TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 7 luglio 2014

Guido Araldo, Le 4 mägne. Una storia di Langa



Una storia di Langa.

Guido Araldo

Le 4 mägne

Và alanda ‘t vöri: mägna Catlina at tröva sempre! = Vai dove vuoi, la morte di trova sempre!

Al bar Roma i pomeriggi erano lenti, lunghi e solenni: la luce del pomeriggio inondava la saletta dove c’erano i tavolini ricoperti dalla tovaglia verde. Il bar si trovava di fronte a casa mia e solitamente, nel primo pomeriggio, gli avventori erano rari e a quell'ora quasi sempre frettolosi. Nella saletta mi affrontavo con il capitano Valla: tête à tête, a “trejsèt descquert” (tressette scoperto).

Giocavamo sempre a soldi, pochi spiccioli; mai la consumazione. Quattro mazzetti ciascuno e poi giravamo le carte. Se cominciava a perdere, il capitano si alzava e faceva un giro scaramantico in senso antiorario, attorno alla sedia. Se a giocare era Gigi ‘d Toni, la reazione era immediata: si alzava pure lui e faceva un giro in senso orario, attorno alla sedia, per annullare il rito del capitano. Ma io non osavo…

Quante polemiche per quei giri scaramantici attorno alle sedie, in cui i giocatori si palleggiano ‘r malheur!

Mi è ignoto il motivo che induceva il capitano Valla a giocare con me, unico tra gli sbarbatelli come ci definiva lui; forse per il fatto che lo impegnavo moltissimo e, infatti, credo di aver pareggiato i conti in quelle interminabili partite con la “bella” e la “controbella”. Suppongo che forse, alla fine, sia andato “in attivo”…

Il capitano era solito giocare con i vecchietti, alcuni dei quali scendevano nel “borgo” da Camerana, Santa Giulia, Gottasecca: li definiva affettuosamente i “miei pulasctrigni (pollastrini)”. Forse è una mia malignità, ma credo che li “vaciasse” (intraducibile) dopo che avevano ritirato la pensione all'Ufficio Postale. Mai che si confrontasse con Lomi, giocatore vero, che però disdegnava il tressette privilegiando il poker. Per il capitano il poker non era un sano gioco di carte, bensì un azzardo per idioti drogati dalla voglia di rischiare il modo peggiore per diventare dei disperati! Ër capitani era un tipo educato, dalle buone maniere, e non sputava per terra; ma credo che soltanto in uno sputo avrebbe potuto condensare tutto il suo disprezzo per il poker.

Vaghi ricordi d’infanzia me lo rappresentano su un cavallo bianco, in compagnia di un cane lupo, aristocraticamente a passeggio per le campagne attorno al paese, soprattutto lungo il fiume Bormida. Il suo cascinotto, sul pendio occidentale della collina della Rosa, sovrastante il paese, era prossimo a quello di mio padre… Dopo il “lupo”, venne un dalmata che un giorno mi rincorse proprio su quella collina: forse voleva giocare, ma ringhiava e io scappai terrorizzato, chiudendomi nel cascinotto appena un tempo. Rischiai di urinarmi addosso. Per anni ho sognato il cascinotto a metà collina, in salita che, invece di avvicinarsi, si allontanava. Da allora ho sempre avuto timore dei cani di grossa o media taglia.



In ultimo, ormai diciottenne, il capitano mi vendette la prima auto: una 500 strausata, color senape, con le portiere controvento.

Per la verità, il signor Valla era davvero un capitano: di cavalleria! Fu congedato ancora “giovane”, al termine del secondo conflitto mondiale. Non mi accennò mai alle vicende belliche, diversamente degli altri reduci, ad eccezione del sole d’Eritrea, che definiva fulminante. Prima dell’Accademia Militare aveva frequentato il liceo e sovente, giocando a carte, si complimentava della propria audacia asserendo con amenità “Fortuna audentes iuvat” (la Fortuna aiuta gli audaci) oppure, se a mia volta lo imitavo, “Impavidum ferient ruinae” (Le rovine feriranno l’impavido!).

Una volta abbozzò una disquisizione con gli assi di picche, fiori e quadri: quasi una lezione improvvisata che non ho più dimenticato.

“T’la vughi sa-zi? (La vedi questa?)” mi domandò, indicandomi l’asso di picche.

“Ebbene, è mägna Catlina! (zia Caterina!) Dopo di lei, ui n’è ciû per nigni! (non ce n’è più per nessuno!)”.

Sulle Langhe la morte veniva familiarmente chiamata mägna Catlina, quasi fosse una parente. Era anche nota come Catlina d’ar coscte sëche (Caterina dalla costole secche) poiché scheletrica.
I Greci antichi la chiamavano Atropo!

Poi continuò: “Sa-lì (quella) invece – l’asso di fiori - è mägna Grita! (zia Greta!)” E qui la dissertazione si fece più complessa.

Chi mai poteva essere questa misteriosa mägna Grita?

Un nome da tempo rimosso: dai giorni terribili della Spagnola, poiché fa troppa paura. Così, infatti, veniva chiamata la peste soprattutto in epoca medioevale, rinascimentale e barocca, quasi si avesse timore di citarla con il suo vero nome o, forse, per esorcizzarla. Dulle Griet il nome in fiammingo: Margherita o Greta la pazza! Famoso il quadro che la rappresenta, opera tra le più insigni di Pieter Bruegel il Vecchio, custodito al museo Mayer van den Bergh di Anversa. Ma per quale recondito motivo l’asso di fiori è associato a mägna Grita? Quando arriva zia Greta, più precisamente Margherita la pazza, l’umanità viene falciata allo stesso modo di un falciatore a cottimo in un prato a primavera!



“E mägna Grita tornerà” – mi diceva profetico il capitano, inquietandomi – “Vedrai che tornerà: fa parte del divenire del mondo, come l’alba che segue la notte! Adesso hanno trovato tanti medicinali. Per questo tarda. Ma mägna Grita è più forte e furba degli uomini! E poiché non ci sono più le guerre a falciare il campo dell’umanità, il lavoro dovrà farlo tutto lei, da sola! Triste quel giorno che farà babòla (che sbircerà) sul mondo!”

Ma c’era una terza mägna!

“Sa-là” (quell’altra) – l’asso di quadri – è mägna Zoe! (zia Zoe!)” mi spiegò.
E questa è una storia tutta salicetese!

La mitica “masca Zoe”, masca potentissima che custodisce un sacco pieno zeppo di monete d’oro. Sul suo conto ne era informatissimo Pinotu: Mägna Zoe si aggirerebbe nei boschi con la falce arrugginita ma affilatissima, scivolando sinistra sui prati senza toccare terra. Nessuno le può sfuggire! Colpisce preferibilmente all’imbrunire…
Una storia che mi mette i brividi ancora adesso.

Bastava che Pinotu la menzionasse, e prontamente mi tappavo le orecchie e già avevo i granét (la pelle d’oca) e alla Società Operaia aleggiava il silenzio.

Pare che “magna Zoe” sia un personaggio veramente esistito: nata e vissuta all’inizio del 1300 in Val Bormida, a Saliceto, dopo la scomparsa dei Templari che occupavano il castello sulla collina della Rosa: il Castelvecchio.

“Magna Zoe” viveva solitaria nel misterioso cunicolo della “Grüta”, evitata quanto una lebbrosa, e un giorno semplicemente scomparve. Non fu mai dichiarata morta! Il suo cadavere non fu mai trovato e tanto bastò ad alimentarne la leggenda. Il suo incarico sarebbe quello di custodire una misteriosa croce d’oro, proveniente da Gerusalemme, portata nella“Grüta” dai Templari: la “croce del diavolo” che lei ha nascosto in un enorme albero cavo rinsecchito da secoli pure lui. Una quercia imponente, che misteriosamente non cade: le radici, per quanto marce, non cedono!



Nessuno sa dove si trovi questo albero mostruoso, ma infelice chi osa accostarsi a curiosare. Guai, poi, se ne scoprisse il contenuto! Allora apparirebbe Mägna Zoe, rinsecchita e allampanata quanto Mägna Catlina, e per l’incauto non ci sarebbe scampo! Zac! E la sua testa volerebbe via…
E l’asso di cuori?

Il capitano andò a cercarlo tra le carte che già aveva incamerato. Quel giorno stava vincendo “alla grande”! Forse per questo era particolarmente loquace.

Alluderebbe a Mägna Berta (zia Berta), assai più benevola delle altre: mägna Berta fila la lana e sorride, mentre intreccia ‘r fire (i fili), divertendosi a provocare gli innamoramenti, a generare le corna, ad elaborare matrimoni come sublime alchimista. E’ lei la causa delle palpitazioni dei cuori, degli arrossamenti delle gote, delle eterne promesse d’amore raramente mantenute… E’ lei, insomma, ad intrecciare bizzarramente l’umanità e, sostanzialmente, a rinnovarla di generazione in generazione.

I Greci antichi la chiamavano Cloto!


A dirla tutta, le quattro mägne o zie corrisponderebbero alle quattro regine, soprattutto nelle carte dei Tarocchi… ma nel tressette scoperto a fare punti sono gli assi e quell’interessante “lezione” mi fu impartita con gli assi.