TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 24 luglio 2014

Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce



Due lettere finora inedite permettono una nuova lettura dei rapporti fra Piero Gobetti e Filippo Turati nel periodo del rapimento e dell'assassinio di Matteotti. E il dirigente socialista non ne esce benissimo.

Massimo Novelli

Quando Gobetti fu lasciato solo contro il Duce



Dopo il delitto Matteotti, 90 anni fa, il giovane liberale fu l’unico a lanciare l’allarme Ma Turati non raccolse. Come testimonia un carteggio mai visto fu incompreso, o perlomeno visto con sospetto, anche da chi militava nel suo stesso fronte antifascista. Il destino di Piero Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto in esilio a Parigi, non ancora venticinquenne, nel febbraio del 1926, era segnato fin dall’inizio.

Lo testimonia lo scambio epistolare che intrattenne con Filippo Turati, il grande vecchio del socialismo italiano, nel giugno del 1924, poco dopo il rapimento e l’assassinio, il giorno 10, di Giacomo Matteotti, il cadavere del quale sarebbe stato scoperto il 16 agosto, esattamente 90 anni fa. Al giovane autore de La rivoluzione liberale, che gli chiedeva consigli e autorizzazioni per dare velocemente alle stampe un volume di scritti di Matteotti, in funzione della battaglia per «battere in blocco mussolinisno e maggioranza», il leader del riformisti del Partito socialista replicò opponendo un diniego.

Nei giorni seguenti, scrivendo ad Anna Kuliscioff, Turati spiegò di avere accelerato il proposito di pubblicare quei testi, se no «altri ci usurperà quello che è un nostro diritto e dovere». L’iniziativa, in sostanza, era stata presa dall’anziano dirigente politico quasi come una sfida o un’appropriazione indebita, dimostrando così di non avere compreso gli intenti di Gobetti, teso invece a dare concretezza e slancio alla lotta antifascista nel nome di Matteotti. In ogni caso Gobetti non si arrese.



Nel ‘24 fece uscire alcuni testi dedicati al deputato fatto uccidere da Mussolini: prima nella rivista La Rivoluzione Liberale e, successivamente, in un volumetto della sua casa editrice.

A rendere note le due lettere, ricostruendo l’episodio esemplare nel contrapporre il dinamismo gobettiano all’attendismo di Turati, è lo storico torinese Marco Scavino. Lo fa nell’ultimo numero di Critica liberale, il trimestrale fondato nel 1969 e diretto da Enzo Marzo. Non è il solo documento proposto dal periodico, che riporta anche una fotografia inedita dell’intellettuale torinese rintracciata dagli archivisti del Centro studi Piero Gobetti di Torino.

Certo è che la lettera a Turati e la risposta di questi assumono una valenza particolare, soprattutto se si leggono alla luce dei travisamenti che Gobetti avrebbe subito dopo la Liberazione. Fu «imbalsamato», o interpretato in maniera fuorviante, dalla sinistra egemone, ossia dal Pci. E venne (e viene) fatto passare per un comunista, estraneo alla tradizione liberale, dalla destra che pure si richiamava e si richiama a quei valori.

Una sorte, quella di Gobetti, comune ad altri esponenti di spicco della «altra sinistra», non comunista e democratica, libertaria e socialista, che si guadagnò la persecuzione tanto
dai fascisti quanto dagli stalinisti. Su Gobetti, poi, ci furono ampie ricadute, nelle interpretazioni di comodo del suo pensiero, nel dopoguerra. Altrettanto emblematico, al riguardo, è il caso di Carlo Rosselli,vassassinato dai fascisti francesi col fratello Nello su verosimile mandato di Galeazzo Ciano.

La sua opera Socialismo liberale, anche nell’Italia repubblicana, nata dalla Resistenza, per decenni venne osteggiata dal Pci. Palmiro Togliatti ravvisava nelle pagine di Rosselli un pericolo per la politica del suo partito e per l’Unione Sovietica; e anche Giulio Einaudi con la sua casa editrice si adeguò al silenzio, come ricordava in una lettera (pubblicata ora da Critica liberale) Aldo Rosselli, figlio di Nello.

A dare conto della «fortuna e sfortuna del filo rosso che parte da Gobetti e Rosselli », delle censure e degli occultamenti che si sono estesi ad Antonio Gramsci, è Marzo. Il direttore di Critica liberale le compendia in un lungo articolo di apertura in cui non risparmia critiche alle passate direzioni del medesimo Centro studi Gobetti, colpevole di non mettere a disposizione degli studiosi l’epistolario gobettiano tra il 1923 e gli inizi del 1926, che potrebbe «portare elementi nuovi alla vexata quaestio dei rapporti col comunismo e con i capi comunisti ».

Non è un mistero, d’altronde, che già nel 1921 Gobetti avesse sottolineato come «l’economista Marx è morto, con il plus-valore. con il sogno dell’abolizione delle classi, con la profezia del collettivismo ». Tutt’altro che un comunista, in buona sostanza.

Non si sa che cosa Gobetti avrebbe scritto e fatto, se la morte non l’avesse stroncato nel febbraio del ‘26. Ma proprio la lettera a Turati, «post 10 giugno 1924», ne rivela la tempra. Al capo socialista, oltre a domandare le carte di Matteotti, aggiungeva una postilla in cui affermava che era «necessario agire». Mussolini, continuava, «non cadrà: ma bisogna, se cade, che siano le minoranze a farlo cadere e a succedergli. Guai se si dovesse tornare a Giolitti!».

Nella risposta, invece, Turati evitò ogni considerazione politica, preferendo rivendicare il diritto di proprietà del partito rispetto a Matteotti, non senza qualche frecciata alla vedova e alla famiglia del parlamentare di «cui condividevano neppure le idee».


la Repubblica - 24 Luglio 2014