TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 25 luglio 2014

La disfatta dei generali a Caporetto



Grande Guerra. Riproposti dal Mulino i diari di Angelo Gatti su «Caporetto». I catastrofici errori strategici dello stato maggiore italiano e del suo comandante Luigi Cadorna, che scaricarono le responsabilità sui soldati, arrivando alle fucilazioni per decimazione

Claudio Vercelli

La disfatta dei generali a Caporetto

D' abitudine il nome della loca­lità di Capo­retto, oggi pic­colo cen­tro comu­nale slo­veno di poco più di un migliaio di abi­tanti, è indi­cato come sino­nimo di cata­strofe. Più pro­pria­mente costi­tui­sce la dodi­ce­sima bat­ta­glia dell’Isonzo, avvia­tasi nella notte del 24 otto­bre 1917 e con­clu­sasi, nel giro di una ven­tina di giorni, dopo una dram­ma­tica rotta delle due armate ita­liane che vi erano coin­volte, con l’attestamento sulla linea del fiume Piave. Angelo Gatti, colon­nello del regio eser­cito, aveva rice­vuto in quei mesi l’incarico di redi­gere la cro­ni­sto­ria degli eventi per conto del comando supremo. I sui diari di guerra, ora ristam­pati con il titolo Capo­retto, insieme al mate­riale che l’autore andò rac­co­gliendo tra il 1920 e il 1927, diven­nero ben pre­sto una pre­ziosa fonte per lo sto­rico.

Non si tratta di docu­men­ta­zione di natura uffi­ciale ma delle con­si­de­ra­zioni per­so­nali dell’autore. Sup­por­tate, tut­ta­via, dalla diretta cono­scenza delle que­stioni che andava trat­tando. Gatti, nella veste che gli era stata con­fe­rita, fruiva di una posi­zione ogget­ti­va­mente pri­vi­le­giata, avendo accesso a fonti altri­menti irrag­giun­gi­bili.

Godeva peral­tro della piena fidu­cia di Luigi Cadorna, che dell’esercito ita­liano ne era il capo di stato mag­giore. Il dia­rio di Gatti rimane a tutt’oggi una pre­ziosa testi­mo­nianza delle respon­sa­bi­lità che por­ta­rono non solo alla débâ­cle dell’autunno del 1917 ma, più in gene­rale, ad una con­di­zione dif­fusa di crisi dell’esercito, desti­nata a segnarne, nei tempi suc­ces­sivi, le dina­mi­che interne non meno che il suo rap­porto con il Paese.



La leg­genda del tradimento

Quat­tro sono gli avve­ni­menti mag­giori da Gatti com­men­tati: la decima bat­ta­glia dell’Isonzo (mag­gio), quella dell’Ortigara (giu­gno), la con­qui­sta della Bain­sizza (ago­sto) e la stessa Capo­retto (ottobre-novembre). La sto­rio­gra­fia sulla Grande guerra ha cono­sciuto diverse sta­gioni, in sin­to­nia con gli umori poli­tici pre­va­lenti. Dall’apologia della par­te­ci­pa­zione al con­flitto all’approccio prima cri­tico, poi pole­mico se non demo­li­to­rio, fino ad una par­ziale riva­lu­ta­zione del con­tri­buto ita­liano. Non a caso, infatti, il volume di Gatti conobbe per un certo tempo vita dif­fi­cile: su richie­sta di uno dei citati, fu seque­strato, men­tre l’autore e l’editore ven­nero sot­to­po­sti a un pro­cesso per dif­fa­ma­zione.

La que­stione «forte» ruo­tava intorno alle fuci­la­zioni per deci­ma­zione, una sorta di collo d’imbuto sul quale misu­rare l’iniquità dei ver­tici mili­tari. Peral­tro nel 1968, cadendo il cin­quan­te­na­rio, misurò defi­ni­ti­va­mente il muta­mento di sen­si­bi­lità sto­rio­gra­fica in atto, vol­gendo l’attenzione verso i com­bat­tenti, la figura del soldato-massa, del fante con­ta­dino, della «guerra dei poveri» di con­tro alle vicende più pro­pria­mente legate alla sto­ria mili­tare e a quella dei comandi.

In que­sta con­ge­rie di inter­pre­ta­zioni Capo­retto uscì quindi dal cono d’ombra dell’inesplicabilità (basata sulla mito­gra­fia del pre­sunto tra­di­mento dei sol­dati, arre­sisi senza com­bat­tere al nemico, quella che Piero Pieri chia­mava tout court «leg­genda») per assu­mere invece una diversa sostanza, rive­lando l’intelaiatura della con­du­zione della guerra da parte ita­liana. In tale ambito spic­ca­vano l’incongruità ope­ra­tiva dei comandi non meno che la frat­tura tra coman­danti e coman­dati. Anche a par­tire da ciò Capo­retto con­so­lidò la sua natura di evento sto­rico perio­diz­zante, tanto repen­tino nei suoi effetti quanto cumu­la­tivo nelle sue premesse.



Dalla sor­presa allo sconcerto

La sto­rio­gra­fia odierna con­corda sul giu­di­zio rela­tivo alla respon­sa­bi­lità mili­tare nel rovi­noso svol­gersi degli eventi. Il 24 otto­bre 1917 l’esercito subì un vio­lento rove­scio, cau­sato dall’offensiva austro-ungarica e tede­sca, eser­ci­tata, non a caso, su uno dei punti più deboli dello schie­ra­mento ita­liano.

Di fatto la mossa avver­sa­ria fu gio­cata sul piano dell’innovatività stra­te­gica, basata su una tec­nica di assalto nuova, in grado, nel giro di non più di due giorni, di tra­vol­gere il fronte tra l’Isonzo e il Carso. La sor­presa, tra­sfor­ma­tasi quasi subito in scon­certo, fu pres­so­ché totale ma contò ancora di più la fra­gi­lità dello schie­ra­mento ita­liano, non solo dal punto di vista logi­stico, ope­ra­tivo e gestio­nale ma anche e soprat­tutto moti­va­zio­nale.

Il 1917 fu peral­tro un anno denso di ten­sioni, dagli scio­peri tori­nesi «per il pane», che ebbero un forte impatto, fino alla due rivo­lu­zioni russe. Gatti riflette sugli umori dei ver­tici ma anche e soprat­tutto sui sen­ti­menti, gli atteg­gia­menti e i pen­sieri dei sol­dati. Lo fa, in que­sto secondo caso, con i fil­tri pro­pri ad un mili­tare di pro­fes­sione.

Tut­ta­via, indos­sando anche una seconda veste, quella di let­te­rato — fatto che peral­tro ne aveva decre­tato le for­tune presso lo stesso comando gene­rale, con­tando Cadorna di farne il suo sto­rico uffi­ciale -, riu­sciva a imme­de­si­marsi nella dimen­sione col­let­tiva che accom­pa­gnava l’azione delle truppe. Peral­tro l’autore, pur essendo stato a favore della par­te­ci­pa­zione al con­flitto, non nutriva posi­zioni di oltran­zi­smo inter­ven­ti­sta. Sem­mai il suo atteg­gia­mento tie­pido lo ren­deva ben più equi­li­brato di altri suoi con­tem­po­ra­nei. Su Cadorna, verso il quale nutriva un atteg­gia­mento di rispetto e stima, Gatti non rispar­mia tut­ta­via dure valu­ta­zioni critiche.



L’anno della svolta

Le pagine del dia­rio sono attra­ver­sate dalla per­ce­zione, più volte espressa indi­ret­ta­mente, che il 1917 costi­tuisse un anno nel quale il muta­mento di sce­na­rio avrebbe trac­ciato, da allora in poi, un diverso indi­rizzo alla guerra. Chia­mando in causa tutti i com­bat­tenti non più solo come parte di un qual­che eser­cito ma nella loro natura di forza d’urto, poten­zial­mente avversa ai pro­pri stessi coman­danti. In una guerra che invece pro­ce­deva seguendo e asse­con­dando una sua iner­zia­lità, a conti fatti sem­pre meno soste­ni­bile.

Di que­sta falsa ine­so­ra­bi­lità è imme­diato riflesso l’ottuso atteg­gia­mento di Cadorna, che con­ti­nua osses­si­va­mente a pre­di­care e a far pra­ti­care gli attac­chi fron­tali, nella con­vin­zione, in se stessa del tutto infon­data, che fosse ancora que­sto il modo per risol­le­vate le sorti bel­li­che dell’Italia. Da qui, ad esem­pio, l’indisponibilità di riserve, la far­ra­gi­no­sità nelle comu­ni­ca­zioni tra comando gene­rale e grandi reparti, l’incapacità di indurre i mede­simi a quell’autocorrezione ope­ra­tiva che costi­tuiva un virtù, e non un tra­di­mento, durante le grandi bat­ta­glie.

Tra i pro­ta­go­ni­sti al comando emerge comun­que il pre­va­lente scet­ti­ci­smo nei con­fronti di una solu­zione mili­tare, e quindi armata, al con­flitto. La con­sa­pe­vo­lezza comune, e come tale sem­pre omessa dinanzi alla col­let­ti­vità, era che la guerra da sola non solo non sarebbe finita ma, soprat­tutto, non avrebbe por­tato a risul­tati chiari e sod­di­sfa­centi.

Di fatto que­sta cogni­zione, se da un lato rive­lava il rea­li­smo fata­li­stico dei comandi ita­liani (come di quelli degli altri eser­citi in guerra), dall’altro era indice di una con­ta­mi­na­zione quale mai si era veri­fi­cata, almeno fino ad allora, tra deci­sione mili­tare e fun­zione poli­tica. Se alla seconda sarebbe toc­cato l’onere dell’indirizzo e alla prima la scelta dei modi e dei cri­teri con il quale tra­durlo in atti con­creti, nei fatti i ruoli si erano abbon­dan­te­mente acca­val­lati. Non era una pre­ro­ga­tiva del solo fronte ita­liano. Era sem­mai un indi­rizzo, una pie­ga­tura che la Grande guerra, nella sua pecu­lia­rità di feno­meno di massa, aveva for­te­mente avallato.



Un comando ostile ai soldati

L’incubo di Cadorna per il pos­si­bile «tra­di­mento» dei suoi subal­terni, e soprat­tutto delle truppe, che pre­cede di molto la disfatta di Capo­retto, era così qual­cosa di più della cifra di una con­ce­zione per­so­na­li­stica della con­du­zione delle ope­ra­zioni, non­ché di un rap­porto ai limiti del pato­lo­gico con i subor­di­nati, rive­lando sem­mai le dif­fi­coltà che una parte delle classi diri­genti, in divisa e non, intrat­te­ne­vano con la gestione di un eser­cito di massa.

Una forza armata com­po­sta di coscritti che, a conti fatti, se non era l’«esercito di popolo» cele­brato dalla reto­rica risor­gi­men­tale, tut­ta­via costi­tuiva un vero e pro­prio uni­verso di plebi ora abi­tuate al ricorso siste­ma­tico alla forza. Cosa fare con esse (e di esse) dive­niva quindi esso stesso un pro­blema di ordine poli­tico, essen­dosi inne­scato nel 1914–1915 un pro­cesso di mili­ta­riz­za­zione del corpo della nazione che mese dopo mese, in assenza di risul­tati signi­fi­cati e dinanzi ad uno stallo gene­ra­liz­zato delle linee del fronte, avrebbe forse potuto inge­ne­rare cedi­menti strut­tu­rali nella fedeltà tra gover­nanti e gover­nati.

La vicenda russa stava lì a dimo­strarlo. Non di meno, la mag­giore per­va­si­vità della pro­pa­ganda paci­fi­sta su tutti i fronti, basata ora non più su opzioni ideo­lo­gi­che ma sulla sol­le­ci­ta­zione del rifiuto a com­bat­tere in base alla stan­chezza e al biso­gno di tor­nare a casa, se mai riu­scirà a costi­tuire il fat­tore dif­fe­ren­ziale deci­sivo nelle con­dotte dell’esercito ita­liano, e nelle sue con­crete capa­cità di azione, tut­ta­via in quell’anno conobbe una forza, e dei riscon­tri, che le erano man­cati.

C’è quindi il piano mili­tare, in sé incli­nato, dove le offen­sive e le con­trof­fen­sive non spo­stano di un cen­ti­me­tro le sorti della guerra ma cau­sano decine di migliaia di morti in un colpo solo, e quello poli­tico, per il quale non è più il caso di par­lare di uno stallo bensì della sot­ter­ra­nea evo­lu­zione dei rap­porti di forza, segnati adesso da una stan­chezza gene­rale che può tra­sfor­marsi in poten­ziale defla­gra­zione.

L’esercito ita­liano non cono­scerà la prima, rivol­gendo i fucili con­tro «coloro che stanno alle nostre spalle» (come pre­di­cava una parte dei socia­li­sti) o abban­do­nan­doli defi­ni­ti­va­mente ai bordi delle trin­cee, bensì l’implosione di cui Capo­retto fu la mani­fe­sta­zione più eclatante.



Il mal­go­verno degli uomini

La crisi di stan­chezza, che si fa poi in più casi rifiuto e reni­tenza al ser­vi­zio, era peral­tro in atto, nel nostro eser­cito, già dalla pri­ma­vera del 1917. Non deri­vava tanto dalla per­va­si­vità dell’opzione paci­fi­sta, in sé astratta e per più aspetti incon­grua rispetto alle aspet­ta­tive dei fanti, né dal fan­ta­sma del disfat­ti­smo che Cadorna denun­cia invece come dila­gante, bensì dall’esaurimento delle resi­due risorse moti­va­zio­nali prima di tutto da parte di un’élite che non sapeva come uscire dall’impasse che aveva essa stessa gene­rato. E dai riflessi che da ciò deri­va­vano sull’esercito intero.

Ad espri­mere prima malu­more, una sorta di sordo mal­con­tento, poi dis­so­cia­zione, fino alla dichia­rata insu­bor­di­na­zione, sono soprat­tutto spesso com­bat­tenti di valore. Non è la sola fan­te­ria di linea, quella sot­to­po­sta spesso a indi­scri­mi­nate deci­ma­zioni sui campi di bat­ta­glia, ma anche i ber­sa­glieri e gli alpini. Gli uni e gli altri denun­ciano in tale modo l’insensatezza umana e mate­riale del con­flitto. Non la sua intol­le­ra­bi­lità bensì la man­canza di un obiet­tivo che non fosse il solo pro­se­guirlo.

L’insipienza, la sciat­te­ria e la disor­ga­niz­za­zione dei comandi ita­liani si fa in que­sti casi evi­dente, dive­nendo essa stessa causa dei suc­ces­sivi cedi­menti. Si par­lerà, a poste­riori degli stessi fatti di Capo­retto, di deli­be­rato «mal­go­verno degli uomini». Angelo Gatti ne dà abbon­dante riscon­tro.

Facendo peral­tro giu­sti­zia non solo delle let­ture cele­bra­tive, di cui il fasci­smo ma anche una certa reto­rica repub­bli­cana si sono nutrite, ma anche di una visione «inge­nua» della guerra che, nel ten­ta­tivo di capire le ragioni delle classi subal­terne, rischia di volere ancora oggi attri­buire ad esse una volontà rivo­lu­zio­na­ria che era invece com­ple­ta­mente assente. Lad­dove tutto fu subito, poco fu com­preso come, non di meno, nulla fu voluto fino in fondo che non fosse il sem­plice tor­nare a casa.

Il manifesto- 25 luglio 2014



Angelo Gatti
Capo­retto
il Mulino, 2014
euro 15