TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 11 luglio 2014

Storia di una famiglia operaia a Torino. Vite da niente, di gente che non conta.



Storia di una famiglia proletaria a Torino. Vite operaie, vite di gente da niente di cui non importa nulla a nessuno.


Angelo d'Orsi

L’ascensore sociale funziona. In giù




E par­liamo un po’ di classe ope­raia, rac­con­tiamo come vive, giorno dopo giorno, tirando la vita coi denti. Par­liamo non di gio­vani disoc­cu­pati, la grande tra­ge­dia nazio­nale, ma di gente che il lavoro ce l’ha — a quali con­di­zioni… — e fatica a man­te­nerlo, sot­to­po­sta a ricatti, costretta a con­di­zioni iugu­la­to­rie, con salari al minimo; e quando lo perde, per l’incessante chiu­sura di offi­cine, aziende, imprese, fa ancora più fatica a rime­diarne un altro.

Non voglio offrire sta­ti­sti­che e sguardi di insieme, ma rac­con­tare una sto­ria, una vicenda come tante, esem­plare, ritengo. Fami­glia pro­le­ta­ria, nell’ex capi­tale: del Ducato di Savoia, del Regno d’Italia, dell’automobile, della Fiat. Il padre ope­raio spe­cia­liz­zato giunto al reparto pro­get­ta­zione auto, ari­sto­cra­zia ope­raia, insomma, che al lavoro ha sem­pre guar­dato con rispetto e per­sino con amore; qual­che scio­pero, ma via via sem­pre meno nel corso dei decenni; una moglie con un lavoro non qua­li­fi­cato, due figli, che fanno le scuole tecniche.

Il maschio fre­quenta l’Istituto per Geo­me­tri, ma comin­cia a fre­quen­tare i can­tieri, nel tempo libero e nelle vacanze, si impra­ti­chi­sce del lavoro, e quando fini­sce trova subito un impiego. Lavora sodo negli anni seguenti, diventa capo­can­tiere, per la ditta che lo ha assunto, mette su fami­glia: com­pra una casetta, col mutuo, fuori città, nel luogo dove ha sede la sua ditta: casa e bot­tega. Come suo padre vive per il lavoro, lo ama, si impe­gna, e non bada a straordinari.

Il babbo è orgo­glioso, ha fatto stu­diare il pri­mo­ge­nito, che è salito nella scala sociale; ma c’è di più. Il nostro ope­raio spe­cia­liz­zato ha una seconda figlia, che fa le scuole com­mer­ciali, prende il suo diploma, e vuole a tutti i costi andare all’università. Il babbo le dice d’accordo, ma non pos­siamo per­met­ter­celo. E lei si man­tiene lavo­rando per tutto il periodo degli studi. E dopo la lau­rea — otte­nuta nei quat­tro anni, e bene — con­ti­nua, avrebbe aspi­ra­zioni intel­let­tuali, ma sa di non poter­selo per­met­tere; con­serva la pas­sione per i libri, per lo stu­dio, e rifiuta le pro­po­ste di con­ti­nuare nella vita degli studi, che il suo rela­tore di tesi le fa.Le rie­sce impos­si­bile con­ci­liare quella dimen­sione, a cui pure ter­rebbe, con la vita reale.



Una vita reale nella quale è pas­sata ormai dai lavo­retti nelle fiere o come aiuto par­ruc­chiera, ad assun­zioni a tempo deter­mi­nato in un’azienda, con rin­novi semestrali.

È seria come tutti in fami­glia: sarà l’etica del lavoro tipica della cul­tura pie­mon­tese? E i datori di lavoro le rin­no­vano il con­tratto, fino a che si sta­bi­lizza: è una lavo­ra­trice che si fa sfrut­tare fino in fondo. Piega la testa, ed è brava: per­ciò, a un certo punto il lavoro a tempo inde­ter­mi­nato arriva. Il mirag­gio diviene realtà. E que­sto le fa cre­dere che può, come suo fra­tello, com­prare un pic­colo appar­ta­mento, con un mutuo trentennale.

Ma fa fatica, troppa fatica, i costi aumen­tano mese dopo mese, le utenze, le spese con­do­mi­niali, il cibo, i deter­sivi, e il suo com­pa­gno che ha messo su un’attività nel momento sba­gliato, con la crisi galop­pante, non ce la fa ad aiu­tarla. Anzi: chiede un fido ban­ca­rio, e le rate stroz­zano lui e lei, che intanto vende gli ogget­tini d’oro, salta il pasto di mez­zodì e usa i buoni pasto della ditta per fare la spesa a fine set­ti­mana. In casa i pranzi sono ridotti a fari­na­cei, patate e, di rado, pro­teine, a cui prov­ve­dono per­lo­più i geni­tori nei pasti dome­ni­cali, quando i due “gio­vani” (ormai entrambi sui 40) ritor­nano nelle dimore di nascita; le mamme li prov­ve­dono con ciba­rie, olio, caffè.

Una vita di stenti. E lei sa di doversi con­si­de­rare “for­tu­nata” con i suoi circa 1.100 euro men­sili, anche se alla quarta set­ti­mana non rie­sce ad arri­vare, e cerca occu­pa­zioni per arro­ton­dare. Va a fare le puli­zie in una dimora pri­vata dopo l’ufficio un paio di volte alla settimana.

Intanto, la crisi ha col­pito il fra­tello mag­giore: la ditta ha perso mese dopo mese, le com­messe in pre­ce­denza nume­rose. E un anno e mezzo fa ha chiuso. Era una pic­cola, ma fio­rente azienda. Kaputt. Il geo­me­tra qua­ran­tenne viene messo con gli altri dipen­denti in cassa inte­gra­zione: finita la cassa, comin­cia a cer­care. Prima fa il giro dei can­tieri, poi manda cur­ri­cula alle ditte edili: non riceve rispo­ste. Quando gliene danno sono scon­so­late e sconfortanti.



Spul­cia gli annunci sui gior­nali: ma set­ti­mana dopo set­ti­mana allarga il rag­gio della sua ricerca. Cerca qua­lun­que cosa. Va a sca­ri­care frutta ai mer­cati gene­rali, quando capita. E con­ti­nua a salir l’altrui scale. A bus­sare a porte che riman­gono osti­na­ta­mente chiuse. I geni­tori con­di­vi­dono le amba­sce del figlio, e le dif­fi­coltà della figlia. Sono impo­tenti. E pro­ba­bil­mente il padre pensa che suo figlio che era la prova del miglio­ra­mento della con­di­zione fami­liare, ora testi­mo­nia un fal­li­mento, una scon­fitta. Ma arriva infine la buona noti­zia: forse il figlio sarà “preso”, ossia assunto. In una ditta metal­mec­ca­nica. Come ope­raio sem­plice, mano­vale. Ma avrà un sala­rio. Basso, poco più di 900 euro trat­tan­dosi di un primo impiego, ma pur sem­pre un salario.

Infine, non sarà super­fluo aggiun­gere che que­sto posto, se sarà dav­vero con­fer­mato, è stato otte­nuto solo gra­zie al fatto che all’Ufficio del per­so­nale della ditta c’è qual­cuno che è amico di un amico che è amico di…Insomma, anche per essere assunti, come ope­raio gene­rico, in una grande azienda del Nord, occorre una raccomandazione.

Ma que­sto è solo un det­ta­glio: siamo pur sem­pre in Ita­lia. Quello che conta è la forza sim­bo­lica di que­sta pic­cola sto­ria, una come tante. Sen­tiamo par­lare di “cam­bio di passo”, di mobi­lità, di riforme, di moder­nità, di ascen­sore sociale, della gene­ra­zione di Tele­maco che sosti­tui­sce quella di Ulisse (che scioc­chezza, Renzi!): ebbene, l’ascensore quando fun­ziona, va in discesa.


il manifesto - 10 Luglio 2014