TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 19 agosto 2014

Le armi Usa al Vietnam così la Storia si ribalta



Nel 1964 il conflitto con 2 milioni di vittime. Ora l’America vende materiale bellico ad Hanoi in funzione anti-Cina. Da leggere con attenzione, per capire cos'è la politica internazionale.

Vittorio Zucconi

Le armi Usa al Vietnam così la Storia si ribalta



WASHINGTON. AGOSTO 1964: dopo l’incidente del Tonchino, gli Usa lanciano la guerra contro Hanoi. Fast Forward la pellicola. Agosto 2014: gli Usa vogliono riarmare quella Hanoi che si dissanguarono per disarmare. Mezzo secolo esatto e almeno due milioni di morti più tardi, la commedia tragica della storia e degli interessi strategici ribalta il copione. E che i morti seppelliscano i morti.

Una brezza inquieta accarezza oggi i 58 mila e 286 nomi incisi sul granito nero del “Wall”, del monumento ai caduti americani nella “Seconda Guerra d’Indocina” come si diceva allora. Fa svolazzare i fogli bianchi e tremare le mani di bambini molto piccoli o di vecchi molto vecchi che in questi ultimi fine settimana d’estate vanno a ricalcare il nome di nonni, mariti, parenti, amici caduti in quell’ennesima guerra per mettere fine a tutte le guerre.

«Mi sento come se mio figlio George fosse morto due volte » dice a un telegiornale locale la ottuagenaria madre del sergente Maynardi. «Lee era partito volontario, e morì in braccio a me con le budella in mano in Cambogia per bloccare i rifornimenti di armi del Nord ai guerriglieri» ricorda un reduce ricalcando su un foglio bianco il nome del tenente Lee Unger. «E adesso Obama vuole rifornire di armi Hanoi ». Poi tenta di ridere: «Il Sentiero di Ho Chi Minh si riapre in direzione opposta e siamo noi, quelli che erano morti per bloccarlo, a riaprirlo».



LA TENEREZZA acre, il rimpianto, il risentimento dei vivi non possono, come non può il silenzio dei morti, nulla contro gli imperativi del “Grande Gioco”, contro la realtà, e dunque la Realpolitik, verso una nazione di 100 milioni di persone ancora orgogliosamente comunista ma divenuta un pezzo chiave nel Risiko asiatico fra Stati Uniti e Cina. Il viaggio del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Martin Dempsey in quella Hanoi sulla quale i B52 rovesciarono 600 mila tonnellate di bombe ha segnato il passaggio dal riconoscimento e dalla pacificazione voluta da Bill Clinton nel 1995 all’offerta di una collaborazione, quasi un’alleanza di fatto, suggellata dalla fine dell’embargo sulla armi e dalla vendita possibile di una flottiglia moderna di navi per la difesa costiera.

Tutto in funzione anti-Cina, per strappare il Vietnam all’orbita del protettore cinese e servire, insieme con il Giappone, le Filippine, la più lontana Australia dove sono stati dispiegati per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale reparti di US Marines, da contrappeso e da sentinella contro l’espansionismo e le ambizioni di Pechino.

Poiché la storia offre sempre spunti di amara ironia, l’offerta di unità navali leggere, ma molto meglio armate e molto più sofisticate dei ferrivecchi sovietici oggi in dotazione per la scaramucce contro la potente Marina Cinese nel conteso Mar Meridionale della Cina, naviga proprio in quelle acque dove affiorò il pretesto per la guerra aperta fra Stati Uniti e Vietnam. Fu infatti nell’agosto del 1964, meno di un anno dopo la morte, e le esitazioni di John F Kennedy sulla partecipazione militare degli Stati Uniti alla guerra fra Nord e Sud, che nel Golfo del Tonchino un cacciatorpediniere americano, il “Maddox” riportò di attacchi di siluranti nordvietamite. Era falso, un abbaglio, ma diede a Lyndon Johnson il pretesto per ottenere dal Parlamento il via libera alle operazioni e all’invasione. Un incidente che sarà più tardi ribattezzato come la “Guerra di Fantasmi”.



Niente affatto spettrale è invece l’irritazione di Pechino, espressa dal foglio d’ordinanza del Partito, il Quotidiano del Popolo che accusa Washington di «pescare in acque torbide» e di voler costruire attorno al Mare Meridionale della Cina, che la Repubblica Popolare considera come il proprio laghetto di casa, una muraglia di alleanze ostili. In questa scacchiera vitale, per le rotte navali e per le risorse naturali che giacciono sul fondo del mare che i cinesi hanno cominciato a succhiare collocando una piattaforma per la trivellazione in acque che il Vietnam considera proprie, il vecchio nemico Hanoi è la regina.

Confina direttamente con la Repubblica Popolare, con la quale, negli anni ‘80, scambiò robuste cannonate. Dipende ancora largamente dal gigantesco vicino per armamenti e sostegno economico, ancora necessario per una nazione in crescita, ma dove il reddito pro capite è di 1.900 dollari all’anno, diciotto volte meno dell’Italia. Attraverso la grande base navale di Cam Ranh creata proprio dagli americani per la loro guerra, tiene le chiavi di un mare da quale transitano i due terzi dei supertanker che trasportano petrolio e gas liquido.

Il Vietnam non può inimicarsi la Cina, enorme coinquilino sul pianerottolo dell’Asia sudorientale. La Cina non può alienarsi il Vietnam, per non spingerlo nella braccia delle alleanze filo americane, ma non può armarlo, per non vedere quelle armi usate contro i propri interessi. Gli Usa hanno bisogno del Vietnam, per controllare l’oggettivo espansionismo cinese verso il Pacifico, ma non possono sfidare quella Cina della quale hanno bisogno, come fornitrice di mano d’opera a basso costo e di credito per il debito nazionale. Nessuno dei partecipanti al “Grande Gioco” asiatico può fare mosse avventurose senza rischiare pezzi vitali e lo strangolamento delle rotte navali di gas e petrolio.



Dunque nulla, in quella parte di mondo è più lontanamente riconducibile ai miti, alle paure, ai calcoli sbagliati, alle teorie del “domino” che uccise forse milioni di vietnamiti, fra Nord e Sud, e 58 mila giovani americani. Resta invece, immutabile nel proprio abbagliante cinismo, la formula che Henry Kissinger, parafrasando il premier britannico Lord Palmerston, ripeteva a chi gli chiedeva conto della sua incoerenza e dei ribaltamenti delle scacchiere strategiche: «Le nazioni non hanno amici o nemici permanenti, ma soltanto interessi». Sul Muro del Rimpianto a Washington e, appena oltre il fiume Potomac sulle croci disseminate nella colline di Arlington che lo sovrastano, soffia la brezza della inutilità delle stragi e della vittoria sicura degli interessi.


la Repubblica - 18 Agosto 2014