TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 agosto 2014

Lavorare oggi. Andrea Pomella, Una questione di qualità



Passato il fervore dei primi giorni, imparai che in posti come quello ogni storia professionale viene azzerata, che non ero più niente di ciò che ero stato nelle vite precedenti.” Un racconto sulla qualità del lavoro oggi. Da leggere.

Andrea Pomella

Una questione di qualità




Ho ini­ziato a lavo­rare per una società par­te­ci­pata all’età di tren­ta­tré anni. Prima non sapevo nep­pure cosa fosse una società par­te­ci­pata, ossia una di quelle società a cui ven­gono affi­dati in house i ser­vizi pub­blici locali. Avevo delle idee con­fuse su molte cose. Per esem­pio, cono­scevo poco i mec­ca­ni­smi che rego­lano le vite dei lavo­ra­tori subor­di­nati, impie­gati d’ordine e di con­cetto che pre­stano per tutta la vita la loro opera alle dipen­denze di aziende pub­bli­che e pri­vate senza arri­vare a capire mai, fino in fondo, a cosa serva effet­ti­va­mente il loro lavoro, la cate­go­ria sociale che Karl Ren­ner, con una lucida e spie­tata defi­ni­zione, chia­mava classe di ser­vi­zio.

Prima di diven­tare anch’io quel tipo di sti­pen­diato, mi ero logo­rato – come tanti della mia gene­ra­zione – tra impie­ghi pre­cari e mal­pa­gati e lun­ghi, spos­santi periodi senza lavoro. La disoc­cu­pa­zione, in par­ti­co­lare, dicono che fac­cia fare cose strane. Io, da disoc­cu­pato, ero arri­vato al punto di non poter più guar­dare nem­meno la tele­vi­sione, tanto ero roso dall’invidia per chiun­que avesse un lavoro. Ero depresso, ma mi dicevo: «Datemi un’occasione e vedrete che so fare». In certe infi­nite mat­tine di ore estinte mi vestivo di tutto punto con un abito gri­gio, anno­davo la cra­vatta, infi­lavo un paio di scarpe lucide e mi fer­mavo davanti allo spec­chio. A volte rima­nevo per ore a guar­darmi in quello stato, a scru­tare i miei occhi spenti, i capelli arruf­fati, le occhiaie mar­cate sul viso, a cer­care di vedere come sarei stato se in un’altra vita avessi avuto la pos­si­bi­lità di essere una per­sona nor­male con un lavoro nor­male.

Così, il giorno che mi chia­ma­rono per un col­lo­quio con il respon­sa­bile delle risorse umane di que­sta società, ero un uomo sfi­du­ciato, senza pro­spet­tive, con una rab­bia costante nei con­fronti di tutto. Ero un fan­ta­sma fermo davanti alle rotaie morte.

Il col­lo­quio andò a buon fine. Mi assun­sero e divenni per la prima volta nella mia vita un impie­gato d’ordine, il che – si capi­sce – diede una ster­zata signi­fi­ca­tiva alla mia vita.

Il primo uffi­cio a cui mi asse­gna­rono si tro­vava in un dipar­ti­mento che faceva capo all’ente pro­prie­ta­rio della mia società. L’ufficio si occu­pava per sommi capi di comu­ni­ca­zione isti­tu­zio­nale. Il respon­sa­bile delle risorse umane mi disse: «A giu­di­care dal tuo cur­ri­cu­lum credo che sia il posto giu­sto per te».

La sede di lavoro si tro­vava in un quar­tiere peri­fe­rico dove tutto sem­brava prov­vi­so­rio, i pochi negozi senza vetrine, le ser­rande di un mer­cato spa­ven­toso, l’edicola, una chiesa gri­gia e squa­drata in cemento armato, dove i cani ran­dagi scor­raz­za­vano in un par­cheg­gio per mac­chine in disuso, e dove gli anziani pas­seg­gia­vano in cerca di ombra tra le pan­chine sfon­date di un minu­scolo parco tap­pez­zato di escre­menti e di pre­ser­va­tivi. La strada fian­cheg­giava il peri­me­tro degli studi cine­ma­to­gra­fici di Cine­città. Oltre il recinto si intra­ve­deva il rove­scio di anti­che sce­no­gra­fie di film. La parte di mondo in cui ero finito, in un certo senso, era il culo dei sogni.

L’edificio che ospi­tava il dipar­ti­mento era un labi­rinto di tre piani con un cen­ti­naio di stanze in cui lavo­ra­vano quat­tro­cento dipen­denti pub­blici più una ses­san­tina di impie­gati della nostra società, con decine di cor­ri­doi dall’aspetto sini­stro, lun­ghe fughe di pavi­menti in lineo­leum, con una sequenza di porte tutte uguali su cui com­pa­ri­vano vec­chie tar­ghe a parete incise con nomi e cognomi pre­ce­duti dai titoli di dot­tore, diri­gente, diret­tore. Le stanze erano cubi sur­ri­scal­dati d’estate e gelidi d’inverno, arre­dati con scri­va­nie e armadi di gusto sovie­tico che gli impie­gati cer­ca­vano vana­mente di ingen­ti­lire con le foto dei figli.

I tre piani erano col­le­gati da due rampe di scale illu­mi­nate da una luce al neon color liquido semi­nale. All’ultimo piano c’era un pia­ne­rot­tolo con una porta che dava sul ter­razzo, la porta era sbar­rata e il pia­ne­rot­tolo veniva usato dai dipen­denti per fumare senza essere visti e senza dover uscire all’aperto nelle fredde gior­nate inver­nali.

Il mio uffi­cio si tro­vava al primo piano, accanto a un distri­bu­tore auto­ma­tico di snack, caffè e acqua mine­rale. Sul sof­fitto del cor­ri­doio c’era un grande buco. Mesi prima c’era stato un prin­ci­pio d’incendio. Ora, al posto del sof­fitto, c’era un’enorme stri­scia nera, una super­fi­cie gra­nu­losa con i segni lucidi della com­bu­stione. Era quasi bello a vedersi, sem­brava un cretto di Burri.

Tutto ciò che vedevo dalla fine­stra dell’ufficio era un viale a due cor­sie sovra­stato da una col­lina su cui spic­cava una grande costru­zione bianca e oblunga. Mi spie­ga­rono che quella costru­zione era la casa del Grande Fra­tello. Qual­cuno provò a dirmi di più, che quell’anno la gara era stata vinta da un tale che da ragaz­zino era stato seque­strato dall’anonima sarda, che in quell’edizione la casa era stata sud­di­visa in due, da una parte i nababbi, e dall’altra i tapini, e altre cose inte­res­santi. Mi dis­sero che fino a qual­che mese prima, ogni giorno, a pochi metri dall’ufficio, si ammas­sa­vano comi­tive di ado­le­scenti il cui unico pen­siero era esco­gi­tare un modo per reca­pi­tare mes­saggi d’amore ai con­cor­renti. Durante le ore di lavoro c’era un’impiegata a cui capi­tava spesso di astrarsi men­tre guar­dava la casa, sospi­rava e la con­tem­plava con la stessa feroce malin­co­nia con cui Jay Gatsby fissa la luce verde all’estremità del molo di Daisy ne Il grande Gatsby di Fitz­ge­rald. C’era qual­cosa di strug­gente in quel desi­de­rio irrea­liz­zato e irrea­liz­za­bile, in quella distanza.



Il dipar­ti­mento si occu­pava di una quan­tità varia­bile di cose sud­di­vise per ser­vizi. Cia­scun ser­vi­zio era gui­dato da un diri­gente di nomina poli­tica o con­cor­suale (il più delle volte poli­tica), gli uffici ope­ra­tivi a loro volta erano diretti da fun­zio­nari tito­lari di posi­zione orga­niz­za­tiva. È pres­so­ché impos­si­bile resti­tuire un’idea dell’esorbitante quan­tità di lavoro inu­tile che si svol­geva in cia­scun uffi­cio ope­ra­tivo. Gli uffici erano una cin­quan­tina, ognuno con il pro­prio orga­ni­gramma, la pro­pria gerar­chia, il pro­prio metodo di macel­le­ria men­tale.

Nei primi tempi ero deter­mi­nato a impa­rare la mia nuova pro­fes­sione, ad appro­fon­dirne gli aspetti stu­diando fuori dall’orario di lavoro. Chie­devo in con­ti­nua­zione delle biblio­gra­fie sul tema della comu­ni­ca­zione negli enti pub­blici, andavo in libre­ria e com­pravo muc­chi di manuali, leg­gevo di pome­rig­gio, a casa, nel freddo della mia camera. Dopo anni in cui non avevo fatto altro che pon­de­rare sul fal­li­mento della mia vita pro­fes­sio­nale, intra­ve­devo per la prima volta la pos­si­bi­lità di avere un lavoro rispet­ta­bile, solido, uno di quei mestieri che si pos­sono spie­gare alle zie senza vederle stor­cere il naso. Mi sve­gliavo la mat­tina con una buona dose di otti­mi­smo ed era per me una con­di­zione straor­di­na­ria, uscivo con la borsa a tra­colla e mi sen­tivo parte del mondo sano, di quella fetta di uma­nità pro­dut­tiva che con­tri­bui­sce con la sua atti­vità al pro­gresso della spe­cie. Non dovevo più rinun­ciare a tutto per man­canza di soldi, non mi sen­tivo più pigro e sner­vato, con la testa fran­tu­mata dai pen­sieri tetri, sen­tivo che alla vene­ra­bile età di tren­ta­tré anni ero diven­tato final­mente adulto.

Il mio primo con­tratto fu un con­tratto a ter­mine. Tut­ta­via sen­tivo che se avessi lavo­rato bene, se mi fossi rita­gliato uno spa­zio, se avessi fatto valere l’intelligenza, lo spi­rito di ini­zia­tiva, la buona volontà, la ricon­ferma non sarebbe man­cata. I miei nuovi col­le­ghi mi pre­sero subito a ben volere, ero gen­tile con tutti, mi pro­di­gavo ad aiu­tarli nel loro lavoro, non avendo per me ancora una posi­zione chiara né degli inca­ri­chi spe­ci­fici da rico­prire. Mi davo da fare come potevo. E quando veniva l’ora di tor­nare a casa, uscivo dal dipar­ti­mento con il vec­chio senso di fie­rezza che doveva ani­mare lo spi­rito dei mina­tori ita­liani in Bel­gio negli anni della rico­stru­zione.

Tut­ta­via, pas­sato il fer­vore dei primi giorni, impa­rai che in posti come quello ogni sto­ria pro­fes­sio­nale viene azze­rata, che non ero più niente di ciò che ero stato nelle vite pre­ce­denti. Le mie espe­rienze lavo­ra­tive fino a quel momento si erano svolte tutte in con­te­sti pri­vati, pen­savo che le com­pe­tenze e il talento fos­sero con­si­de­rate delle virtù. Ma ricordo che all’inizio di quella mia nuova vita nes­suno mi chiese mai che studi avessi fatto, che lavori avessi svolto, di che mi occu­passi nel tempo libero. Mi sfor­zavo di attac­care bot­tone con i col­le­ghi d’ufficio rac­con­tando di me e delle mie aspi­ra­zioni, ma loro, pur mostran­dosi sem­pre gen­tili, sem­bra­vano più che disin­te­res­sati, davano per scon­tato che nes­suna delle mie qua­lità potesse essere utile, e non per­ché non avessi qua­lità utili, ma per­ché il tipo di lavoro che si svol­geva in que­gli uffici non pre­ve­deva che un dipen­dente avesse delle qua­lità.

Si chia­mava Uffi­cio Comu­ni­ca­zione Dipar­ti­men­tale, ma il lavoro aveva a che fare solo mar­gi­nal­mente con la comu­ni­ca­zione. La respon­sa­bile, una donna acuta e volen­te­rosa, era in realtà l’unica in grado di scri­vere una mail in un ita­liano che non fosse affetto dal morbo del buro­cra­ti­chese e che non facesse largo uso di par­ti­cipi, gerundi e con­net­tivi aulici. Que­sto suo talento veniva uti­liz­zato per le comu­ni­ca­zioni inter­di­par­ti­men­tali, ossia per scri­vere, appunto, mail. Al mas­simo per fare il lavoro di cor­re­zione di bozze su tri­sti depliant infor­ma­tivi. La prima volta che mi chiese di redi­gere una mail pre­tese di visio­nare il testo. Al ter­mine della let­tura mi disse che, tutto som­mato, a scri­vere me la cavavo, e si mera­vi­gliò del fatto che di fronte a quel giu­di­zio non sal­tassi sul tavolo come una spe­cie di scim­mia eufo­rica.

In prin­ci­pio non riu­scivo a capire per­ché fossi l’unico che ten­tava di rac­con­tare qual­cosa di sé. Mi chie­devo se, lon­tano dal posto di lavoro, i miei col­le­ghi fos­sero in realtà per­sone dal carat­tere sti­mo­lante, con delle vel­leità e degli inte­ressi, o se in effetti la sele­zione dei dipen­denti pre­ve­desse che a lavo­rare in posti come quello finis­sero solo indi­vi­dui senza tem­pe­ra­mento, e che in sostanza io fossi una spe­cie di ecce­zione, un errore di sistema, un ingra­nag­gio fal­lato.



Eppure, per molti mesi, non mi ras­se­gnai. Con­ti­nuai a stu­diare i miei manuali, sicuro che in un modo o in un altro avrei potuto far car­riera, per­fino lì, dove le car­riere si sfi­ni­vano in labo­riosi pour par­ler. Ero con­vinto di certe idee sopraf­fine, cose come «un sistema si cam­bia dall’interno» o «biso­gna che ognuno fac­cia la pro­pria parte prima che il tutto prenda una nuova dire­zione», e cer­cavo instan­ca­bil­mente di avere un atteg­gia­mento pro­po­si­tivo. Mi sfor­zavo di intro­durre modi­fi­che in pol­ve­rosi pro­cessi lavo­ra­tivi che si repli­ca­vano immu­tati da decenni, ma mi scon­travo ogni giorno con una visione del mondo del lavoro pre­i­sto­rica e con le occhiate sini­stre di col­le­ghi che non erano dispo­sti a modi­fi­care di una vir­gola i pro­pri ritmi e le pro­prie abi­tu­dini.

Ascol­tavo anche le lamen­tele di dipen­denti di lungo corso che recla­ma­vano per delle minu­zie, erano sem­pre pronti a spen­dersi per delle pic­cole pole­mi­che, que­stioni legate all’uso della pausa pranzo o con­tra­sti mar­gi­nali con altri dipen­denti. Guar­da­vano la pagliuzza e non si accor­ge­vano della trave.

Feci pre­sto cono­scenza con gli impie­gati più in vista, quelli che ave­vano inca­ri­chi sin­da­cali, o quelli che ave­vano buone rela­zioni con la diri­genza della mia società. In que­sto modo riu­scii pre­sto a com­pren­dere il fun­zio­na­mento della strut­tura, i diversi fat­tori che con­cor­re­vano alla disci­plina dei rap­porti tra la mia società e l’ente di rife­ri­mento, le gerar­chie, i lin­guaggi, i codici com­por­ta­men­tali. Mi accorsi che la mag­gior parte del tempo lavo­ra­tivo veniva spesa per distri­carsi in que­sto genere di cose, nel fare pic­cola poli­tica di se stessi, poi­ché le atti­vità d’ufficio erano auten­ti­che insen­sa­tezze ammi­ni­stra­tive che non richie­de­vano nes­sun impe­gno di tipo intel­let­tuale. Per farla breve, non ero dispo­sto per nulla al mondo ad affo­gare di nuovo nel tor­pore dell’inoperosità, eppure, senza accor­ger­mene, stavo entrando in un altro letargo: un letargo retri­buito.

Nel corso della mia vita da impie­gato ho cono­sciuto molte forme di abbru­ti­mento, ho visto per­sone arren­dersi a un degrado fisico e men­tale para­liz­zante. Ricordo un tizio che incon­travo ogni giorno nell’ufficio del per­so­nale, non avevo ancora il badge per le tim­bra­ture elet­tro­ni­che e dovevo fir­mare l’entrata e l’uscita su un regi­stro pre­senze. Era un tipo sulla ses­san­tina che se ne stava seduto accanto alla fine­stra. Sulla scri­va­nia teneva una copia del Cor­riere dello Sport e un pac­chetto di Camel. Le uni­che due cose che sem­brava in grado di fare erano fumare e leg­gere il gior­nale. Ogni mat­tina aprivo la porta e dicevo: «Buon­giorno», e quell’uomo rima­neva immo­bile senza rispon­dere. Scri­vevo il mio nome sul foglio-firme e salu­tavo, e lui con­ti­nuava a tacere, con la siga­retta in bocca e gli occhi bassi.

La scena si ripe­teva ogni giorno. La posa dell’impiegato non cam­biava mai, nep­pure la siga­retta, e nep­pure i miei saluti non ricam­biati. Certe mat­tine spa­lan­cavo la porta in modo bru­sco, entravo senza salu­tare, quasi spe­rando che la cosa susci­tasse in lui una rea­zione. Ma quell’uomo rima­neva assorto nel suo mondo di pen­sieri cali­gi­nosi. Non avevo idea di come tra­scor­resse le gior­nate, non lo si incon­trava nei cor­ri­doi del dipar­ti­mento, né lo si vedeva in qual­siasi altro luogo diverso da quella stanza. Dice­vano che fosse pros­simo alla pen­sione e che ormai nes­sun diri­gente pre­ten­desse da lui niente più che un atto di pre­senza.



Un giorno, men­tre ten­tavo di met­tere la mia solita firma, mi accorsi che la penna non fun­zio­nava. Così pro­vai a chie­der­gli se poteva pre­star­mene una delle sue. Non rispose, però mosse appena il viso indi­cando il por­ta­penne sulla scri­va­nia. Così mi avvi­ci­nai e men­tre sfi­lavo una penna dal suo por­ta­penne, gli occhi mi cad­dero sul titolo prin­ci­pale del gior­nale che teneva davanti a sé.

Qual­che giorno più tardi suc­cesse di nuovo la stessa cosa, e di nuovo gli chiesi se poteva pre­starmi una penna. Lui disse ancora di sì. Allora notai che il titolo del gior­nale era lo stesso della volta pre­ce­dente.

Per molte set­ti­mane, entrando nell’ufficio del per­so­nale per fir­mare sul regi­stro delle pre­senze, davo un’occhiata a quel gior­nale. Era sem­pre la stessa copia, da chissà quanto tempo. Quell’uomo non leg­geva, fis­sava il nulla. E io ogni volta lo guar­davo con un’avidità che mi accen­deva gli occhi, come se mi sen­tissi attratto da una visione mor­tale, di quelle che fanno per­dere il respiro.
Dopo qual­che tempo arrivò il mio badge, e smisi di far visita ogni giorno a quel vec­chio rudere dimen­ti­cato. Non lo vidi più. Qual­che volta mi sono chie­sto se esi­stesse vera­mente o se fosse un’allucinazione pre­mo­ni­to­ria, la morte in carne e ossa, la visione di cosa accade quando le per­sone smet­tono di fin­gere di essere qual­cosa di diverso da ciò che sono nella realtà. In quell’uomo non vidi mai una trac­cia di vita, come nel corso del tempo non ne avrei viste in tanti altri, e molte volte mi sono chie­sto se in quel posto la vita pre­ce­desse la morte psi­chica o se la morte psi­chica fosse un requi­sito neces­sa­rio per soprav­vi­vere.

La verità è che sono pas­sati quasi otto anni da quando ho ini­ziato. E da allora mi sono gua­da­gnato per due volte la ricon­ferma, fin­ché non mi hanno assunto a tempo inde­ter­mi­nato. Otto anni durante i quali ho cam­biato più volte com­piti e uffici di asse­gna­zione. Mi sono occu­pato delle cose più dispa­rate, ovvero non mi sono mai occu­pato di niente di impor­tante. Quella spinta che avevo all’inizio si è affie­vo­lita, e non per­ché abbia con­se­guito il risul­tato di essermi acca­par­rato un posto di lavoro sicuro, almeno credo. Quella spinta si è affie­vo­lita per­ché sono diven­tato parte di un mec­ca­ni­smo bec­ket­tiano, in altre parole per­ché mi sono arreso a essere un lavo­ra­tore infrut­tuoso che svolge un mestiere non neces­sa­rio alla col­let­ti­vità. E come me, milioni di lavo­ra­tori pub­blici e pri­vati in tutto il mondo occi­den­tale che ven­gono sti­pen­diati per ser­vizi di cui nes­suno sente la neces­sità, anzi­ché essere uti­liz­zati in com­piti nei quali potreb­bero espri­mere al meglio i pro­pri talenti.



Negli anni ho stretto ami­ci­zia con col­le­ghi bat­ta­glieri che non si sono mai ras­se­gnati a que­sto enorme vuoto, lavo­ra­tori pre­pa­rati e diri­genti illu­mi­nati. Tut­ta­via, nep­pure il più agguer­rito tra loro è mai riu­scito a scal­fire la corazza di con­ser­va­to­ri­smo, di ste­ri­lità, che rico­pre que­sto genere di orga­niz­za­zioni. Ciò signi­fica che per una parte della società moderna, l’idea sacro­santa che ogni essere umano abbia diritto a un lavoro è stata orren­da­mente defor­mata. Mi capita spesso di par­lare con impie­gati per i quali il pro­prio lavoro non è più un valore morale ed egua­li­ta­rio (se lo fosse avreb­bero a cuore l’utilità del pro­prio lavoro), ma è un diritto acqui­sito, un diritto a cui è con­cesso di non avere alcuna uti­lità pub­blica. In altre parole, que­sti impie­gati sono con­sa­pe­voli che, nella migliore delle ipo­tesi, spen­de­ranno quarant’anni della pro­pria vita in una strut­tura para­noica, ma riten­gono che, a fronte di uno sti­pen­dio certo, la morte psi­chica e morale che ne deri­verà sia un sacri­fi­cio tutto som­mato accet­ta­bile.

Que­sto è il risul­tato di un secolo di etica del capi­ta­li­smo in cui cose come lo spi­rito di impresa, la garan­zia del lavoro e la feli­cità per­so­nale non sono diret­ta­mente con­se­guenti, ma, anzi, sono spesso l’una d’intralcio per la rea­liz­za­zione dell’altra.

Così oggi, in certi momenti, scosso da bar­lumi di con­sa­pe­vo­lezza pro­fonda, penso che da qui a cento anni, riguar­dando a que­sto tempo, diranno che era­vamo quelli che spen­de­vano le pro­prie esi­stenze in pro­fes­sioni vane, mestieri di cui nes­suno capiva l’effettiva uti­lità. Diranno che era­vamo sot­to­messi a una forma di oppres­sione di cui non ave­vamo coscienza, ma della quale, anzi, ci ral­le­gra­vamo. E non so se capi­ranno che tutto que­sto acca­deva per­ché nel nostro sistema domi­nante l’alternativa all’estinzione men­tale era un’altra estin­zione, ben più feroce: era l’estromissione fisica dalla società degli uomini, era il non-lavoro.

Chissà se, da qui a cento anni, pen­sando al ricatto che pesa sulle nostre vite, pro­ve­ranno per noi più incre­du­lità o più compassione.



Il Manifesto – 22 agosto 2014