TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 agosto 2014

Figlio del popolo: Deng Xiaoping e il supercapitalismo cinese



La suporpotenza cinese celebra i 110 anni della nascita di Deng Xiaoping. Fu lui ad aprire il paese alle riforme, ai capitali esteri e a decidere la repressione sulla Tiananmen nel 1989. Creò un inedito: un grande mercato capitalista liberista e selvaggio senza gli impacci della democrazia borghese.

Simone Pieranni

Deng Xiaoping: il figlio del popolo cinese



«Sono il figlio del popolo cinese e amo pro­fon­da­mente il mio Paese». È una delle tante «frasi cele­bri» del «pic­colo timo­niere» Deng Xiao­ping, scelta dal Quo­ti­diano del Popolo per cele­brare i 110 anni della sua nascita (22 ago­sto 1904). Le ori­gini di Deng sono state trat­teg­giate dal suo erede attuale, Xi Jin­ping: «110 anni fa, il com­pa­gno Deng Xiao­ping è nato a Guang’an, nella pro­vin­cia del Sichuan (nel cen­tro sud del paese ndr), quando la Cina era nel buio della società feu­dale, in preda all’oppressione e al bul­li­smo delle potenze imperialiste».

Il ricordo di Deng, la sua vita, si con­fon­dono con la sto­ria attuale del paese. Un per­corso e le deci­sioni capace di tra­ghet­tare la Cina da una con­di­zione di arre­tra­tezza a ad una moderna potenza mon­diale. Un lascito com­plesso, con­trad­dit­to­rio, seb­bene la reto­rica del Par­tito, ad ogni anni­ver­sa­rio, si trovi con­corde nel ricordo. È il padre del «socia­li­smo con carat­te­ri­sti­che cinesi» (Zhong­guó­tèsè shè­huì­z­huyì)e al con­tra­rio di Mao, che lo stesso Deng pose in una sorta di ripo­sti­glio sto­rico, il giu­di­zio poli­tico su di lui da parte del Par­tito è una­nime. Anche per­ché ammet­tere il suo più grande torto sto­rico, signi­fi­che­rebbe porre in crisi l’intero domi­nio del Par­tito. Al di là — infatti — dei suoi meriti (tra cui il recu­pero di Hong Kong) e delle pecu­lia­rità del suo potere, Deng è stato anche l’artefice dell’evento più tra­gico degli ultimi anni di sto­ria del Paese.















Fu lui a deci­dere per la mano dura nel 1989. Fu un Deng Xiao­ping ormai vec­chio ma ancora inten­zio­nato a diri­gere i fili della poli­tica nazio­nale, a ordi­nare ai tank dell’esercito di sba­raz­zarsi degli stu­denti che da giorni pre­si­dia­vano la piazza Tia­nan­men, sbef­feg­giando il potere e met­tendo a rischio le Riforme. Signi­ficò ucci­dere cen­ti­naia, forse migliaia, di per­sone, ponendo però poli­ti­ca­mente il Par­tito al suo posto: al cen­tro della vita poli­tica, eco­no­mica e sociale del paese. Una meta cen­tra­lità — «Zhong guo», Cina, signi­fica pro­prio «terra di mezzo» — che per­mise al Par­tito di supe­rare una crisi pericolosa.

Del resto l’attuale Cina vive di quel patto di allora, trat­teg­giato da un uomo capace di uscire dal deli­rio della Rivo­lu­zione cul­tu­rale quasi da mar­tire (subì suc­ces­sive epu­ra­zioni). «Arric­chi­tevi (dive­nuto improv­vi­sa­mente un atto «glo­rioso», come spe­ci­ficò Deng), e al resto pen­siamo noi», que­sto l’accordo taci­ta­mente accolto dalla popo­la­zione. «Ci pen­siamo noi», signi­fi­cava il Par­tito e nello spe­ci­fico — almeno fino all’anno della sua morte, nel 1997 — lui: Deng Xiaoping.

Il 20 ago­sto – nell’ambito delle cele­bra­zioni –Xi Jin­ping lo ha cele­brato, come un «lea­der ecce­zio­nale, un grande mar­xi­sta, un grande rivo­lu­zio­na­rio pro­le­ta­rio, sta­ti­sta, stra­tega mili­tare e diplo­ma­tico, un pro­vato com­bat­tente comu­ni­sta, archi­tetto della riforma socia­li­sta della Cina, dell’apertura e della moder­niz­za­zione, pio­niere del socia­li­smo con carat­te­ri­sti­che cinesi».

Shanghai, vetrina del "socialismo alla cinese"

















E non è un caso che Xi Jin­ping, l’attuale pre­si­dente, si sia speso con parole acco­rate e attente, come del resto fece Hu Jin­tao durante le cele­bra­zioni del cen­te­na­rio. Ma le parole di Xi rien­trano in un dibat­tito in corso nel paese, nel ten­ta­tivo di capire che Pre­si­dente sia e quale sia il suo approc­cio alla poli­tica e all’economia. Ci si chiede infatti, in Cina e non solo, se Xi Jin­ping sia più «maoi­sta» o «den­ghiano». Secondo alcuni la sua stretta ideo­lo­gica — con­so­li­data nel primo anno e mezzo e riba­dita negli ultimi mesi — ricor­de­rebbe più Mao; secondo altri la sua lotta con­tro la cor­ru­zione per uno «Stato di diritto», o quanto meno qual­cosa che ci si avvi­cini, e la sua spinta alle riforme eco­no­mi­che, ricor­de­reb­bero di più l’azione di Deng.

Il fatto è che pro­prio Deng, pur defi­nendo e rac­chiu­dendo l’operato di Mao in un 70 per­cento «buono» e in un 30 per­cento «nega­tivo» (allu­dendo al balzo in avanti e alla rivo­lu­zione cul­tu­rale), fu maoi­sta tanto quanto il «Grande Timo­niere». E così pare Xi Jinping.

Per «maoi­sta», in que­sto caso, inten­diamo pro­prio l’attenzione alla cen­tra­lità del Par­tito. Di fatto, l’idea di lan­ciare i tank con­tro gli stu­denti, fu pro­prio l’estremo ten­ta­tivo di sal­vare il Par­tito. E quella siste­ma­zione e riso­lu­zione del luan, del caos, è un ele­mento che ancora oggi viene ricor­dato dai cinesi con estrema feli­cità. Può appa­rire bru­tale, ma a parte una spa­ruta mino­ranza, Deng ancora oggi viene con­si­de­rato una sorta di sal­va­tore della patria. Deng Xiao­ping dun­que viene cele­brato dai libe­rali che salu­tano con entu­siamo e rin­gra­ziano le sue «Riforme»; un pro­cesso gigan­te­sco che ha finito per lace­rare social­mente un paese allora allo sbando. Lo cele­brano i comu­ni­sti, per­ché Deng – in fin dei conti – ha per­messo al Par­tito di godere, al mas­simo, pro­prio di quelle riforme. Cinico («non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che cat­turi il topo»), prag­ma­tico («è neces­sa­rio attra­ver­sare il fiume cal­pe­stando le pie­tre»), è stato l’artefice della rivo­lu­zione eco­no­mica del paese, aprendo la Cina all’esterno, dopo anni di chiu­sura e auti­smo poli­tico e sociale.



Cele­bri a que­sto pro­po­sito i suoi viaggi negli Stati uniti, dove si fece anche foto­gra­fare con cap­pello da cow boy ad un rodeo. Le sue aper­ture, natu­ral­mente, furono «alla cinese»: fu sem­pre dif­fi­dente e com­ple­ta­mente immerso in quella cul­tura nazio­nale che vuole il cinese guar­dingo e alla ricerca solo di quanto serve. Un atteg­gia­mento che si riscon­tra ancora oggi, almeno in poli­tica internazionale.

Il «socia­li­smo con carat­te­ri­sti­che cinesi», è una sua tro­vata, un esca­mo­tage lin­gui­stico, un modo per dimo­strare che la Cina uti­lizza la sto­ria come la clas­sica cas­setta degli attrezzi, uti­liz­zando di volta in volta quanto più con­sono alle pro­prie «caratteristiche».

Non è tanto un metodo, qual­cosa di orga­nico, quanto un indi­rizzo, qual­cosa capace di dimo­strare la pos­si­bi­lità di far con­vi­vere ele­menti in appa­renza con­tra­stanti. La sua aprima bat­ta­gli fu poli­tica e ideo­lo­gica, con­tro l’ala più dura e radi­cale del Par­tito e con­tro la teo­ria dei «due qual­siasi», por­tata avanti dall’allora primo suc­ces­sore di Mao, Hua Guo­feng. Era la teo­ria che giu­sti­fi­cava «qual­siasi» deci­sione poli­tica fosse stata presa da Mao. «In un discorso del 24 mag­gio 1977 — come ricorda Marina Miranda in Mondo Cinese, in occa­sione dei cento anni dalla morte di Deng — appel­lan­dosi a un cor­retto uso delle cate­go­rie del mate­ria­li­smo sto­rico, Deng sostenne che quanto Mao aveva affer­mato a pro­po­sito di una par­ti­co­lare que­stione non poteva essere appli­cato mec­ca­ni­ca­mente a un altro pro­blema senza tener conto del dif­fe­rente contesto».

Dopo, riba­dendo l’importanza di «cer­care la verità nei fatti», si diede anima e corpo allo svi­luppo eco­no­mico, sfi­gu­rando la «poli­tica», tra­sfor­mata in «eco­no­mia». Un pas­sag­gio defi­ni­ti­va­mente con­sa­crato dal suo suc­ces­sore Jiang Zemin, con la teo­ria delle «tre rap­pre­sen­ta­ti­vità». Ed ecco «l’attualità» mon­diale, ver­rebbe da dire, di Deng: ridurre la com­ples­sità poli­tica, ad una mera que­stione economica.


Il Manifesto – 22 agosto 2014