TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 5 luglio 2014

Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri



«Un amore partigiano», il libro di Mirella Serri che racconta la storia oscura di Gianna e Neri, uccisi dai loro stessi compagni e scomparsi nel nulla.

Angelo Mastrandrea

Una militanza fatale




Quella di Gianna e Neri è una sto­ria oscura della Resi­stenza. La rico­stru­zione appas­sio­nata che ne fa Mirella Serri (Un amore par­ti­giano, Lon­ga­nesi, pp. 217, euro 16,50) con­se­gna al let­tore un’empatia forte con i due pro­ta­go­ni­sti: lei, all’anagrafe Giu­sep­pina Tuissi, che diventa par­ti­giana dopo che i fasci­sti ucci­dono il fidan­zato, tor­tu­rata a sua volta in una pri­gione di Salò, addetta all’inventario del cosid­detto «oro di Dongo» seque­strato ai gerar­chi, accom­pa­gna­trice di Cla­retta Petacci nel suo ultimo viag­gio (e l’amante di Mus­so­lini viene dipinta come una donna anti­se­mita, ambi­ziosa e priva di scu­poli, smon­tando ogni ste­reo­tipo asso­lu­to­rio); lui, vero nome Luigi Canali, a capo della Bri­gata Gari­baldi che arre­stò il Duce, secondo qual­cuno l’uomo che diede il colpo di gra­zia al gran capo del fasci­smo (ma per le cro­na­che l’esecutore mate­riale fu un altro par­ti­giano, Wal­ter Audi­sio, che a più riprese ha rac­con­tato come avvenne l’esecuzione).

L’autrice ne sposa la causa e ade­ri­sce all’idea che tra i due ci fosse più che una comu­nanza poli­tica, un’ipotesi suf­fra­gata dalle parole della vedova di Canali quando, nel 2002, il Comune di Como ha inau­gu­rato una sca­li­nata inti­to­lata ai due com­bat­tenti per la Libe­ra­zione dal nazi­fa­sci­smo: «Per quel che mi riguarda, Gianna è la donna che mi ha por­tato via un marito che mi amava».

Giuseppina Tuissi (Gianna)























Ma è soprat­tutto una sto­ria dal tra­gico finale, che rac­conta delle opa­cità e delle durezze di quell’ultima fase della guerra par­ti­giana e soprat­tutto di quei mesi di inter­re­gno seguiti al 25 aprile del ’45.

Ne scrisse sul mani­fe­sto Ros­sana Ros­sanda, nel 1985, ben prima che due let­tere del Pre­si­dente della Repub­blica Carlo Aze­glio Ciampi e poi Wal­ter Vel­troni da segre­ta­rio dei Ds arri­vas­sero a chiu­dere una ferita rima­sta aperta per settant’anni: «Mi sfi­la­vano davanti le imma­gini dei com­pa­gni uccisi… Que­sto ricordo, vivo come i colori freddi d’una gior­nata d’aprile del Nord, e quello imme­dia­ta­mente suc­ces­sivo del Neri e della Gianna, uccisi dai loro, dai miei com­pa­gni per una sto­ria oscura e della quale mi si avvertì ener­gi­ca­mente che non mi dovevo occu­pare, fece sì che non mi è riu­scito di dire ‘Ai bei tempi della resi­stenza’».

Ros­sanda ha ripreso la vicenda nella più recente auto­bio­gra­fia La ragazza del secolo scorso. Rac­conta di quel «coman­dante favo­loso» e di «una ragazza spe­ri­co­lata», della loro con­danna e della fuci­la­zione, non crede al col­le­ga­mento con la scom­parsa dell’oro di Dongo, come pure Mirella Serri, e scrive che «nel 1945 nulla di quella sto­ria mi con­vinse. Ma non mi venne in mente di abban­do­nare. Non me ne vanto, non me ne pento».

Luigi Canali  (Neri)


















Come mori­rono Gianna e Neri? E per mano di chi? Fu una vicenda «locale», un rego­la­mento di conti all’interno delle bande par­ti­giane coma­sche o la gra­vità dei fatti non con­sente di archi­viarla come tale? Erano «tra­di­tori», come aveva deciso il Tri­bu­nale della Resi­stenza dira­mando ai Gap l’ordine di ucci­derli, oppure no, come ave­vano pen­sato da subito i com­pa­gni del Neri, riac­co­glien­dolo nella loro bri­gata dopo la fuga dal car­cere? Soprat­tutto, per­ché dare ese­cu­zione a una sen­tenza di morte quando tutto era ormai finito? «A Milano doman­dai un’inchiesta. Urtai con­tro un muro. Tutti coloro che la chie­sero urta­rono con­tro un muro. Forse non si volle ammet­tere l’errore, forse lo si com­prese ine­scu­sa­bile», scrive Ros­sanda.

Mirella Serri aggiunge qual­che sospetto in più, lasciando intrav­ve­dere delle riva­lità pre­e­si­stenti: chi fece la sof­fiata che fece arre­stare entrambi a Lez­zeno, sul lago di Como? L’ipotesi è che il coman­dante Neri, comu­ni­sta, fosse inviso ad alcuni per­so­naggi della Resi­stenza comu­ni­sta coma­sca, in pri­mis Dante Gor­reri, ex Ardito del popolo, col­la­bo­ra­tore di Guido Picelli nella resi­stenza anti­fa­sci­sta di Parma nel 1922, segre­ta­rio del Pci di Como, dopo la guerra com­po­nente dell’Assemblea Costi­tuente, poi arre­stato con l’accusa di essere il man­dante degli omi­cidi di Gianna e Neri, scar­ce­rato nel 1953 per­ché eletto depu­tato per il Pci e infine amni­stiato. E poi a Pie­tro Ver­gani, anch’egli sena­tore nel dopo­guerra e poi amni­stiato, che da coman­dante delle Bri­gate Gari­baldi della Lom­bar­dia aveva fatto sospen­dere la con­danna a morte dei due par­ti­giani.

L’accusa nei con­fronti di Neri, poi smen­tita dai fatti, fu quella di essere una «spia» del nemico, fatto fug­gire dal car­cere per arre­stare i com­pa­gni. La par­ti­giana Gianna, anch’ella comu­ni­sta, fu invece sospet­tata di aver par­lato, sotto tor­tura, rive­lando gli indi­rizzi di alcune basi par­ti­giane e pro­vo­cando diversi arre­sti. Fu uccisa e get­tata nel lago il 22 giu­gno del 1945, giorno del suo ven­ti­due­simo com­pleanno, pro­ba­bil­mente per­ché non si era arresa alla scom­parsa nel nulla di Luigi Canali, avve­nuta il 7 mag­gio. I loro corpi non saranno mai ritrovati.


il manifesto - 3 Luglio 2014