inghilterra mia Inghilterra è un classico racconto di Lawrence, con la tensione che va crescendo tra due polarità psichiche, il culto della natura selvaggia e l’esaltazione del vigore fisico espressi con molte metafore, simboli e riferimenti mitici. Ma non è soltanto la narrazione dell’emergere di una sempre più lacerante incompatibilità tra marito e moglie, del dramma esistenziale che discende dall’incidente della primogenita.

La parabola Egbert, il marito, che si farà sedurre dall’idea della guerra per affermare il suo valore disconosciuto in casa, è anche la vicenda di un uomo nato nel momento sbagliato davanti alla storia. Lawrence lavora molto per contrasti, non solo psicologici. Confrontando il suocero a Egbert, fa emergere due mentalità diverse, messe alla prova dall’impatto con la modernità.

Egbert viene da un’antica famiglia della campagna di borghi e signorotti e ha una rendita modesta che gli permette di «non chinare il capo negli affari del mondo», l’unico potere che gli interessa è quello esercitato su se stesso. Non è un debole, ma ha una formazione differente dal suocero, che si è fatto da sé e, pur non andando particolarmente fiero del suo impegno nell’industria, ama il potere conferitogli dal ruolo. Ciò che Lawrence annuncia, dunque, è anche la scomparsa di un ceto, educato e cresciuto per una società al tramonto, che la Guerra cancellerà in pochi anni.


Il Corriere della sera – 6 luglio 2014