TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 24 luglio 2014

La sindrome crispina



Secondo un vecchio detto popolare “il paese è complesso, la gente mormora”. Forse non dice proprio così. Ma di sicuro gli italiani sono da sempre alla ricerca di un Uomo della Provvidenza che dall'alto aggiusti le cose. Salvo poi pentirsene a disastro avvenuto.

Alfio Mastropaolo

La sindrome crispina


È un feno­meno ricor­rente nella sto­ria d’Italia. Il paese è com­plesso. È arti­co­lato ter­ri­to­rial­mente e social­mente. Ha una sto­ria com­pli­cata, che ha lasciato stra­sci­chi impo­nenti, che l’unificazione non poteva can­cel­lare. Col tempo si sono pro­dotte arti­co­la­zioni ulte­riori e da sem­pre è stato pro­ble­ma­tico il fun­zio­na­mento delle isti­tu­zioni che soli­ta­mente reg­gono le società moderne. Cioè quello che pos­siamo sin­te­ti­ca­mente indi­care come il governo rappresentativo.

Labo­rioso fu il fun­zio­na­mento del par­la­men­ta­ri­smo postu­ni­ta­rio, fino al suo col­lasso che con­dusse al fasci­smo. E labo­rioso è stato il fun­zio­na­mento della demo­cra­zia dei par­titi, isti­tuita nel dopo­guerra. Sicu­ra­mente non priva di costi, tale labo­rio­sità ha dato ori­gine a una lunga sequela di ten­ta­tivi di dra­stica sem­pli­fi­ca­zione, magari evo­cando felici modelli stranieri.

Quel che si dimen­tica è che ogni paese ha i suoi pro­blemi. Che il plu­ra­li­smo è ovun­que dif­fi­cile da gover­nare. E che sono a dir poco cari­ca­tu­rali talune rap­pre­sen­ta­zioni idil­lia­che della sto­ria inglese, fran­cese, tede­sca, ame­ri­cana, di cui si com­piace la pole­mica poli­tica, ma che gli stu­diosi seri rifiu­tano (ma ci sono pure quelli non seri che atti­va­mente par­te­ci­pano alla pole­mica poli­tica!). Sta di fatto che cicli­ca­mente in Ita­lia com­pare qual­che attore poli­tico che nutre l’ambizione di ridi­se­gnare la forma di governo e di redi­mere d’un colpo il paese dei suoi difetti.



Tra i sud­detti ten­ta­tivi, oggi diremmo di “rifor­mare”, il primo effet­tuato su vasta scala fu quello di Fran­ce­sco Cri­spi. Il quale negli anni ’80 del XIX secolo, preso Bismarck a modello e con­dotta un’intensa cam­pa­gna nazio­na­li­stica, nutrita di vel­leità colo­niali, imma­ginò di intro­durre un regime di can­cel­lie­rato, met­tendo in ombra la sua ben più apprez­za­bile ambi­zione di pro­muo­vere vaste riforme sociali anche di segno demo­cra­tico.

Il ten­ta­tivo, com’è noto, finì malis­simo, tra scan­dali, san­gui­nosi eccessi repres­sivi e la scon­fitta di Adua, segnando in nega­tivo la figura di uno dei pro­ta­go­ni­sti del Risor­gi­mento. Se però Cri­spi fallì, sta­bilì in com­penso un pre­ce­dente, dato che la sin­drome cri­spina si è più volte ripre­sen­tata: a fine XIX secolo, al momento dell’ingresso dell’Italia nel primo con­flitto mon­diale, col fascismo.

Allora l’involuzione auto­ri­ta­ria ebbe pieno suc­cesso. Que­sto è forse il più vero bipar­ti­ti­smo ita­liano: governo rap­pre­sen­ta­tivo mac­chi­noso da un canto, sin­drome cri­spina dall’altro.

In realtà, le for­za­ture anti­de­mo­cra­ti­che van­tano un solo suc­cesso: il fasci­smo, che riu­scì a rimuo­vere il governo rap­pre­sen­ta­tivo per un lungo ven­ten­nio, con con­se­guenze a dir poco tra­gi­che. Che non sono tut­ta­via bastate a gua­rire una volta per tutte la sin­drome cri­spina. Nella vicenda repub­bli­cana essa è riap­parsa più volte: ai tempi di De Lorenzo, con le mene della P2, ovvia­mente col craxismo.



Anzi, da Craxi in poi la sin­drome cri­spina non ha dato più tre­gua alla demo­cra­zia repub­bli­cana. Ci ha ripro­vato in par­ti­co­lare e con discreto zelo Ber­lu­sconi, tro­vando però un osta­colo insor­mon­ta­bile nelle isti­tu­zioni di garan­zia, nella corte costi­tu­zio­nale, nella pre­si­denza della Repub­blica, nei par­titi di oppo­si­zione, per­fino nella sue pro­pen­sioni affa­ri­sti­che, che hanno reso quanto meno sgan­ghe­rata la sua azione in tutti i campi.

Adesso è venuto il tempo di Renzi, il quale, van­tando un illu­so­rio 40 per cento di con­sensi elet­to­rali (non ha votato nem­meno il 60 per cento), cerca un diver­sivo ai dati depri­menti sulla cre­scita e sull’occupazione. A tal fine vuole a ogni costo libe­rarsi del Senato e adot­tare una legge elet­to­rale che, con il suo inde­cente pre­mio di mag­gio­ranza a chi arriva al 37 per cento e le sue non meno inde­centi soglie di accesso, non ha eguali in alcuna demo­cra­zia degna di que­sto nome. 

Tutto ciò con la com­pli­cità del lea­der — dimez­zato e squa­li­fi­cato da una con­danna penale — dell’opposizione e il silen­zio, tra­mor­tito, di gran parte del suo stesso par­tito. Torna dun­que la sin­drome cri­spina, men­tre sul Qui­ri­nale, finora atten­tis­simo ai destini del paese e alla buona salute della demo­cra­zia, aleg­gia il fan­ta­sma di Vit­to­rio Ema­nuele III.


Il Manifesto – 23 luglio 2014