TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 agosto 2014

Primo Levi, Libero dal padrone



Una pagina di Primo Levi.Un libro da rileggere.

Primo Levi

Libero dal padrone

«Mio padre voleva chia­marmi Libero per­ché voleva che io fossi libero. Non è che avesse delle idee poli­ti­che, lui di poli­tica aveva solo l’idea di non fare la guerra per­ché aveva pro­vato; per lui libero voleva dire di non lavo­rare sotto padrone.

Magari dodici ore al giorno in un’officina tutta nera di cali­gine e col ghiac­cio d’inverno come la sua, magari da emi­grante o su e giù col car­ret­tino come gli zin­gari, ma non sotto padrone, non nella fab­brica, non a fare tutta la vita gli stessi gesti attac­cato al con­vo­glia­tore fino a che uno non è più buono a fare altro e gli danno la liqui­da­zione e la pen­sione e si siede sulle pan­chine.

Ecco per­ché era con­tra­rio che io andassi alla Lan­cia, e sotto sotto avrebbe avuto caro che io tirassi avanti con la sua boita e mi spo­sassi e avessi dei bam­bini e gli mostrassi l’opera anche a loro.



E non creda, io adesso non fac­cio per dire nel mio mestiere me la cavo, ma se mio padre non avesse insi­stito, delle volte con le buone e delle volte no, per­ché dopo la scuola andassi con lui a bot­tega a girar­gli la mano­vella della for­gia e impa­rassi da lui, che dalla lastra di trenta decimi tirava su una mezza sfera giu­sta come l’oro così a occhio, senza nean­che la scar­setta, bene, dicevo, non fosse stato di mio padre, e mi fossi con­ten­tato di quello che mi inse­gna­vano a scuola, garan­tito che ero attac­cato al con­vo­glia­tore ancora adesso (…).

Ma ha fatto a tempo a vedermi venire via dalla fab­brica e a incam­mi­nare que­sto mestiere che fac­cio adesso, e credo che sia stato con­tento: non me l’ha mai detto per­ché non era uno che par­lasse tanto, ma me l’ha fatto capire in diverse maniere (…).

A lui un lavoro come il mio gli sarebbe pia­ciuto, anche se l’impresa ci gua­da­gna sopra, per­ché almeno non ti porta via il risul­tato: quello resta lì, è tuo, non te lo può togliere nes­suno, e lui que­ste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lì a guar­dare i suoi lam­bic­chi dopo che li aveva finiti e luci­dati»

(Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, 2014, pp.80–82).



Il Manifesto – 22 agosto 2013