TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 2 agosto 2014

Curtes e vie templari fra le Langhe e il mare di Liguria



Come cambia il paesaggio agricolo e sociale fra la caduta dell'impero romano e l'alto medioevo tra Langhe e Liguria. Prima parte di uno studio di Guido Araldo.

Guido Araldo

Curtes e vie templari fra le Langhe e il mare di Liguria

La parola “curtis” deriva probabilmente da latino altomedioevale: un insieme di edifici, protetti da palizzate se non da mura, collocati attorno ad una corte, un cortile, probabilmente dotato di una torre difensiva e d’avvistamento. E quella corte era il fulcro dell’economia “curtense”.

La “curtis” costituì il secolare passaggio dalla villa tardo imperiale romana, fortificata nel corso delle invasioni barbariche, al feudo medioevale. Un lento processo storico aveva portato le ville romane, già in epoca imperiale, ad organizzarsi in vasti latifondi: un processo favorito dall’eccessiva pressione fiscale dell’Impero, poiché molti liberi contadini finirono di trasformarsi in “coloni” di grandi signori, rinunciando alla loro libertà in favore di una protezione e di una sicurezza, con la garanzia di un usufrutto per loro e i loro figli.

Usufrutto che, nel giro di un paio di generazioni, andava ovviamente ad esaurirsi a favore del “dominus”. Un processo quasi ineluttabile, favorito, con l’esaurirsi della spinta espansionistica dell’Impero Romano, dalla penuria di schiavi, progressivamente sostituiti da “coloni”; ma anche artigiani e commercianti, che tendevano abbandonare le città in crisi, soprattutto nel tardo impero, finirono per seguire l’esempio dei “coloni”.

In tal modo si vennero a formare progressivamente le “ville rustiche” che non erano più eleganti residenze patronali e grandi fattorie, ma popolosi ricetti, caratterizzate da un’economia di sussistenza, sempre meno integrata con le città che andavano spopolandosi. Isole in un mondo in progressivo e inarrestabile degrado.

Sorsero allora quelle entità territoriali in Occitania, in Borgogna, in Italia Settentrionale, nell’Elvezia, nella Germania a Ponente del Reno e a Sud del Danubio, fortemente parcellizzate, che in epoca carolingia divennero curtis, poi feudi, quindi comunità progressivamente dotate di autonomi statuti e infine comuni.

Così, per l’area presa in considerazione, fu per Saliceto, Cengio, la Rocchetta di Cengio, Montezemolo, Rocca delle Vigne (ora Roccavignale), Camerana, Mombarcaro, Santa Giulia, Brovida, Carretto, Dego, Cairo, Altesino (poi Scaletta), Saleggio (poi Castelletto Uzzone), Torre Uzzone, Gorrino, Pezzolo, Bergolo, Levice, Gorzegno, Prunetto, Monesiglio, Cortemilia…



La nuova realtà delle “ville rustiche” fu una necessità apportata non soltanto dallo spopolamento delle città, ormai incapaci a effettuare un reale controllo sui loro contadi, ma dal mondo che andava radicalmente e ineluttabilmente trasformandosi: da latino a germanico. Ovviamente, lentamente, nello sfacelo generale, con il collasso delle comunicazioni e del sistema monetario, l’antica “classe latifondista latina” fu in gran parte sostituita da una nuova “classe latifondista barbarica” di “arimanni” (uomini liberi), che giuravano fedeltà ai loro duchi, poi vescovi conti, visconti e marchesi, e ottenevano in cambio l’usufrutto delle “curtes”.

Ma nelle Langhe, nel basso Piemonte, nella Liguria Occidentale, dopo il grande sconquasso delle ultime invasioni, le più devastanti: ungara e saracena, che resero queste terre “desertis locis”, si assistette a uno sviluppo peculiare: ai marchesi del Vasto discendenti dal mitico Aleramo fu riconosciuto il possesso allodiale di un vastissimo territorio agricolo silvano; mentre sparute città, poco più che villaggi, restarono sotto il controllo dei vescovi conti insieme ai loro immediati contadi: Acqui, Alba, Asti, Albenga, ad eccezione di Savona. Il vescovado di Auriate frattanto era scomparso, accorpato a quello di Asti: fattore che permise a questa città di risorgere prima delle altre dal “torpore” dell’Alto Medioevo vantando una vasta giurisdizione.

Il possesso allodiale necessita ovviamente di un chiarimento: si tratta di una parola di origine germanica allod, latinizzata in allodium, che indica la piena proprietà di beni e terre; ben diversa dal beneficium, essenza della stragrande maggioranza dei feudi imperiali, che era invece una concessione in usufrutto, basato su un solenne giuramento di fedeltà: il vassallatico.

Fin dall’inizio l’allodium passava in eredità tra padre e figlio e i beni allodiali erano divisibili tra gli eredi; mentre il beneficium, quando anch’esso divenne ereditario (la consitutio de feudis del 28 maggio 1037 di Corrado II il salico, lo rese ereditario anche ai feudatari minori), non era scorporabile tra gli eredi. E questa diversità, nei secoli, fece la differenza; poiché determinò una parcellizzazione progressiva del territorio, fatale a queste dinastie di “diritto longobardo”. Proprio per l’allodium i marchesi di origine aleramica si sentivano superiori ai conti Savoia, anche allorché divennero duchi, poiché questi ultimi godevano soltanto del beneficium; infatti proprio l’allodium attestava l’origine più antica della loro nobiltà, probabilmente longobarda, se non romana, e non franca!

continua