TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 13 luglio 2014

Il mistero dell'unicorno



La figura dell'unicorno è centrale nell'iconografia medievale. Un articolo spiega l'origine e la natura di questo mito.

Giuseppe Carpaneto

Unicorno dei desideri

Il suo corpo ha fatto da ponte fra Oriente e Occidente, incantando mercanti, fanciulle e cacciatori Simbolo ambiguo, sempre in bilico fra il bene e il male, questo animale ha attraversato l'immaginario medioevale appoggiandosi su alcuni «cugini» reali: cavalli, capre, rinoceronti e narvali

Unicorno, liocorno e alicorno: nomi che evocano dipinti medioevali o rinascimentali dal significato oscuro, dame nude o vestite con uno strano animale sul grembo, cruente scene di caccia, antiche ricette contro i veleni e simboli araldici. Sono parole e immagini che raccontano una lunga storia basata su scambi di identità, equivoci terminologici, errori di traduzione e ricerca di simboli per rappresentare l'ambiguità del carattere umano.

Vediamo innanzitutto le parole: mentre unicorno e liocorno sono generalmente considerati sinonimi oppure varianti morfologiche e simboliche dello stesso animale, alicorno è il nome attribuito al suo lungo corno spiralato. E poi le immagini: avete mai provato a chiedere a qualcuno di descrivervi l'unicorno? La maggioranza delle persone di media cultura risponderebbe che si tratta di un leggendario cavallo bianco fornito di un lungo corno a spirale sulla fronte.

Se però esaminiamo attentamente le pitture del Medio Evo e del Rinascimento, vediamo che la maggior parte degli artisti riporta più o meno costantemente alcuni particolari che non appartengono certo alla specie equina! Il primo particolare degno di attenzione è la barbetta caprina che figura nella maggior parte delle immagini. Secondo, la coda non è mai folta come nel cavallo ma ricorda più quella di un asino. Terzo, ciascun piede porta due zoccoli, come nei ruminanti, anziché lo zoccolo unico che si osserva nel cavallo.



Origini di un mito

Gli zoccoli sono parti anatomiche che hanno profondamente colpito la fantasia dei popoli pastori del Mediterraneo e del Vicino Oriente, tanto da influenzare il loro pensiero religioso e le abitudini alimentari fin da tempi antichissimi (Levitico, 11). Osservando gli erbivori domestici e selvatici questi popoli hanno sempre distinto due categorie, impropriamente definite «con zoccolo diviso» e con «zoccolo intero», come è stato riportato anche dalla Bibbia e dal Corano. Se lo zoccolo dell'unicorno viene disegnato diviso e accompagnato da una barbetta caprina, ciò ha un preciso significato semantico.

La miscela di caratteristiche morfologiche attribuite all'unicorno (corpo equino, barbetta caprina, coda di mulo, zoccolo diviso, corno sulla fronte) ci rivelano il vero significato di questo animale nell'immaginario antico. L'unicorno è infatti l'animale ibrido per eccellenza fra le due categorie di erbivori, e pertanto simbolo di ambiguità, dove il bene e il male, il sacro e il profano, il divino e il demoniaco, l'Occidente e l'Oriente, ciò che è noto e ciò che è ignoto, si ritrovano nella stessa specie, ovviamente immaginaria.

In alcuni brani dell'Antico Testamento (Numeri 23.22; Deuteronomio 33.17) viene fatto riferimento alla forza prodigiosa di un animale a cui nella traduzione greca è stato attribuito il nome monoceros. Sicuramente, il testo biblico e tutte le citazioni più antiche di questo animale si riferiscono al rinoceronte indiano (Rhinoceros indicus), il cui corno veniva trasportato nei paesi del Levante dai numerosi mercanti che percorrevano la Via della Seta. Tale oggetto era venduto a causa delle sue presunte virtù curative e afrodisiache, alcune delle quali sono ancora oggi ritenute valide dalla medicina tradizionale cinese. Inoltre, si riteneva che i bicchieri ricavati dal corno di rinoceronte avrebbero protetto il proprietario dai veleni, neutralizzandoli oppure rivelando la loro presenza.

Tutto si basava sui racconti dei mercanti, interessati a vendere la loro merce, o su quelli dei viaggiatori, sempre alla ricerca di qualcuno che offrisse loro una cena e un tetto in cambio di storie impossibili. Così, già al tempo degli antichi Greci, si parlava di animali con un corno solo: Ctesia di Cnido, medico greco del IV secolo a.C., soggiornò a lungo in Persia e raccolse storie di viaggiatori provenienti dall'India. Da questi fantasiosi racconti, egli cercò di ricostruire l'aspetto di un animale che chiamavano «asino indiano» e che possiamo a stento identificare con il rinoceronte indiano, per le virtù curative attribuite al corno e per il fatto che non può essere catturato vivo a causa della sua forza.



Pachidermi cornuti

Il grande Aristotele, contemporaneo di Ctesia, si limitò a considerazioni anatomo-comparative sulle descrizioni altrui, dicendo che il cosiddetto «asino indiano» sarebbe stato l'unico animale con zoccolo intero ad avere un corno. E nessuno può contraddire il Maestro, poiché il peso del corpo del rinoceronte grava effettivamente sullo zoccolo centrale di ciascun piede, proprio come nel cavallo di cui il cornuto pachiderma è un parente non troppo lontano.

È vero che il rinoceronte, diversamente dal cavallo, possiede altri due zoccoli minori di sostegno a quello principale, ma Aristotele non aveva mai visto questo animale e quindi si limitava a interpretare i racconti di altri. Infine, Plinio (I secolo d.C.) aggiunse il particolare delle zampe elefantine, carattere che può solo riferirsi al rinoceronte. Il dibattito sull'identità dell'unicorno stava languendo e sarebbe finito con la vittoria del rinoceronte...e della verità scientifica, ma il Medio Evo «oscuro» stava preparando una sorpresa «luminosa».

Durante le invasioni barbariche, in Europa iniziò a circolare uno strano oggetto d'avorio, lungo, dritto e spiralato. I mercanti che lo portavano non venivano dall'Asia ma dal Grande Nord e appartenevano alla stirpe dei Vichinghi: avevano barbe e capelli biondi, pelle chiara e occhi azzurri, caratteristiche foggiate dall'ambiente artico, dove non bisogna proteggersi dalla luce del sole. Fra la mercanzia che essi portavano c'era il nuovo oggetto del desiderio: il canino superiore sinistro del narvalo (Monodon monoceros), una specie di delfino che vive esclusivamente nel Mar Glaciale Artico. Tale dente si allunga fino a 2,5 m nel maschio adulto e possiede la stessa funzione delle corna negli erbivori terrestri: esibire la forza del maschio per garantire ai vincitori una discendenza più numerosa.

Forse nemmeno i mercanti vichinghi sapevano a che animale appartenesse questo oggetto che avevano probabilmente ricevuto da pescatori Inuit. In ogni caso, lasciarono che gli Europei «terroni» credessero nell'esistenza di un cavallo barbuto, con coda asinina e zoccoli doppi, costruito con fantasia intorno a un dente di delfino e all'immagine svanita del rinoceronte.

Il Mediterraneo aveva così (ri)trovato l'unicorno, e si trattava di una nuova versione, questa volta ben definita e adatta ai nuovi tempi, che si prestava a miti intriganti e gentili dove l'Amor Cortese aveva un ruolo importante. La passione religiosa ed erotica del Medio Evo si sbizzarrì e andò alla ricerca di tutte le virtù e le proprietà che i Maestri del passato avevano scritto su rinoceronti e altri animali indefiniti, per attribuirle in massa al Nuovo Unicorno.



L'«ibrido» innamorato

L'iconografia medioevale dell'unicorno ha avuto un esordio difficile, come un periodo di disorientamento, durante il quale gli artisti dovevano ancora decidere l'aspetto del nuovo animale ormai diventato di moda. Il corno c'era, anche se si trovava soltanto nelle mani dei sovrani e di pochi potenti, ma il resto del corpo?

A conferma dell'ambiguità che questo animale immaginario avrebbe rappresentato nella cultura europea, fra le icone medioevali più antiche esistono immagini in cui l'identità dell'erbivoro viene mescolata con quella del carnivoro, unendo così la mitezza e la ferocia dell'uno e dell'altro. In molte stampe e arazzi medioevali, ci sono immagini di unicorni in cui il muso del cavallo o della capra sfuma in quello di cane o di lupo, talvolta anche di leone, ma sempre con un corno sulla fronte, che si rifugiano nel grembo di giovani donne, presumibilmente vergini, talvolta della stessa Madonna, essendo perseguitati da cacciatori o soldati. In altre immagini, si vedono gli stessi animali in braccio a fanciulle sia nude sia vestite, che vengono usate come esche per ucciderli. In questa varietà iniziale di forma e composizione delle immagini, spesso contraddittorie, gli unicorni possono avere un corno con o senza spirale, dritto o incurvato, talvolta in avanti e altre volte all'indietro.

Viene da chiedersi che cosa significhino queste scene di unicorni con la testa sul grembo di cotante damigelle. Tutto si spiega con la lettura del Physiologus (III-IV secolo), uno dei primi bestiari cioè di opere in cui venivano illustrati e commentati animali domestici, selvatici e immaginari alla ricerca del loro significato in rapporto all'umanità. In altre parole, se Dio ha creato il mondo per l'Uomo, a che servono tutti questi mostri?

Richiamandosi agli antichi racconti biblici e non, che celebravano l'imbattibilità del rinoceronte, qualità attribuita poi all'unicorno medioevale, il Physiologus afferma che l'unico modo per domare questo animale consiste nel mettere una fanciulla vergine sul suo cammino. Allora, magicamente o divinamente, la bestia diventa docile e pone il suo capo sul grembo della vergine per poi addormentarsi. Così gli uomini possono ucciderlo con lance, frecce e asce.

È così che la forza e l'animo selvaggio vengono attratti e vinti dalla femminilità e dalla dolcezza? Erotismo e religiosità realizzano nell'unicorno un sincretismo che coinvolge la biologia e la dinamica del comportamento sessuale umano (la bella e la bestia), il culto dionisiaco del mondo pagano (barba caprina e zoccoli divisi) e il mondo cristiano, fondato sull'incarnazione del figlio di Dio nel grembo di una vergine. Ecco quindi fiorire nelle chiese medioevali e rinascimentali, dipinti e sculture in cui l'unicorno appare in braccio alla Madonna, divenuto simbolo di Gesù Cristo.

Le due anime del Medio Evo (Dante e Boccaccio) trovano quindi nell'unicorno un personaggio simbolico di purezza ed eros, che sarà rappresentato in tutte le salse, durante l'inquieto mondo di transizione fra antichità e illuminismo. Le rappresentazioni dell'unicorno e delle figure femminili coinvolte in quello che è stato definito il tema della Morte dell'Unicorno, meritano di essere osservate una ad una nei loro dettagli sempre diversi e sorprendenti.

L'atteggiamento delle dame ritratte nel momento cruciale della loro partecipazione alla morte di un animale considerato divino e nello stesso tempo perseguitato dall'uomo è molteplice e spesso imbarazzante. Nelle loro espressioni, spesso si legge la tristezza per la sorte dell'unicorno come se non fossero consapevoli del proprio ruolo di esca, oppure la sorpresa mista a disappunto per essere state coinvolte in un'operazione così malvagia, come l'uccisione di un animale tanto bello e puro. Alcune si limitano ad accarezzare l'animale come se avvertissero l'ineluttabilità dell'uccisione mentre altre sembrano minacciare con il dito o fermare con la mano alzata gli uomini che si accingono a trafiggerlo.

Infine, altre sembrano passive ma determinate collaboratrici dei cacciatori, e reggono l'animale per il corno come per facilitare l'operazione. Anche l'unicorno viene ritratto in molteplici atteggiamenti che vanno dalla rabbia all'abbandono, dalla contemplazione dell'amata alla consapevolezza della propria sorte. In un dipinto del 1230 del Rochester Bestiary, un soldato trafigge un unicorno che si appoggia a una ragazza completamente nuda con i capelli sciolti, apparentemente indifferente alla morte dell'animale. Il colore dell'unicorno è identico a quello della ragazza, come se l'animale non fosse rivestito da un mantello ma da pelle umana.



Fra le braccia della dama

In un arazzo del 1500, conservato a Basilea (Historisches Museum, Inv 1926.40), viene rappresentato un unicorno in grembo a una ragazza, entrambi con caratteristiche eccentriche: l'animale non è bianco ma ha un mantello simile a quello del daino, marrone chiaro con macchie bianche sul dorso; la damigella, invece, mostra lunghi capelli biondi e sciolti sulla schiena, una ghirlanda fiorita come la primavera di Botticelli e un lungo abito azzurro che lascia vedere i capezzoli attraverso due fori.

Con la mano sinistra, la ragazza accarezza la folta criniera equina dell'animale mentre con la destra regge la base del corno. Completamente diverse sono le immagini in cui la figura femminile assomiglia alla Madonna e, in rari casi, ricorda Gesù. Per esempio, nel bestiario di Philippe de Thaon la figura umana che abbraccia l'unicorno mentre questo appoggia le zampe anteriori sul suo grembo e viene trafitto da una lancia, non è una ragazza vergine ma un giovane uomo con la barba.

Infine, anche gli assassini mostrano atteggiamenti diversi e appartengono a due categorie nettamente distinte. In alcuni dipinti si tratta di soldati, protetti da armature, come se l'uccisione dell'animale fosse un atto istituzionale, probabilmente per compiacere il sovrano che attende il prezioso corno. In altre immagini, prevalgono figure di semplici cacciatori, forse contadini o proletari armati di asce, che sperano di vendere il corno a un ricco signore.

In un dipinto inglese del 1220-1230, conservato al Fitzwilliams Museum, un uomo elegantemente vestito e disarmato, scende dal cavallo e si accinge a prendere delicatamente l'animale con le mani, mentre questo si trova come incantato fra le braccia di una dama.

Il Manifesto - 17 agosto 2013