TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 29 luglio 2014

Pas­sare attra­verso l’inferno, la nau­sea, l’orrore: Baudelaire visto da Benjamin Fondane

Charles Meryon, Pont Neuf (1853)
























Nel 1947 appaiono in Francia due studi su Baudelaire. Il primo, di grande successo, di un lanciatissimo Sartre. L'altro, incompiuto ma di una bellezza folgorante, di Benjamin Fondane, surrealista di origine romena, morto a Auschwitz nel 1944. Dopo quasi settant'anni il libro è ora disponibile in italiano.



Pierluigi Pellini


Baudelaire nel ruolo di frequentatore del magma esistenziale


Nel primo Mani­fe­sto del sur­rea­li­smo, del 1924, la cele­bre lita­nia dei pre­cur­sori non poteva non evo­care Bau­de­laire: «sur­rea­li­sta nella morale»; ma una più evi­dente affi­nità elet­tiva det­tava a Bre­ton il rico­no­sci­mento nei con­fronti di Rim­baud: «sur­rea­li­sta nella pra­tica della vita e altrove». Il filo­sofo Ben­ja­min Fon­dane, ebreo di ori­gine romena a Parigi dal 1923, legato negli anni Venti al gruppo sur­rea­li­sta, da cui pre­sto tut­ta­via prende le distanze, dopo aver scritto un libro sul poeta-canaglia (Rim­baud le voyou, 1933), dedica gli ultimi anni della sua breve esi­stenza – morirà a Ausch­witz nell’ottobre del ’44 – alla ste­sura di un’importante mono­gra­fia, oggi per la prima volta tra­dotta in ita­liano con il titolo Bau­de­laire e l’esperienza dell’abisso, che dei Fiori del male dà una let­tura inten­sa­mente empa­tica, impron­tata a un dispe­rato vitalismo.

Con­tro il Bau­de­laire for­ma­li­sta di Valéry, pre­cur­sore di Mal­larmé, sublime faci­tore di armo­nici ales­san­drini e supe­riore intel­li­genza cri­tica, Fon­dane riven­dica l’ineludibile cen­tra­lità del magma esi­sten­ziale, dell’esperienza estrema del male, della fre­quen­ta­zione dell’Abisso; e afferma la prio­rità dello «spleen» sull’«ideale», del «sel­vag­gio» sul let­te­rato, con­trap­po­nendo al canone al tempo ancora domi­nante dell’art pour l’art sim­bo­li­sta e del ritorno all’ordine clas­si­ci­sta una diversa genea­lo­gia della poe­sia fran­cese del Nove­cento, in cui Rim­baud è il solo auten­tico disce­polo di Bau­de­laire e i sur­rea­li­sti appa­iono impli­ci­ta­mente come «gli orri­bili lavo­ra­tori» pre­vi­sti dalla Let­tera del veg­gente e invi­tati a pro­se­guirne l’opera. Il libro esce postumo nel 1947: l’anno stesso del Bau­de­laire di Sar­tre; e il con­fronto con l’arida requi­si­to­ria del più for­tu­nato filo­sofo esi­sten­zia­li­sta baste­rebbe a sta­bi­lirne il valore.

È tut­ta­via un’opera in parte incom­piuta, e si vede: fre­quenti le ridon­danze e le ripe­ti­zioni, a volte lasco il legame fra i capi­toli, nume­rosi gli spunti solo abboz­zati. Ma pro­prio l’imprevedibile discon­ti­nuità del det­tato scon­si­glia di cedere alla ten­ta­zione di una let­tura anto­lo­gica: nel Bau­de­laire – que­sto forse, oggi, il motivo più con­vin­cente, e emo­zio­nante, del suo fascino – urge un’impazienza testa­men­ta­ria di dire tutto, che regala pagine illu­mi­nanti su Hugo (odio­sa­mato padre poe­tico per Bau­de­laire, «sur­rea­li­sta quando non è stu­pido» per Bre­ton, e per Fon­dane incar­na­zione di quella reli­gione del dovere e del pro­gresso che è l’idolo pole­mico di tutto il libro), o su Swift, o per­fino su Dante (in con­trap­po­si­zione con la let­tura di T.S. Eliot); trac­cia paral­leli né scon­tati né pere­grini fra Bau­de­laire, Dostoe­v­skij e Nie­tzsche; ingag­gia una pole­mica insi­stita con la psi­ca­na­lisi, che non nasconde tut­ta­via pro­fonde con­so­nanze con il pen­siero freu­diano.

Benjamin Fondane























In defi­ni­tiva, offre un’estetica in nuce: in cui metro di ogni valore è «la pro­fon­dità dell’esperienza vis­suta»; in cui pro­prium dell’arte sono la capa­cità di «pas­sare attra­verso l’inferno, la nau­sea, l’orrore» e il corag­gio di «sfi­dare le leggi fon­da­men­tali dell’essere o il prin­ci­pio di non con­trad­di­zione»; e dalla let­te­ra­tura è invo­cata la «pos­si­bi­lità di una libe­ra­zione da una realtà senza vie d’uscita». Una realtà che rin­via a Kafka (Rela­zione per un’accademica), ma non può non cari­carsi, nella Parigi occu­pata del 1943, di tra­gi­che riso­nanze autobiografiche.

Fon­dane è filo­sofo dell’esistenza e dell’io: ha in sospetto ogni uni­ver­sale, ogni coa­zione all’Idea che can­celli l’individualità. Se in una ver­ti­gi­nosa digres­sione riper­corre per sommi capi l’opposizione fra uni­ver­sale e indi­vi­duo nella tra­di­zione filo­so­fica occi­den­tale, è per mostrare come il misti­ci­smo maso­chi­sta di Bau­de­laire, che si inchina alla tiran­nia dell’ideale e si offre al car­ne­fice, para­dos­sal­mente riaf­fermi la prio­rità incon­cul­ca­bile dell’io con­tin­gente, del corpo, di una ses­sua­lità degra­data; se si adden­tra nelle sot­ti­gliezze della teo­lo­gia del male, è per spie­gare come anche nel vizio il bau­de­lai­riano gusto dell’infinito possa isti­tuire «una sorta di per­fe­zione meta­fi­sica», unica alter­na­tiva pra­ti­ca­bile essendo, nel suo uni­verso poe­tico, quella fra l’inferno e il nulla.

Ma esal­tando nei Fiori del male il polo nega­tivo della meta­fora, Fon­dane non rove­scia sol­tanto la let­tura super­ci­liosa di un Valéry, con ovvie con­se­guenze sul canone: non Il bal­coneo Rac­co­gli­mento, ma L’abisso o L’amore del nulla appa­iono come i testi più signi­fi­ca­tivi; fa anche il con­tro­pelo a innu­me­re­voli affer­ma­zioni dello stesso Bau­de­laire, indi­riz­zate a sva­lu­tare tutto ciò che è «natu­rale», e a esal­tare di con­tro la bel­lezza armo­nica dell’arte (e di ogni arti­fi­cio), la virtù del santo e dell’eroe (o, come ripiego, l’autocontrollo del dandy).

Che l’opera cri­tica di Bau­de­laire altro non sia che un son­tuoso appa­rato di dene­ga­zione, un monu­men­tale esor­ci­smo con­tro l’Abisso – imma­gine in cui si rias­su­mono l’inclinazione al vizio, la vio­lenza della volun­tas scho­pe­n­haue­riana, l’assoluto di un’esperienza bru­ciante – è tesi estrema e discu­ti­bile, ma non priva di riscon­tri, se è vero che già nel Salon del 1846 il gio­vane cri­tico d’arte, futuro autore di Spleen e ideale, poteva chie­dersi, con fol­go­rante luci­dità: «se si tro­vasse l’ideale, que­sta cosa assurda, que­sta cosa impos­si­bile, che ce ne faremmo del nostro io?».



E tut­ta­via la let­tura esi­sten­ziale – non meno di quella for­ma­li­sta, o di quella mar­xi­sta, allegorico-metropolitana, che negli stessi anni stava ela­bo­rando Wal­ter Ben­ja­min, ponendo al cen­tro del canone i Qua­dri pari­gini – è sem­pre a rischio di uni­la­te­rali for­za­ture: nella sua ansia di verità, sfiora il ridu­zio­ni­smo bio­gra­fico; resti­tui­sce I fiori del male a un roman­ti­ci­smo nero che non fa giu­sti­zia alla loro moder­nità; e insomma ne limita la com­ples­sità.

Del resto, anche le let­tere dispe­rate e auto­de­ni­gra­to­rie alla madre, in cui Fon­dane crede di tro­vare il Bau­de­laire più auten­tico, per quanto intense e com­mo­venti, non sono a tratti meno reto­ri­ca­mente costruite, meno intes­sute di stra­te­gi­che men­zo­gne (o mezze verità), degli scritti desti­nati alla pub­bli­ca­zione e tac­ciati di sia pure invo­lon­ta­ria ipocrisia.

Alcuni di que­sti limiti sono evi­denti anche nei saggi di uno degli inter­preti di Bau­de­laire oggi più accre­di­tati, soprat­tutto in Fran­cia: il poeta Yves Bon­ne­foy, che al libro di Fon­dane deve pro­ba­bil­mente più di quanto dichiari.

Anche per que­sto biso­gna essere grati a Nino Ara­gno, non nuovo a intel­li­genti repê­cha­ges; ed è dav­vero un pec­cato che un’adeguata pre­pa­ra­zione lin­gui­stica e storico-critica non sem­pre sor­regga lo zelo del cura­tore.

Luca Orlan­dini vota al Bau­de­laire di Fon­dane un auten­tico culto, di cui è testi­mo­nianza, sem­pre per Ara­gno, anche un cor­poso volume di arruf­fate glosse (La vita invo­lon­ta­ria, pp. 330, euro 20,00) –, sic­ché all’eleganza della veste edi­to­riale non cor­ri­sponde, come sarebbe lecito atten­dersi, un testo filo­lo­gi­ca­mente atten­di­bile: troppi i refusi; spesso sciatta e a tratti impre­cisa la tra­du­zione, pun­teg­giata di fasti­diosi cal­chi dal fran­cese; lar­ga­mente incom­pleto il pur utile indice delle cita­zioni, che cor­reda il sag­gio di alcuni dei rife­ri­menti biblio­gra­fici omessi dall’autore; stu­pe­fa­cente la scelta della frase, siglata L.O., esi­bita in epi­grafe alla breve Nota del cura­tore. A chi legge il fran­cese, con­viene senz’altro risco­prire il libro di Fon­dane nella più recente edi­zione in lin­gua ori­gi­nale, quella uscita a Bru­xel­les per le Édi­tions Com­plexe nel 1994.

il Manifesto- 4 maggio 2014



Ben­ja­min Fon­dane
Bau­de­laire e l’esperienza dell’abisso
Aragno,2014
25 euro