TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 agosto 2014

Il guardiano del faro



Vento di Levante, pioggia e cipolle nel faro inizia il “viaggio immobile”

Paolo Rumiz

 Il guardiano del faro


Leggo dagli appunti. Ancora Levante duro e pioggia. Le imposte sono accostate, ma lo stesso i vetri sono incrostati di sale. Mi torna in mente di quando traversai a piedi le coste del Pembrokeshire, nel Sudovest dell’Inghilterra. Un posto dove puoi nuotare con le foche, sempre se hai voglia di scendere per i faraglioni e resisti alla temperatura dell’acqua. Le femmine sono curiose e si avvicinano, specie se canti. Io fischiavo Mull of Kintyre e loro venivano. Anche a Saint David’s Head c’era un faro tremendo. Ma dietro al faro c’era il paese, e nel paese un pub con birra buona, di quelli che entri con un colpo di vento e gli avventori si girano per capire chi sei mentre chiudi la porta in faccia alla tempesta. Qui non hai né paesi né pub né birra: siamo solo in tre con le nostre provviste.

In fondo al corridoio l’appartamento del fanalista-capo ha la porta aperta, vedo la cucina, c’è la radio accesa ma non c’è nessuno. Musica anche al piano di sotto, nel magazzino attrezzi. I custodi dei fari hanno sempre un milione di cose da fare e non amano il silenzio. Devono pensare che sono matto a esiliarmi così, per scelta. Accendo la radiolina a onde corte, la stessa che avevo nei Balcani nei giorni dell’ultima guerra. Mi accompagna da trent’anni. Intercetto parole irate in arabo, forse è un’emittente libica. Ma poi ecco i Greci, con quel loro concionare impaziente, come raffiche di mitraglia. Distinguo molte parole di questa lingua nodosa e superba. Una fra tutte: “Pandemonio”.

Sembra riassumere questo Mediterraneo senza pace, che ci scappa di mano. Cerco ancora e trovo un giornale-radio croato, pubblicità italiana di una marca di scarpe, e poi ancora Francia e Catalogna.

Sono le otto e ho già fame, sono bastate 24 ore a mutarmi. Butterei ai pesci la roba dietetica e il thè verde che mi son portato dietro, per farmi qualche sarda alla brace, un bicchiere di malvasia e un buon caffè di cuccuma con uno di quei pani grandi e rotondi che trovi nel Sud Italia e hanno dentro il profumo del grano appena mietuto. E poi, perché no, una cipolla fresca da mordere. Ce ne devono essere nell’isola, almeno così mi ha detto il Capitano ieri sera, mettendomi sul tavolo con noncuranza un bel mazzo di asparagi selvatici appena raccolti, «da mangiare crudi, mi raccomando».



Metto a tostare un po’ di mandorle, addento un pezzo di cioccolata, riordino la cucina, sistemo i libri, così tanto per tenere su il morale e non cedere all’abbrutimento. Il viaggio immobile è il più difficile di tutti, perché non hai scampo, sei solo con te stesso, in preda alle visioni, e lasciarsi andare è facile, quasi naturale. Ma perché diavolo sono venuto qui, proprio qui, in un dei posti più complicati del Mediterraneo, un’isola che ci vogliono due giorni e mezzo per arrivare?

Era tanto che cercavo un posto così. È nel sogno di tutti in fondo. «Un faro! Che meraviglia, che invidia», mi dicevano tutti all’annuncio della partenza. Ma a questo, proprio questo faro, a strapiombo sul nulla, non ci sarei mai arrivato da solo. La colpa, si fa per dire, è di uno dei più raffinati skipper del Mediterraneo, un amico triestino di nome Pietro e di cognome Tassinari, uno che stando al timone ti recita l’Odissea a memoria, si orienta con le stelle e viaggia con portolani vecchi di un secolo. Di lui mi fido ciecamente, e così gli ho chiesto quale fosse il più pazzesco dei fari di sua conoscenza.

Riporto la sua risposta scritta. «Ci sono passato vicino una sera di maggio, con sei-sette nodi spinti dal Maestrale e una mano di terzaroli. Eravamo a Sud dell’isola, col tramonto più bello che abbia mai visto. Ne vedevi solo la silhouette blu, con la luce del faro alta sulla cima. Sembrava un castello incantato, faceva paura tanto era bella. Eravamo in quattro, come bambini, non riuscivamo neppure a parlare, e siamo tornati normali solo dopo la mezzanotte, quando il vento ha girato da Sudovest, caldo e attaccaticcio, e abbiamo incrociato alcune petroliere. Ho sempre sognato di andarci, però lì non c’è assolutamente nulla e in aprile maggio rischi di restare bloccato a terra o sull’isola. Cerca luoghi più accessibili». Mi sconsigliava, il Piero, forse per mettermi alla prova. E difatti quando gli comunicai la decisione, esultò.



Ma forse dovevo la scelta anche a un grande narratore di mare, Antonio Mallardi da Bari. Difficilmente conoscerò un’anima più omerica della sua. Pescatore, contadino, violoncellista, consulente editoriale, aveva inseguito dentici e murene dalle Tremiti alle Jonie e oltre ancora, fino al mare infuocato di Haifa. Con Fosco Maraini aveva circumnavigato Itaca sott’acqua, una settimana a caccia di pesce di scoglio, con una barca d’appoggio. Antonio mi manda ogni tanto a sorpresa lettere dattiloscritte dense di dettagli preziosi, e sono fogli sfolgoranti di indignazione per l’arroganza e le ladrerie del tempo presente, ma anche profumati di fichi d’india e salsedine, di vento e di mito. E la mia isola, mi disse un giorno, tanto tempo fa non ricordo, era un posto giusto per ubriacarsi di vento e di mito.

Eolo rinforza, ma non piove più e il cielo si riempie di luce. In pochi minuti passa dalla Cornovaglia all’Egeo, e il Levante si mostra in tutta la sua magnificenza. E’ «un vento carico di luce e riflessi, che ravviva il mare di onde frequenti e ricche di schiuma, che riempie di colore le nostre scogliere, che porta i semi di mirto e di rosmarino, che matura i fichi d’India e l’uva, e insanguina di papaveri i campi di grano, che cuoce la fronte e la nuca dei pescatori, che feconda il mare di nuovi pesci... il vento della nostra civiltà antichissima, su cui si aprirono le vele di Ulisse e Diomede, soffia sempre su di noi, anche se sono passati i millenni, se la Grecia è solo rovine. Da Levante continueremo ad attingere calore e vita». Leggere il libro di Antonio in questo faro, su quest’isola e con questo vento, è decisamente un’altra cosa.


la Repubblica - 4 Agosto 2014