TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 17 agosto 2014

La Luna piena color ghiaccio sulle cime storte e l'arcipelago degli Argonauti



Continua il viaggio di Paolo Rumiz alla ricerca dei guardiani dei fari.

Paolo Rumiz

La Luna piena color ghiaccio sulle cime storte e l'arcipelago degli Argonauti

Per arrivare al più solitario dei fari, partendo dall'estremo Nord del Mediterraneo, si attraversa una steppa che pare la Mongolia, tanto è desolata e battuta dal vento. Si dice che su tale altopiano l'erba sia pettinata in una sola direzione, quella di Borea, e gli abitanti - derisi per questo dai popoli della costa - nutrano un sacro terrore del mare. Ma è solo l'inizio di un viaggio complicato, pieno di sorprese e di visioni, capace di passare da traghetti a impervie strade di montagna e durare almeno due giorni, sempre se il tempo è clemente.

Dopo le lande pastorali, il Mediterraneo riappare in fondo a un possente vallone tra i querceti, oltre il quale si intravedono le prime isole. In quell'arcipelago, si dice, approdarono gli Argonauti, e verrebbe spontaneo proseguire per quella rotta, ma sotto costa il vento picchia con tale violenza che anche i capitani più navigati preferiscono stare alla larga. La strada di terra non è meglio: vi si para davanti un monte altissimo e precipite, segnato da una strada tortuosa a picco sulle scogliere, dove le raffiche sono in grado di far rotolare in basso anche i rimorchi dei carri pesanti. Per questo tanti preferiscono allungare il viaggio e aggirare il monte per l'interno.



Per secoli, su quella cordigliera desertica, i Turchi si affacciarono per guardare dall'alto i domini di Venezia. Oggi vi abitano tribù bellicose, lunatiche e incupite da un cielo spesso coperto di nubi. Degli abitanti della costa, esse invidiano non solo gli averi ma anche il clima più mite; e così quelli che stanno in basso si rassegnano alle loro periodiche scorrerie, anche se riescono a piegare alcuni montanari al mestiere di marinai, sapendo che essi primeggeranno per durezza di fisico e carattere. Nelle sere d'estate, dal mare puoi vedere - e io l'ho vista qualche anno fa - un'enorme Luna piena color del ghiaccio uscire da quella catena infuocata, la stessa Luna che ti incanta nel deserto africano o nelle isole del Cile sorgendo dalle Ande patagoniche.

Una leggenda dice che il monte ha quel carattere temporalesco semplicemente perché "non ce l'ha fatta a diventare isola". Tutti i marinai, da quelle parti, sanno che le isole altro non sono che monti circondati dal mare. Ma sanno pure che non tutti i monti hanno avuto in regalo questa fortuna. Anch'io ho preso la strada del continente, tra picchi storti come il malaugurio e tremendi colpi di vento, miracolose conche benedette da acque risorgenti e cascate, in un roteare di falchi e continui cambi di clima, come se due cieli si dessero battaglia campale proprio in quel punto. In piena primavera, su un passo, ho trovato turbini di nevischio e foreste appena devastate da un gelicidio. Su una casa diroccata un cartello segnalava il passaggio di orsi e di lupi e il mare che pure era nascosto solo da una cresta montuosa, pareva lontano centinaia di miglia.

A quel punto la strada si perse per valli lunghe, in un arcipelago di villaggi sparsi, dentro uno scenario inquieto, quasi balcanico, o forse anatolico. Come sull'altopiano del Karaman Türkleri, vidi resti di caravanserragli e venditori di formaggio di capra fermi nel vento sul bordo di strade segnate da pochissimo traffico. Cenai con agnello allo spiedo e vino resinato. Ero su una frontiera, a due passi dai minareti, nel cuore di un mondo dalla lingua forte e densa di consonanti nervose, ma capace di addolcirsi in vicinanza del mare.

E il mare sterminato riapparve, a precipizio, dopo una gola da eremiti. Svelò altri arcipelaghi percorsi dai Greci, i Fenici, i Veneziani, e mostrò sulla costa anche i segni formidabili della dominazione romana. La città ai piedi della montagna aveva l'impianto squadrato delle legioni e degli imperatori e un grande mercato fuori le mura, dove rugose Parche vestite di nero orchestravano un mirabile vocìo che poteva benissimo essere slavo, turco, greco, ma anche veneto, in mezzo a ceste di pomidori, gabbie di polli e gatti dall'aspetto egizio.



Come sulle scogliere dei Liburni, sulle coste rocciose della Catalogna e in molti paesi della Dalmazia, anche lì le barche dei pescatori venivano parcheggiate a quote impensabili. Salendo per le calli mi accorsi di una prua in rovere che mi sovrastava da una terrazza e di una vecchia alberatura tra i fiori di un giardino pensile. Poi, da un cimitero ebraico alto sul mare, vidi davanti alla città una grande isola che portava il nome stesso di Faro, avanguardia del mio sperduto capolinea. Nel pomeriggio del Venerdì Santo, con mare tempestoso di Scirocco, un traghetto pieno di femmine mi portò molto al di là della grande isola, per sbarcarmi in un porticciolo simile alle fauci di uno squalo. Nella chiesa maggiore del paese, dove avrei pernottato, un chierico impugnò la Croce come una spada davanti a pie donne genuflesse mentre sul sagrato decine di bambini agitavano girandole di legno, come un frinire di grilli, in attesa della processione.

Quando dentro finirono bordoni e litanie, fuori cominciò il canto. Maschile, potente, in mezzo a una folla di ceri. Era Sardegna, Baleari, Grecia, mondo ebraico Sefardim: la voce stessa del Mediterraneo. La processione partì nelle strade deserte, non c'era che la processione in paese, la processione "era" il paese. Gli uomini chiamavano, le donne rispondevano e, dietro agli incensi e ai paramenti sacri, quello che contava era quel canto civico, laico, di una comunità fieramente legata alle radici. E io pensavo che chiese e fari erano abitati in fondo dagli stessi dei. Fu notte di stelle, l'ultima prima di tante tempeste, e quasi all'alba mi svegliò il profumo del pane sotto le finestre. Scesi a far merenda. Era l'ultimo negozio, l'ultimo denaro speso, l'ultima insegna colorata prima dell'isola misteriosa. Partivo con i polmoni pieni, e cantai a squarciagola tutto il viaggio - tanto nessuno poteva sentirmi con le vibrazioni del motore - mentre le isole si sfilavano a una a una come le quinte di un teatro, verso il mare aperto.

(4 - continua)


la Repubblica - 6 agosto 2014