TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 13 agosto 2014

La piccola patria del pallone elastico



Pallone elastico: sport nobile e antichissimo che ancora si pratica nelle Langhe, nell'Astigiano e nella Liguria di Ponente. Sport duro per uomini abituati a faticarsi la vita. Fonte di leggende e scommesse. Qualcuno ci si è mangiato terre e cascina.

Guido Araldo

Piccola patria

Si andava ad assistere alle partite di pallone elastico, ora palla a pugni, per “fare le traverse” ovvero per scommettere. Era uno spettacolo! Non tanto la partita in sé, quanto le “traverse”. L’arbitro dava il via “al gioco” quando le “traverse” erano finite, l’equivalente del “rien ne va plus” al casinò.

Lo sferisterio più bello era quello di Cuneo, in centro città, dove c’è tuttora, quasi un residuo archeologico, nonostante i tentativi dei palazzinari di turno per sloggiarlo e costruirci un bel caseggiato di sette e più piani. Lo sferisterio più importante, più spettacolare, era il mitico “Mermet” di Alba, all’epoca cuore pulsante della città, costruito nel lontano 1857 quando questa brutta Italia non c’era ancora. E ad Alba, ‘nÄrba come dicevamo noi, le “traverse” erano dieci, cento volte superiori a quelle di Cuneo. Due città, due mondi diversi: langhetto uno, montanino l’altro.



Faceva sempre ridere, a proposito di ‘nÄrba, la storiella del ragazzotto di Langa che si era presentato a un esame per un avanzamento di grado in chissà quale mansione, forse in ambito militare: alla domanda di geografia “Mi dica il nome di tre città italiane che cominciano con N” aveva risposto con grande sicurezza “’nÄrba,’nÄsct e ‘nÄcq”.

C’erano campioni che aspettavano un cenno o un gesto del complice, confuso tra la folla, come soffiarsi il naso o pettinarsi, per “prendere” o “mollare” il gioco: u-zô, come si diceva al mio paese, “ër giögh” per i Cuneesi. Altre partite, altrettanto spettacolari e interessanti, si tenevano nello sferisterio di Imperia; ma i Liguri, ovviamente, scommettevano molto meno dei “Lumbard” al di là del giogo. Si badi bene: “lumbard” e non piemontesi; come se la storia si fosse fermata al Rinascimento.

Il pallone elastico era un po’ lo sport nazionale di una nostra piccola patria che aveva per vertici le città d’Imperia, Côni, ‘nÄrba e Finale. Un mondo a sé stante, diverso dal resto d’Italia, che era quasi una terra straniera, almeno per me e anche per i miei amici. Una piccola patria che, a ben considerare, aveva per confini la Stura, il Tanaro, Nizza della Paglia, la Bormida di Spigno, l’isola di Bergeggi e la Valle Argentina…



Si partiva da Saliceto in auto affollate e a comandare erano i vecchi, i “veci”: partita e dopo partita! Il “dopo partita” consisteva in una bella abbuffata tardiva a base di specialità locali, indipendentemente dall’esito delle “traverse”.

Se qualcuno era rimasto all’asciutto per colpa delle “traverse”, era nostro dovere offrirgli la cena anche se io, francamente, non ero d’accordo e non per tirchieria: in tal modo, infatti, veniva premiata la sua imprevidenza!

Conoscevamo tutte le trattorie prossime allo sferisterio: le migliori, soprattutto per il rapporto “qualità – prezzo”. E nessuna bottiglia d’acqua, che fa “vni ra rizu a-u sctomi” (che arrugginisce lo stomaco) sul tavolo! Guai soltanto a farne cenno! Si preferiva la Barbera, al Dolcetto, forse perché quest’ultimo era il nostro vino quotidiano.

A dirla tutta, però, la Barbera era ben più corposa e possente, e ben si addiceva in simile serate, a quei pasti “da Alpini” dove “ër raviore är plen, ‘n t’ër ven” erano le più ambite. Graditissime erano anche i’arbiore cui satarigni (le formaggette con i vermi), ora proibite, oppure il potentissimo bruz. Gli antipasti tipici erano i’anciùve är verd e i’anvairô ‘n cumposta (i funghi porcini sott’olio)…

Per quanto mi riguardava, considerato lo stato di disagio perenne del mio portafoglio, ero avulso alle scommesse, come lo sono tuttora; ma il gioco del pallone elastico era l’unico ad appassionarmi, molto più del calcio e soprattutto mi affascinava l’ambiente, sia geografico che umano. Ancora oggi reputo la “palla a pugni” l’autentico, unico vero sport!

Per la verità, non c’era soltanto il “dopopartita”, ma il “dopocena” che consisteva nell’andare a “vedere le picye”: uno spettacolo supplementare che, ad essere sincero, mi eccitava; anche se, lo giuro, quel vagare in auto era per me inconcludente e si limitava a puro spettacolo, meglio del cinema, niente di più.



Bastava che imbucassimo il rettilineo della “Vaccheria” o c’inoltrassimo nelle viuzze del centro storico di Cuneo, dove le “picyasse” erano in vetrina, che i“veci” cominciavano ad inveire, quasi in una litania, contro quella bigotta-stronza della Merlin, che aveva fatto chiudere i casini. Sempre auspicavano che il Buon Dio l’avesse sprofondata nel più cupo inferno, per il danno arrecato all’umanità.

Per alcuni della combriccola, assai più concreti e meno timidi, schizzinosi e timorosi di me, la bella serata non sarebbe stata tale se, dopo aver riempito la pancia, non si fosse provveduto a scaricare “il basso ventre”, “traverse” permettendo. Ovviamente, in questo caso, non era ipotizzabile alcun sodalizio! Peraltro un “aiuto” che non avrei tollerato…

L’erotomane del gruppo, un quarantenne blaterone e scapolo che in fabbrica, a “Cengio”, svolgeva lavori pesanti e perniciosi, noti come “i penosi”, le ambiva caserecce, stagionate e, soprattutto, polpose. Per questo motivo considerava la “piccola Amsterdam” di Cuneo, dove simili meretrici abbondavano, un residuo di paradiso terrestre.

All’epoca l’etilometro era ignoto. Altrimenti, se ci avessero fermati per strada, per un controllo, ci avrebbero “cuccati” tutti; me incluso, anche se ero parco nel bere e, infatti, soltanto una volta mi sono ubriacato, all’età di diciotto anni, per l’amore inconfessato di Adalgisa, che mi faceva battere forte il cuore e aveva rifiutato di ballare “un lento” tra le mia braccia. Quella notte, sull’uscio di casa, dove non riuscivo ad inserire la chiave nella serratura, vomitai anche l’anima e fu la prima e ultima volta.

Una sera tarda partimmo da Alba su una Cinquecento che aveva ancora le portiere controvento: laggiù, sulle rive del Tanaro, c’era una nebbia da tagliarsi con il coltello. Chi era alla guida cristonava, azionando i tergicristalli. Il “vecio” panciuto che mi stava accanto sul sedile posteriore, dopo tutto il vino che aveva trangugiato, abbisognava di urinare, assolutamente! Per soddisfare quest’impellente esigenza ci fermammo alla Manéra, presso Benevello, prima che la strada precipitasse verso la Valle Belbo.

E lassù, in cima alla collina, c’era un magnifico cielo stellato. La nebbia dovevamo essercela lasciata alle spalle dalle parti del Gallo, dove la strada comincia a salire: erano i vetri appannati all’interno, a darci l’impressione della fitta nebbia! E viaggiavamo ai 20, 30 km. all’ora. Ecco perché tutti ci sorpassavano e noi li insultavamo, considerandoli dei pazzi a viaggiare in quel modo nella nebbia fittissima!