TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 5 agosto 2014

Paolo Rumiz, Viaggio fuori dal mondo



Come casa un faro e come patria uno scoglio, senza radio, internet, telefono, tv. Nel racconto a puntate di Paolo Rumiz il diario di un mese vissuto molto silenziosamente

Paolo Rumiz

Viaggio fuori dal mondo


Era quella che si dice una nottataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da Ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel tempaccio non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l’isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell’arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non una luce, niente.

Non ricordo in che lingua gridai che ero lì, che stavo salendo, che mi venissero incontro, ma non mi rispose che il tuono dei frangenti. Dei fanalisti neanche l’ombra. Cominciò a piovere e solo allora apparve, cento metri più in alto, il fascio di luce. Cercai la lampada, e vidi qualcosa che mi ammutolì. Dall’orlo della scarpata la torre si piegava verso di me, torcendo la sua possente struttura in pietra. Cercava l’intruso coll’unico occhio da ciclope.

Sfolgorava, ma proprio la fonte di luce era buia come la pece, più nera della notte stessa. Era irata e mi stava cercando, ma non mi aveva ancora individuato. La luce passava e ripassava con colpi di sciabola sempre più vicini. Mi rannicchiai nella brughiera e subito un piede inciampò in una radice, tentai di aggrapparmi ai cespugli ma persi la presa. Precipitavo. Forse gridai qualcosa, ma la voce non uscì.

Un colpo di vento mi svegliò di soprassalto. Accesi la lampada tascabile e illuminai una stanza nuda intonacata di bianco, muri grossi, un comodino, un libro, un quaderno, una valigia con la mia roba, un vecchio finestrone dipinto di verde con le imposte sprangate. Fuori rinforzava, girava da scirocco a libeccio. Ero nella macchina di luce, nella sua pancia, come Giona nella balena. Era solo la mia prima notte, ma il Ciclope si era già impossessato di me. Controllava i miei sogni. Ero al sicuro nella mia camera, sotto tre coperte di lana, ma, se tendevo l’orecchio, sentivo il ticchettio dell’ingranaggio in cima alla torre, che governava la rotazione dell’apparecchio ottico. Un arpeggio metallico come di pianoforte scordato, ma capace di duettare col vento. « If you do not go now — mi avevano detto ventiquattr’ore prima, alla vigilia dell’imbarco per l’isola — you have to wait five days ».

Quelli della barca lo sapevano che il tempo peggiorava e mi avevano consigliato di approfittare di una breve tregua meteo. E poi era sabato, sabato di Pasqua, e sarebbe stato criminale non rifornire i faristi di cose buone in un giorno simile. Pesce ed erbe aromatiche a parte, sull’isola bisognava fare scorta di tutto. Quella non era un’isola qualunque. Era uno scoglio disabitato e lontano. Per questo all’ultimo mercato avevo fatto una spesa enorme di verdura fresca, un sacco da cinquanta chili. Pomodori, patate, cipolle, cavolo cappuccio. Da casa mi ero portato venti litri di vino e i dolci delle feste.

Aprii la finestra, sul precipizio del versante Sud. La tempesta era un vortice di gabbiani come anime perse. Cosa ci facessero a quell’ora e come riuscissero a reggere a quelle raffiche, lo sapeva solo l’Onnipotente. Sull’isola la lotta per la vita non cessava nemmeno a notte fonda. Ce n’erano a migliaia, di uccelli, sullo scoglio sperduto. La scarpata e i pendii della brughiera erano pieni di nidi. Avevo tentato di avvicinarli prima del tramonto, ma dalla macchia pettinata dal vento erano emersi centinaia di piumati periscopi in allerta. In un attimo la flotta aerea era in volo, veleggiava in uno stridio infernale sulla mia testa, sempre più vicina, fino a sfiorarmi con fruscio minatorio, pur che mi togliessi dai piedi.



Rileggo dal diario. “Ore tre. Impossibile riprender sonno. Aprile, notti fredde. Appena spengo, arrivano i pensieri. Non sono più abituato a star solo. Nel faro siamo in tre. Il capitano, il suo assistente, io. Gli unici abitanti dell’isola. Tra un’ora c’è la sveglia per controllare la stazione meteo e mandare i dati alla Centrale, ma in questo momento sono l’unico che non dorme. Sento la lanterna insonne che sfrigola e bisbiglia. Esco dal letto e salgo in ciabatte, senza accendere la torcia. Scale a chiocciola, una porta bianca, una scala di ferro, una seconda scala. Oltre non vado. L’occhio di Polifemo temo si possa guardare solo nel riflesso dei vetri esterni, e da un angolo più basso. Oltre, la luce sembra intollerabile. Faccio come gli Ebrei, che guardano le sante candele di Hannukkah solo nel riflesso delle unghie”.

A viaggio finito, mi accorgo che in quei giorni ho aderito al presente in modo totale, forse come mai in vita mia. Per tre settimane non ho avuto né radio, né tv, né internet, né telefono. Solo partite a tressette, qualche buon libro, una mini-fisarmonica diatonica da osteria solo per rompere il silenzio (non so suonarla ma ci provo, di questa parleremo più avanti). Ho scandito quelle ore solitarie come un orologio a pendolo, perciò il diario che ho riempito non ha bisogno di rielaborazione. Esso è, in tutto e per tutto, il racconto. Non ho che da trascrivere.

Eravamo rimasti alla salita alla lanterna, la prima notte. Dunque: ne ridiscendo, e un lampo illumina l’isola, fissa sulla retina il contorno di un lucertolone e la sua cresta giurassica, poi è di nuovo buio pesto. La pioggia tambureggia sui vetri. È la notte della Resurrezione, ma sembra quella del Golgota: chissà se il Nazareno ha già spostato la pietra dal sepolcro. Sento il grido lungo della luce nella notte immensa. È uno dei fari più alti del mondo. Centodieci metri contando la montagna che esce dal mare. Da quassù la vista deve essere pazzesca col tempo buono.

Il basamento è un’opera ciclopica, ben più vecchia di un secolo. Muri di un metro, a prova di terremoto. Un parallelepipedo di due piani con un perimetro di venti metri per dieci, buono per ospitarci anche venti persone, a memoria di un tempo in cui nei fari abitavano famiglie intere e si facevano figli. Sopra il bastione, il possente tronco di cono sommitale. Le ringhiere, le imposte e i mancorrenti sono ancora quelli originali, straordinariamente intatti. È il marchio inconfondibile del mondo di ieri, rinnegato dalla filosofia di rapina dei tempi nuovi, soppiantato dall’era della plastica e dell’obsolescenza programmata.

I faristi sono uomini duri, inchiodati a uno scoglio. Monarchi assoluti del loro territorio e allo stesso tempo dei reclusi al confino. Capita che, a furia di star soli, siano spesso torvi e magari un po’ matti. Ma quelli che mi hanno accolto qui sono di pasta buona. Mi hanno dato il benvenuto con un piatto di bucatini e aragoste intere, un piatto grande come un catino, e fatto mangiare a tavola con loro. Il Capitano è un pescatore, appena il tempo è buono esce in barca e butta le reti. Al mio arrivo, sulla muraglia del faro che guarda a Mezzogiorno era tesa una corda con una ventina di pesci salati ad asciugare, sbatacchiati dal vento come biancheria al sole.



Cristo santo che freddo. Devo mettere anche i calzini e una coperta in più. Spengo la lampada frontale e provo a dormire, ma niente da fare, la testa è piena di visioni. Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero, qui, se sei solo, diventi matto. Parli con te stesso, e non ti accorgi di farlo per il motivo semplice che hai il tuo Doppio accanto, qualcosa di simile a un angelo custode. Lo sento anche ora: se aprissi gli occhi lo vedrei seduto al capezzale. Ieri per due volte, esplorando l’isola prima della pioggia, mi sono voltato per capire di chi erano i passi dietro di me, ma non c’era nessuno. Il Grecale, come il vento di Borea, ti esalta, lava l’anima e pulisce i pensieri.

Lo capisci anche dal nome. Ma questo Levantazzo umido e infame è un lamento, una migrazione di anime morte, ti spinge nelle caverne inesplorate di te stesso, ti fa sentire un miserabile nulla davanti all’immensità della natura. Sull’isola sono forse davanti a quella cosa che fanno di tutto per nasconderci e ci salverebbe dal naufragio: il senso del limite. Quanto ci farebbe bene un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio — o degli dei — per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e demenza. Lo voglio bere fino in fondo il mio benefico spavento, in mezzo a questo mare sfiancato da troppe reti.

Sì, ho fatto bene a venire qui da solo, per il primo viaggio immobile della mia vita.
Sento il Capitano che scende le scale. Ora è fuori, vedo la sua ombra dalla finestra picchettata di pioggia. Traversa nelle raffiche verso la stazione meteo. E davvero, in un luogo dove non succede nulla, il tempo è l’unica cosa da annotare. La notte non è più nera, oltre le nubi c’è il fanale di una Luna invisibile già sgonfia. Sotto, una migrazione di onde parallele da Est, la stessa direzione di quest’isola lunga. Una scena atlantica, da balenieri di Nantucket. Solo che il vento non viene da Ovest, ma dalla parte opposta. Non fischia nelle fessure, ma strattona la finestra, sbatte le vele del cielo, picchia come su un tamburo — o forse un gong — di dimensioni planetarie.

Il Capo è rientrato, lo vedo in cucina dalla porta semiaperta, in fondo al corridoio. Fuma come un califfo, perso nei suoi pensieri, un gomito sul tavolo e la radio al minimo con musica nostalgica. Mi ha già annunciato il pranzo di pasqua: zuppa di manzo e una teglia di vitello con patate (nelle feste comandate la gente di mare si gode la carne, una volta tanto). Ma nel freezer mi ha già infilato una mezza dozzina di orate e il necessario per un brodetto di scarpena. Per i prossimi giorni si intende. Io porterò alla festa uova sode colorate, un tegame di asparagi selvatici e coste saltate all’aglio.



Ora dovrei dirvi dove sono.

Per esempio che questa è un’isola lontana da tutto eppure al centro di tutto. Uno scoglio che, nonostante la distanza, è impossibile mancarlo. È microscopica, ma sulle mappe nessuno la dimentica, perché è un punto nave fondamentale. È segnata anche sulla mia carta del Mediterraneo, scala uno a due milioni, e la scritta che la identifica è dieci volte più grande di lei. Dovrei darvi le coordinate, latitudine e longitudine, ma non lo farò. Non vi dirò neppure la nazione cui appartiene, perché detesto le nazioni e il mare non ha frontiere. Sappiate solo che di qui sono passati un po’ tutti. Greci, Latini, Slavi, Turchi, Veneziani, genti di lingua tedesca, Inglesi e pirati saraceni. Persino Napoletani.

Un’unica informazione: qualche millennio or sono gli antichi l’hanno battezzata col nome del mare, perché ai loro occhi essa ne rappresentava la quintessenza. Non chiedetemi altro. Troppo facile, con i motori di ricerca. Bastano due-tre nomi e anche un bambino distratto ci arriva. Voglio che fatichiate a trovarla, che la navigazione sia ardua, che vi perdiate nei libri prima che negli arcipelaghi. La mela rosicchiata ci ha già fregato abbastanza: prima con Eva e poi con la Rete. Vi prego dunque, nel caso la trovaste, se siete affezionati alla mia scrittura e non volete che un luogo benedetto sia invaso dall’orda degli infedeli, non ditelo a nessuno. E se doveste rompere il patto e dire forte quel nome, vi maledirò come Long John Silver per l’Isola del Tesoro e farò di tutto per smentirvi.

Ora devo chiudere le imposte, o la salsedine si mangia i serramenti. Con questo vento, per guardar fuori non c’è che la finestra della cucina, sul lato Ovest. Vedo lo spadone lento, regolare, reso quasi solido dalla pioggia, toccare il testone rotondo della Terra come per l’investitura di un cavaliere antico, tracciando una linea tangenziale perfetta sulla curvatura del Pianeta. Un calcolo con la radice quadrata, basato sull’altezza della sorgente luminosa, dice che il punto di contatto fra la retta e il cerchio è a trenta miglia, ma il pennello di luce va molto oltre, trafigge la notte a cinquanta miglia almeno, fino a perdersi nel nulla.


La repubblica – 3 agosto 2014