TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 luglio 2014

I simboli universali di Bernard Malamud



Ricordiamo ancora l'impressione profonda che da ragazzi ci fece leggere L'uomo di Kiev di Bernard Malamud. Ci sembrò di capire meglio Chagall, ma anche Trotsky. Escono ora nei Meridiani Mondadori i primi quattro romanzi di una delle voci più autentiche dell'ebraismo americano.

Luca Briasco

I simboli universali di Bernard Malamud


Negli ultimi anni, e dopo un lungo periodo di oblio, Ber­nard Mala­mud è tor­nato a occu­pare in Ita­lia quella posi­zione di primo piano che gli è stata da tempo rico­no­sciuta in patria, all’interno tanto della let­te­ra­tura ebraico-americana, quanto della let­te­ra­tura ame­ri­cana tout court. Ad assu­mere l’iniziativa di una ripub­bli­ca­zione siste­ma­tica dell’opera di Mala­mud è stata mini­mum fax, come sem­pre attenta nell’accompagnare alla ricerca di nuove voci la ripro­po­si­zione dei clas­sici che meglio hanno resi­stito all’usura del tempo, cor­re­dati di intro­du­zioni o saggi affi­dati a scrit­tori e cri­tici con­tem­po­ra­nei.

A par­tire dal 2006 la casa edi­trice romana ha ripro­po­sto sette degli otto romanzi di Mala­mud, e le sue prime due rac­colte di rac­conti, con pre­fa­zioni o «ricordi» di nomi impor­tanti, ita­liani e stra­nieri: da Phi­lip Roth a Jhumpa Lahiri; da Jona­than Lethem a Alek­san­dar Hemon; da Cyn­thia Ozick a Ales­san­dro Piperno e Ema­nuele Trevi.

Nel 2001, Einaudi ha invece dato alle stampe, in due volumi, una rac­colta com­pleta dei rac­conti, curata da Robert Giroux, edi­torsto­rico di Mala­mud e primo a intuirne il talento e pub­bli­carne i libri.

Il nuovo fer­mento che ha cir­con­dato la pro­du­zione nar­ra­tiva di Mala­mud – e che è stato accom­pa­gnato da un costante riscon­tro anche di pub­blico – sfo­cia ora nella pub­bli­ca­zione, per i Meri­diani Mon­da­dori, del primo volume della sua opera omnia Romanzi e rac­conti (volume I 1952–1966, pp. 1812, euro 65,00), pre­ce­duto da una intro­du­zione di Tony Tan­ner – in realtà, un estratto da City of Words, il for­mi­da­bile sag­gio sul romanzo ame­ri­cano dal 1950 al 1970 che rimane un modello insu­pe­rato per chia­rezza di let­tura ed ele­ganza espo­si­tiva – e arric­chito da un pre­zioso appa­rato cri­tico (bio­gra­fia, note ai testi, biblio­gra­fia) affi­dato a un ame­ri­ca­ni­sta di valore come Paolo Simo­netti.

Coprendo il quin­di­cen­nio inau­gu­rale della car­riera di Mala­mud, dal 1952 al 1966, que­sto Meri­diano ospita i suoi primi quat­tro romanzi, due dei quali, The Assi­stante The Fixer, sono con­si­de­rati, insieme a Dubin’s Lives, i suoi capo­la­vori, e le due prime rac­colte di rac­conti, accolte da giu­dizi in parte con­tra­stanti (The Magic Bar­rel, insi­gnito dal Natio­nal Book Award e pre­fe­rito dai giu­rati a Lolita di Nabo­kov, è con­si­de­rato uno dei ver­tici dell’arte ame­ri­cana del rac­conto, men­treIdiots First, più disu­guale e meno omo­ge­neo, è stato valu­tato come opera di transizione).



Non man­cano anche talune signi­fi­ca­tive novità per quanto riguarda le tra­du­zioni: men­tre infatti sono state pre­ser­vate le ver­sioni dei due tra­dut­tori «sto­rici» di Mala­mud (Vin­cenzo Man­to­vani per Il barile magico e Una nuova vitae Ida Omboni per Prima gli idioti e L’uomo di Kiev), i primi romanzi sono stati riaf­fi­dati a due eccel­lenti pro­fes­sio­ni­sti (Nor­man Gobetti per The Natu­rale Angela Demur­tas per The Assi­stant) e ven­gono ripro­po­sti con due nuovi titoli ita­liani, ben più ade­renti al senso dell’originale – rispet­ti­va­mente, Il fuo­ri­classee Il gio­vane di bot­tega.

Anche gra­zie a que­sta ope­ra­zione di «svec­chia­mento ragio­nato», del quale fanno le spese le pre­ce­denti ver­sioni di Mario Biondi (Il migliore) e di Gian­carlo Buzzi (Il com­messo), il cor­pus delle opere scritte da Mala­mud nella prima metà della sua car­riera emerge come un tutto armo­nico, con­sen­tendo, se si ha il tempo e la volontà di pro­ce­dere a una let­tura con­se­cu­tiva, di seguire passo passo un iti­ne­ra­rio let­te­ra­rio tra i più com­plessi e affa­sci­nanti del secondo Novecento.

La com­ples­sità di Mala­mud è legata in primo luogo a una visione for­te­mente dia­let­tica dell’ebraismo. Sul piano for­male, la coe­si­stenza di comico e tra­gico, la voca­zione alla para­bola, l’irruzione del sopran­na­tu­rale e del favo­li­stico in un con­te­sto di rea­li­smo a volte quasi bru­tale, l’uso di una lin­gua impa­stata di infles­sioni yid­dish rive­lano la ric­chezza e la pro­fon­dità del rap­porto con una tra­di­zione che ha in Sho­lem Alei­chem e I. B. Sin­ger le sue espres­sioni più note, e in Cha­gall il per­fetto equi­va­lente pittorico.

Sul piano tema­tico, invece, Mala­mud sem­bra voler depu­rare l’ebraismo delle sue con­no­ta­zioni sto­ri­che (con l’eccezione par­ziale del «Pro­fugo tede­sco», forse il rac­conto più bello e toc­cante di Prima gli idioti, il tema dell’olocausto non viene mai affron­tato in via diretta) per tra­sfor­marlo in una con­di­zione uni­ver­sale dell’uomo, affi­dan­dolo a una dimen­sione atem­po­rale che tra­va­lica deli­be­ra­ta­mente le con­no­ta­zioni di razza.

Sim­boli viventi di que­sta com­plessa ope­ra­zione sono in primo luogo Il gio­vane di bot­tega, nel quale Frank Alpine, ita­loa­me­ri­cano alla deriva, si lega a dop­pio filo al bot­te­gaio ebreo Mor­ris Bober nel ten­ta­tivo di espiare la pro­pria colpa (è stato lui stesso, insieme a un delin­quente di quar­tiere, a rapi­nare il nego­zio di Bober), e len­ta­mente ne assume i con­no­tati e ne prende in carico le sof­fe­renze, appro­dando alla deci­sione con la quale si con­clude il romanzo: «Un giorno d’aprile Frank andò all’ospedale e si fece cir­con­ci­dere. Per un paio di giorni si tra­scinò in giro con un dolore fra le gambe. Il dolore lo infu­riava e lo ispi­rava. Dopo la Pasqua si fece ebreo».

Un’analoga con­di­zione è al cen­tro del magni­fico rac­conto «L’angelo Levine», tra i migliori del Barile magico, nel quale al pro­ta­go­ni­sta Mani­schewitz, un sarto che «nel suo cin­quan­tu­ne­simo anno di età ebbe a patire molte disgra­zie e molte umi­lia­zioni», la pos­si­bile sal­vezza si pre­senta nella per­sona dell’angelo Ale­xan­der Levine, un nero che, tut­ta­via, ebreo lo è stato «per tutta la vita, di buon grado».

L’universalizzazione dell’ebraismo, come con­di­zione che trova nella sof­fe­renza e nell’umiliazione più feroci un’occasione irri­pe­ti­bile di riscatto e matu­ra­zione, rag­giunge il suo cul­mine in L’uomo di Kiev (tra­du­zione infe­dele e neu­trale dell’originale The Fixer, in que­sto caso pre­ser­vata per motivi che, visti gli inter­venti sui titoli di The Natu­ral e The Assi­stant, non risul­tano del tutto con­di­vi­si­bili), il romanzo più ammi­rato di Mala­mud, vin­ci­tore, nel 1967, tanto del Natio­nal Book Award quanto del Puli­tzer.

Nella nota al testo, Simo­netti include oppor­tu­na­mente una lunga cita­zione, nella quale lo stesso Mala­mud rico­strui­sce la genesi del romanzo, e della quale val la pena di ripor­tare almeno uno stral­cio. «Ero alla ricerca di una sto­ria che fosse acca­duta in pas­sato e che forse sarebbe potuta suc­ce­dere di nuovo. Volevo la con­nes­sione sto­rica che mi per­met­tesse di inven­tare un mito. In altre parole, volevo mostrare quanto alcune delle nostre sfor­tu­nate espe­rienze sto­ri­che siano ricor­renti, quasi ino­pi­nate, quasi ritualistiche».

Il tema che inte­ressa Mala­mud, almeno in ori­gine, è «l’ingiustizia sulla scena ame­ri­cana», e le sue ricer­che lo spin­gono prima alla ricerca di un pos­si­bile pro­ta­go­ni­sta afroa­me­ri­cano, quindi a sof­fer­marsi sul caso Sacco e Van­zetti, o su quello di Caryl Chess­man, il cele­bre «ban­dito della luce rossa» che, con­dan­nato a morte, ottenne otto rin­vii dell’esecuzione in dodici anni, che tra­scorse in car­cere scri­vendo tre auto­bio­gra­fie e un romanzo di note­vole suc­cesso.



La scelta finale cade invece sulla Rus­sia zari­sta e sull’incarcerazione e il pro­cesso cui venne sot­to­po­sto Men­del Bei­lis, un ebreo accu­sato di omi­ci­dio rituale e infine assolto. Un epi­so­dio di anti­se­mi­ti­smo che, nelle mani di Mala­mud, e gra­zie alla tra­sfi­gu­ra­zione del per­so­nag­gio sto­rico nel pro­ta­go­ni­sta del romanzo, Yakov Bok, un ebreo le cui disgra­zie nascono diret­ta­mente dalla volontà di rin­ne­gare il pro­prio retag­gio e fin­gersi «gen­tile», si tra­sforma in una memo­ra­bile para­bola sull’assunzione delle pro­prie colpe, sul recu­pero della pro­pria iden­tità e sul riscatto assi­cu­rato dall’abuso e dalla sofferenza.

Nell’Uomo di Kiev la voca­zione uni­ver­sa­liz­zante di Mala­mud, la capa­cità, per usare le sue stesse parole, di sfrut­tare la «con­nes­sione sto­rica» per inven­tare un mito, rag­giunge il suo cul­mine, e il suc­cesso gigan­te­sco otte­nuto da un romanzo certo non facile, e carico di un’ottenebrante bru­ta­lità, si spiega pro­prio con la ric­chezza di let­ture che esso può gene­rare, e che ha spinto i recen­sori del tempo a vedere di volta in volta nella sto­ria di Bok una meta­fora cri­sto­lo­gica, una rifles­sione sull’Olocausto, un attacco al raz­zi­smo americano.

Que­sta stessa voca­zione all’universale, peral­tro, rap­pre­senta un poten­ziale limite della nar­ra­tiva di Mala­mud, e in par­ti­co­lare dei suoi romanzi. Vi è in essi, a tratti, un eccesso meta­fo­rico, un con­trollo della strut­tura e dei richiami let­te­rari che rischia di andare a detri­mento della libertà di rac­conto. È quanto accade soprat­tutto nel Fuori­classe, dove la sto­ria di Roy Hobbs e del suo fal­li­mento è fin troppo mediata dai con­ti­nui rimandi al mito caval­le­re­sco, ovvia­mente inver­tito, se non negli assunti, quanto meno negli esiti; ma anche nel Gio­vane di bot­tega e per­fino nell’Uomo di Kiev, riscat­tati peral­tro rispet­ti­va­mente dalla forza del milieu (non a caso, Leslie Fied­ler vide in The Assi­stant forse il primo, vero romanzo ame­ri­cano sugli anni Trenta e sulla Depres­sione) e dall’indubbia effi­ca­cia della rico­stru­zione storica.

La voca­zione alla para­bola uni­ver­sale trova invece il suo per­fetto cor­re­la­tivo nella forma del rac­conto, forse per­ché la misura breve non neces­sita di com­plesse archi­tet­ture che espli­ci­tino il per­corso e il destino dei pro­ta­go­ni­sti. In testi come «L’angelo Levine» e «Il pro­fugo tede­sco», o in altri, pic­coli capo­la­vori come «La dama del lago», «Il barile magico» e «L’uccello-ebreo», Mala­mud rag­giunge pro­ba­bil­mente le vette asso­lute della sua arte, gua­da­gnan­dosi uno spa­zio esclu­sivo all’interno della grande tra­di­zione del rac­conto ame­ri­cano e l’ammirazione incon­di­zio­nata dell’altra mae­stra della nar­ra­zione breve che scrisse nel suo stesso torno di anni: Flan­nery O’Connor.



Ana­loga libertà com­po­si­tiva Mala­mud rie­sce a rag­giun­gere in quello che, fin dalla sua pub­bli­ca­zione, è sem­pre stato con­si­de­rato il suo romanzo minore, forse il meno riu­scito. Pro­prio per­ché svin­co­lato dalle neces­sità e dagli obbli­ghi della para­bola, Una nuova vita non ripro­duce le dina­mi­che interne che ren­dono l’opera di Mala­mud un unico blocco coe­rente.

Nella vicenda – spic­ca­ta­mente auto­bio­gra­fica – di Sey­mour Levin, che abban­dona una vita urbana costel­lata di fal­li­menti e va a «cer­car for­tuna» a ovest, ritro­van­dosi a inse­gnare in un pic­colo col­lege e a con­fron­tarsi con gli spet­tri del pro­vin­cia­li­smo e della deriva mac­car­ti­sta, la ripro­po­si­zione del sogno di riscatto che acco­muna tutti i pro­ta­go­ni­sti di Mala­mud si incro­cia con il mito del West e la sua deco­stru­zione, e con il ritratto al vetriolo di un mondo che, con il suo gri­giore «tran­quil­liz­zato», risuc­chia il pro­ta­go­ni­sta e ne mette a dura prova la vitalità.

Un qua­dro dell’America degli anni cin­quanta nel quale, come ha avuto modo di sot­to­li­neare Jona­than Lethem, Mala­mud sa attin­gere a quella stessa, quieta dispe­ra­zione che acco­muna due capo­la­vori risco­perti come Revo­lu­tio­nary Road, di Richard Yates, e Sto­ner, di John Williams.

Il Manifesto – 4 maggio 2014



Ber­nard Mala­mud
Romanzi e rac­conti 
volume I 1952–1966
Meridiani Mondadori, 2014
euro 65,00