TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 20 agosto 2014

Paolo Volponi e le mosche del capitale



Da leggere (o rileggere): «Le mosche del capitale», un libro fondamentale per capire cosa è successo in Occidente dopo gli anni '80.

Angelo Ferracuti

Paolo Volponi e le mosche del capitale



Se si vuole capire cosa è suc­cesso nelle società occi­den­tali a metà degli anni ’80, «Le mosche del capi­tale» di Paolo Vol­poni è un libro impre­scin­di­bile. Descrive dal di den­tro quel capi­ta­li­smo ita­liano votato ai pro­fitti e alla finanza che abban­do­nava la sua mis­sione sto­rica, di cui lo scrit­tore mar­chi­giano aveva infor­ma­zioni di prima mano avendo lavo­rato prima all’Olivetti, poi alla Fon­da­zione Agnelli, dalla quale fu indotto alle dimis­sioni nel 1975 dopo aver fatto dichia­ra­zione di voto al Pci.

“Il rac­conto è finito. La nar­ra­zione, se vuole, è il ban­cone del super­mer­cato. Lei non potrà rac­con­tare mai niente di me!” sen­ten­ziava ancora Bruto Sarac­cini, quel Don Chi­sciotte alter ego dello scrit­tore che, come ha scritto Mas­simo Raf­faeli, è uno dei suoi personaggi-uomo, della stessa razza dell’Anteo Cro­cioni de «La mac­china mon­diale» o l’Albino Salug­gia di «Memo­riale»: “sono rego­lar­mente dei dere­litti o gli uomini in estremo peri­colo che gli anti­chi greci defi­ni­vano pharmakòi, capri espia­tori e mar­tiri di situa­zioni con­flit­tuali in cui, annien­ta­tisi o venendo eli­mi­nati, squar­ciano il velo di falsa coscienza e met­tono a nudo la verità”.

Nei suoi libri il con­flitto tra la misura uma­ni­stica e il caos della società neo­li­be­ri­sta porta a forti com­bu­stioni . “Siamo infet­tati, con­ta­mi­nati, appe­stati. E cor­riamo” dice nel dia­logo a due voci con Fran­ce­sco Leo­netti ne «Il leone e la volpe», libro che rimette in cir­colo tutto il pen­siero e la sua sto­ria di scrit­tore e uomo di indu­stria nato nell’umanesimo rina­sci­men­tale di Urbino.

E, di fatto, insieme a Paso­lini, è quello che più di ogni altro ha oppo­sto il suo pen­siero a quel tra­passo che con il declino della civiltà indu­striale, pas­sando per la mani­po­la­zione dei media, porta fino all’oggi, cioè a quel «Finan­z­ca­pi­ta­li­smo» di cui Gal­lino ha scritto in un libro di mira­bile luci­dità sag­gi­stica. La sua inter­ro­ga­zione, se pen­siamo che arriva dal lon­tano 1994, ango­scia più di una pro­fe­zia: “Ciò che mi domando è: come mai siamo giunti al punto che la sola mate­ria mate­riale diven­tasse il denaro. E come si fosse annul­lata la pro­fon­dità del mondo.”



il manifesto - 15 Agosto 2014