TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 6 luglio 2014

Giorgio Montefoschi, Le atmosfere di Conrad



Il mare permise al giovane Conrad di scoprire se stesso e dunque capire cosa fossero nel bene e nel male gli uomini. Per il resto della sua vita cercò di raccontarlo. Per questo i suoi romanzi non smettono di affascinarci.

Giorgio Montefoschi

Le atmosfere di Conrad

Il mare, secondo Conrad, comincia alla foce del Tamigi. «Nulla di più facile – scrive all’inizio di Cuore di tenebra — per un uomo che abbia, come suol dirsi, seguito il mare con reverenza e affetto, che rievocare il grande spirito del passato nel corso inferiore del Tamigi. «È dal suo vasto estuario che sono partiti Sir Francis Drake e Sir John Franklin: i grandi cavalieri erranti del mare».

È da lì, da quelle acque ferme che sono salpate le grandi navi che avrebbero doppiato il Capo di Buona Speranza e raggiunto l’Oriente, i cui nomi, famosi, «sono come gemme sfolgoranti nella notte dei tempi», trasportando avventurieri e coloni, uomini di spada e cacciatori d’oro. È nella corrente silenziosa di quella marea che sale e scende che, dopo anni, tornano gli ammiragli coperti di gloria, i capitani, i marinai bruciati dal sole e dal vento che hanno resistito alle tempeste.

Quando il veliero è fermo, la sua stiva carica di merci è vuota, l’equipaggio si è disperso, l’oscurità è rotta dalle luci lontane della città e da quella delle candele, è il momento del racconto e, nella sala centrale della nave ben ancorata alla terra, irrompe l’inquieta nostalgia del mare.

Attorno a un tavolo di mogano così lucido da riflettere la bottiglia del chiaretto (lucido come tutti i legni della barca, i vetri, l’ottone), siedono, con i visi appoggiati ai gomiti, il direttore della compagnia di navigazione, il ragioniere che ha dato l’ultima paga ai marinai, un capitano che ha avuto molte avventure, ha conosciuto la violenza dei tifoni e la calma mortale delle bonacce, ha domato le ribellioni della ciurma.

La nave è un lembo di terra sperduto nella immensità della Creazione, un rifugio accogliente e sicuro, una trappola. Custodisce, nella profondità suoi meandri, il bene e il male. Di notte, l’unico punto luminoso è dato dalle luci della chiesuola che illuminano da sotto in su le facce degli uomini che si alternano al timone. Gli uomini sono sfiniti dalla fatica e dai turni di guardia.

Nella sua cabina, il capitano si riempie la pipa; sale in coperta; raggiunge gli uomini che sono al timone; su una carta nautica fissata a un tavolino con delle puntine controlla la rotta; quindi comanda il nuovo turno. Finché, verso le quattro del mattino, comincia a brillare il fuoco nella cucina. È il cuoco che sta preparando il caffè per l’equipaggio. Allora il capitano beve il caffè e si concede un paio d’ore di sonno.

Il capitano, durante la navigazione, è il padrone della nave. Un padrone assoluto, onnipotente. I suoi ufficiali possono odiarlo o amarlo, ma tutti conoscono la fragilità di questo potere, il rischio che si assume. Quando nella sala da pranzo attendono di essere serviti, tutti i loro occhi intenti si fissano sul coltello del vecchio capitano taciturno e scontroso mentre taglia il suo pezzo di carne nel piatto grande. Poi il capitano serve il primo ufficiale, il secondo, l’ultimo ufficiale. E ciascuno, nella sala da pranzo simile a una sala da pranzo cittadina, riceve la sua porzione di carne come una elemosina o un dono.

Il Corriere della sera - 5 luglio 2014